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Il giornalismo italiano, specchio del razzismo italiano

Robert Elliot con alcuni membri della redazione di Occhio ai Media e ospiti del Festival del Giornalismo di Internazionale a Ferrara

Robert Elliot con alcuni membri della redazione di Occhio ai Media e ospiti del Festival del Giornalismo di Internazionale a Ferrara

Intervista con Robert Elliot, fondatore di Occhio ai Media, un progetto nato nel 2008 per monitorare come il giornalismo in Italia tratta il tema dell'immigrazione e dell'integrazione: "Speravo, in questi anni, in un miglioramento che però non c’è stato" 

 

L’Italia di oggi? Razzista, populista, affetta da pregiudizi e atteggiamenti discriminatori. Emerge più o meno questo se ci si mette a monitorare i giornali mainstream e ad analizzarne gli articoli. È il compito di Occhio ai Media, un piccolo progetto nato nel 2008 con l’intenzione di verificare come il giornalismo nel Belpaese tratti un tema “sensibile” come quello dell’immigrazione e dell’integrazione. Dietro questo lavoro di verifica, analisi, e diffusione dei dati, c’è Robert Elliot, inglese di nascita, da anni in Italia e con un passato di attivismo contro l’Apartheid. E ci sono tanti giovani volontari, che ogni giorno sfogliano pagine e pagine per riportare sul sito gli esempi più gravi. Incontri pubblici – come il Festival del Giornalismo di Internazionale a Ferrara – o incontri nelle scuole, servono a sensibilizzare sia i giovani che gli stessi giornalisti, ma non basta. Come non è bastato – per esempio – abolire il reato di clandestinità per eliminare del tutto la parola “clandestino” in titoli e articoli, o non basta la Carta di Roma con le sue raccomandazioni e sollecitazioni alla stampa. 

Quello che bisognerebbe cambiare è un modo di pensare. E questo, si sa, è un processo lungo e tortuoso. Parlando con La VOCE di New York, Robert Elliot ammette: “Speravo, in questi anni, in un miglioramento che però non c’è stato. O meglio, è stato davvero minimo”. Quando chiediamo un’intervista ha sottomano un numero de Il Giornale. Un titolo in prima pagina a caratteri cubitali: “Basta immigrati” e poi “ci costano 12 miliardi all’anno”. “Spesso – dice Elliot – quando si tratta di certe tematiche più che in pezzi giornalistici ci imbattiamo in chiacchiere avvelenate che dovrebbero rimanere nei discorsi da bar o nelle proprie case, ma non andare a finire sui giornali”.

Elliot, giornalisti e direttori hanno una grande responsabilità nell’orientare l’opinione pubblica. Quando si usano certi termini anziché altri si segue quindi una linea ben precisa che spesso fa da megafono a politiche, gruppi e partiti…

“Certo, i giornalisti sono consapevoli di ciò che fanno e il razzismo è molto presente nel giornalismo italiano. E poi ci sono anche troppi esempi di cattivo giornalismo. Come quest’altro titolo ‘Rissa tra giovani, probabilmente Nord africani’. Che vuol dire ‘probabilmente’? E poi, che motivo c’è di aggiungere la nazionalità a questa notizia? Questa è una caratteristica tutta italiana. All’estero è molto difficile che nei titoli o anche nei pezzi si sottolinei la nazionalità di chi, per esempio, incorre in un reato. A meno che non sia funzionale alla comprensione degli eventi”.

Sulla stampa italiana spesso ci sono termini utilizzati impropriamente, come appunto “clandestino”, immigrato in maniera generica , senza specificare per esempio se si tratta di rifugiati e richiedenti asilo, o anche extracomunitario, che nell’imaginario collettivo è quasi sempre un africano, mai uno svizzero o un australiano che pure sono “extracomunitari”. Come si fa a cambiare questa tendenza che influenza il modo di pensare e la percezione della realtà?

“L’Italia è un Paese di immigrazione da un tempo relativamente breve, inizio anni Novanta, e quindi non si può ancora definire una società multietnica o meglio, questa multietnicità ancora non è riconosciuta e ‘apprezzata’. In Paesi come l’Inghilterra o gli Stati Uniti le cose vanno già diversamente perché tutti questi processi di integrazione sono cominciati moltissimi anni addietro. Però è chiaro che anche lì ci sono molte problematiche ancora aperte e non tutto è perfetto. Tempo fa il sindacato dei giornalisti britannico attuò uno sciopero per un titolo particolarmente duro e chiaramente islamofobico sul Daily Star”.

Il modo di presentare i fatti influisce anche sull’interpretazione e l’idea che i lettori di altri Paesi si fanno dell’Italia…

“Infatti. Faccio un esempio. Durante i mesi che seguirono al terremoto del 2012 in Emilia Romagna uscirono alcuni titoli del genere: ‘Gli stranieri invadono le tendopoli’. Miei amici inglesi cominciarono a farmi discorsi da cui emergeva l’idea che stranieri venissero nei campi allestiti per l’emergenza per scroccare pasti e altro. E invece non solo non era assolutamente vero, ma insieme, italiani e ‘stranieri’ – moltissimi colpiti dal sisma e che avevano perso al pari degli italiani la casa e tutto il resto – condividevano gli stessi disagi e la stessa vita in tendopoli. Pensavo che in questa tragedia umana certa stampa si sarebbe comportata diversamente. E invece no. Noi di Occhio ai Media abbiamo risposto con un libro-documento, ‘Nella mia tendopoli nessuno è straniero’”.

Chi sono i principali bersagli di titoli o trattazione delle notizie in modo che rasentano il razzismo o la distorsione dei fatti?

“Si va a periodi alterni. Passato quello degli albanesi – e degli sbarchi in Puglia – ora l’attenzione è puntata sui Rom e i rumeni. Ma le categorie prese maggiormente di mira sono i musulmani e i ‘neri’ in quanto tali e quindi il colore della pelle implica automaticamente atteggiamenti di rifiuto e condanna”.

Possiamo considerare i lettori ‘vittime’ di un giornalismo influenzato dal pregiudizio?

“Direi di sì. E le principali vittime, coloro che soffrono di più, sono i giovani di seconda generazione. Quelli che io invece preferisco chiamare della prima generazione multiculturale in Italia. Questi ragazzi a volte si sentono bersagliati, devono giustificarsi a scuola e spiegare che ‘non tutti i marocchini sono spacciatori’, ‘non tutte le donne e ragazze musulmane usano il velo, e non sono costrette a farlo’… Si sentono sotto accusa e questo è un danno provocato da una certa stampa”.

Denunciare e monitorare basterà a cambiare gli atteggiamenti?

“Per cambiare bisogna lavorare su più fronti: dialogare con i giornalisti, andare a parlare nelle scuole con i giovani per smantellare false conoscenze e pregiudizi. Bisogna promuovere e diffondere giornali delle minoranze etniche e di comunità integrare sul territorio, l’on line per esempio è molto importante in questo senso. Ma soprattutto bisogna incentivare i giovani delle minoranze etniche e i giovani di seconda generazione a diventare giornalisti. In altre realtà, come quella – ritorno lì – statunitense o britannica, questo è acquisito. La società multietnica è nei fatti da tempo. Sono i giovani che sanno partecipare, criticare, essere attenti, quelli che daranno un enorme contributo alla società italiana di domani”.

 

 

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