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Covering the UN: vizi e virtù dei giornalisti dell’ONU

Tre giornalisti su difficoltà e opportunità di lavorare al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite

Da sinistra: Colum Lynch (Foreign Policy), Stephen Schlesinger (politologo), Somini Sengupta (The New York Times) e Stefano Vaccara (La VOCE di New York)

Da sinistra: Colum Lynch (Foreign Policy), Stephen Schlesinger (politologo), Somini Sengupta (The New York Times) e Stefano Vaccara (La VOCE di New York)

Cosa significa scrivere di Nazioni Unite e raccontare sui giornali meccanismi e retroscena di importante organizzazione internazionale? Lo hanno spiegato, al Graduate Center della CUNY, nell'incontro Covering the UN i giornalisti Sengupta (New York Times), Lynch (Foreign Policy) e Vaccara (La VOCE di New York)

Raccontare la realtà dal marciapiede non è come narrarla dal Palazzo di Vetro. Eppure, i due punti di vista potrebbero entrambi essere accusati di parzialità. È noto che l’obiettività assoluta non esiste, ma il giornalismo cerca di dire qualcosa che assomiglia alla verità. Questo è il lavoro di professionisti dell’informazione come Somini Sengupta del The New York Times, Colum Lynch del Foreign Policy e Stefano Vaccara de La VOCE di New York, intervenuti durante l’incontro Covering the UN svoltosi il 15 settembre al Graduate Center della City University of New York e organizzato dal Ralph Bunche Institute. Il dibattito è stato moderato dallo scrittore e analista politico Stephen Schlesinger, autore, tra l’altro, di Act Of Creation: The Founding Of The United Nations.

Tutti e tre i giornalisti presenti, come corrispondenti dalle Nazioni Unite, affrontano ogni giorno temi difficili da far digerire a lettori abituati a un giornalismo sempre più leggero e poco impegnato. “La nostra sfida è anche quella di inserire story telling in un luogo in cui domina la burocrazia”, ha detto la giornalista Somini Sengupta, vincitrice nel 2004 del premio George Polk come migliore reportage straniero.

“Il lavoro del giornalista dell’ONU resta comunque interessante – dice Colum Lynch – perché l’ONU è un serbatoio di informazioni. Il giornalista attinge dalle tante “leaks”, le fonti che provengono dai diplomatici dei vari paesi che hanno interesse a far passare certe informazioni. Il ruolo del giornalista è anche quello di filtrare le informazioni e non diventare il portavoce dell’una o dell’altra fonte”.

Il rapporto tra l’informazione e potere è uno di quei legami che neppure l’avvento di internet può scardinare e che determina la differenza tra i vari modi di fare giornalismo, anche dentro l’ONU. Ad esempio, il direttore de La VOCE di New York e corrispondente per Radio Radicale all’ONU Stefano Vaccara, spiega come l’atteggiamento dei diplomatici nei confronti dei giornalisti riveli o nasconda le informazioni. “Oltre che come giornalista, come cittadino americano – spiega – mi imbarazza l’atteggiamento dell’Ambasciatrice americana Samantha Power, come di tanti suoi predecessori a stelle e strisce. L’ambasciatrice alle Nazioni Unite non indica lei i giornalisti che devono fare le domande, ma fa decidere a due assistenti del press office”. In questo modo il rapporto diretto tra informazione e potere perde di trasparenza. Vaccara spiega come invece tra gli ambasciatori dei grandi paesi con diritto di veto, quello russo Vitaly Churkin “ascolta sempre i giornalisti, fino a quando le domande sono finite ed è lui che indica le persone per dare la parola, senza temere alcunché”. Infine aggiunge: “Diversamente dal paese che sulla libertà di stampa fonda gra parte della sua identità”.

Durante l’incontro, ad essere accusati di poca trasparenza sono stati anche i giornalisti dell’ONU. Tra il pubblico, un ragazzo ha puntato il dito contro i corrispondenti presenti, definendoli “embedded”, legati ai governi rappresentati alle Nazioni Unite. Questo sarebbe il motivo per cui le informazioni non uscirebbero dal Palazzo di Vetro. Un’accusa che tutti e tre i giornalisti hanno rigettato al mittente.

Si è poi parlato dell’immagine che, tra i corrispondenti dell’ONU, ha il più alto rappresentante del potere alle Nazioni Unite, il segretario generale Ban Ki-moon? Il giudizio dei tre giornalisti è stato discreto: una sufficienza legata sia alla maggiore timidezza dell’attuale segretario rispetto al predecessore, Kofi Hannan, sia al fatto che il segretario generale in fondo è una figura di garanzia e come arbitro tra le parti non può scontentare nessuno.

Oltre alle tante cose che la più importante organizzazione mondiale deve migliorare a sessantanove anni dalla sua fondazione, resta il ricordo di un signore anziano che durante l’incontro di lunedì si è alzato in piedi e ha preso la parola. Lui ha saputo dire meglio di altri cos’è l’ONU. Per lui – ha detto – le Nazioni Unite sono i caschi blu che lo aiutano in uno scenario di devastazione e morte. Era un ragazzo durante la guerra di Corea degli anni ’50 e, come il piccolo Ban Ki-moon, anche lui ha trovato la pace e la salvezza nella prima vera missione delle Nazioni Unite nel mondo.

 

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