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ISIS, Libia, migranti e la reazione dell’Italia: in disaccordo con LIBERA

Il columnist Marco Pontoni scrive al Direttore in disappunto con le idee espresse da Elisabetta De Dominis nella sua column e spiega la sua visione della situazione in Medio Oriente rispetto al pericolo ISIS. Stefano Vaccara risponde di essere d'accordo e spiega anche perché La VOCE resta orgogliosa di pubblicare LIBERA  

Caro Direttore,

Scusa se entro a gamba tesa sull’articolo pubblicato su La VOCE da Elisabetta De Dominis nella sua rubrica LIBERA, la cui tesi credo di poter sintetizzare così: l’Italia è in guerra con l’ISIS, chiudiamo le frontiere e peggio per i migranti che cercano di fuggire dai loro inferni domestici sui barconi (“mors tua vita mea”, si scrive in quell’articolo!). Corollario di questa tesi è anche l’opinione espressa su Obama, considerato un pavido che non ha il coraggio di rimettere gli islamici al loro posto se non addirittura un ignorante. Il tutto detto senza portare un solo dato che aiuti il lettore a capire – se mai fosse possibile – cosa sta succedendo in quella fetta di pianeta che va dai confini con la Turchia alle coste della Libia, ma che vede coinvolte le potenze di mezzo mondo, dalla Russia all’Arabia Saudita, passando ovviamente per Europa e Usa.

Non pretendo certo la patente di esperto di questioni mediorientali, ma su alcune cose “basiche” penso di non poter essere smentito. Innanzitutto, l’ISIS o IS non sta facendo la guerra all’Occidente, per lo meno non solo all’Occidente. L’ISIS o IS di al-Baghdadi (Islamic State, la sua ultima definizione) è un gruppo islamico sunnita, in guerra da oltre due anni con il regime sciita di Bashar al Assad in Siria ma anche con gli stessi sunniti che non accettano il suo radicalismo e non condividono le sue politiche. Detto in maniera semplice: i miliziani dell’IS ammazzano volentieri anche altri musulmani, ed hanno rapporto controversi persino con la galassia di al Qaida, che non è certo composta da moderati. Quindi, bene ha fatto Obama a sottolineare come non si debba confondere l’IS con il mondo islamico tout court: sarebbe come avere confuso a suo tempo il nazismo con l’intera Europa o l’intero Occidente. Bene anche ha fatto a richiamare le Crociate, che non sono certo l’evento, anzi gli eventi, della storia europea di cui andare più fieri (ma avrebbe potuto parlare anche della riconquista della Spagna nei confronti dei Mori da parte dei re cattolici, che ebbe come prima conseguenza la cacciata di tutti gli Ebrei che vivevano nella penisola iberica).

Secondo: l’IS ha certamente approfittato del caos e del vuoto di potere venutosi a creare in certe aree del Medio Oriente a causa dell’intervento occidentale. In Iraq in seguito alla seconda guerra del Golfo, voluta essenzialmente dal governo neocon di George W. Bush, assieme al suo alleato inglese, in Libia con il rovesciamento del regime ultratrentennale di Gheddafi da parte di una coalizione di forze alla testa delle quali si è messa innanzitutto la Francia (l’Italia si è dovuta accodare, invero controvoglia). A ciò aggiungiamo gli effetti della guerra civile siriana, dietro a cui vediamo rispuntare, nella rete delle alleanze, la vecchia contrapposizione Usa-Russia tipica della Guerra fredda. Questo non significa, come qualcuno sostiene semplicisticamente, che l’IS (come i Talebani) sia una creatura dell’Occidente. Significa che ogni intervento militare produce degli effetti, e questi effetti non sono sempre prevedibili. Insomma: io non penso che ognuno debba rimanere a casa propria, voltandosi dall’altra parte quando i dittatori sterminano i loro popoli o quando si manifestano eventi epocali come le “primavere arabe”. Ma che quando si interviene in casa d’altri bisognerebbe farlo a ragion veduta e soprattutto senza avere come preoccupazione principale il mettere le mani sul “bottino” (leggasi: petrolio e lussuosi contratti per le compagnie che appaltano la ricostruzione di ciò che le operazioni di peace enforcement hanno distrutto).

Terzo: i profughi che arrivano sulle coste italiane solo in parte fuggono dai paesi interessati a ciò di cui parliamo in questo articolo. Molti di loro arrivano ad esempio dal Corno d’Africa, ovvero da Eritrea e Somalia (altre due ex-colonie italiane, osserviamo di passaggio). Perché dovrebbero pagare loro le efferatezze dell’IS? In base a qualche principio morale o a quale visione della giustizia chi fugge da una dittatura come quella eritrea dovrebbe essere lasciato a morire sulle coste libiche? Il diritto internazionale non l’ha inventato l’Italia né l’America di Obama: prevede la libertà di movimento delle persone e prevede il diritto di asilo.

E’ comprensibile che oggi molti italiani abbiano paura che mescolati ai profughi, sui barconi che approdano a Lampedusa, ci siano anche terroristi, anche se i fatti di terrorismo recenti (in Francia e in Olanda) mostrano che spesso i terroristi nascono e crescono in Europa, mentre nessuno di loro è entrato come richiedente asilo o clandestino. E’ anche comprensibile che oggi l’Islam radicale faccia paura a molti occidentali (e anche a molti musulmani, tant’è che l’Egitto è stato il primo a scendere in campo per arrestare la diffusione dell’IS in Libia). Il punto è però un altro: non dobbiamo arrenderci alla paura. Non dobbiamo rassegnarci né al “mors tua vita mea” né alla costruzione di nuovi muri (sul mare?). Dobbiamo anzi ribadire oggi più che mai i valori di libertà, giustizia, tolleranza, solidarietà, laicità che sono parte integrante della storia e dell’identità dell’Occidente. Dobbiamo, soprattutto, restare umani.

Marco Pontoni, Trento

 

Caro Marco,

Sono d'accordo con quello che descrivi sulla situazione in Medio Oriente (forse aggiungerei qualcosa sulla crescita dell'ISIS dove la CIA e soprattutto alcuni paesi arabi – Arabia Saudia, Quatar – dovrebbero spiegarci qualcosa…). Queste righe le aggiungo quindi non per replicare a te, che so che sai, ma per chi leggesse per la prima volta la VOCE di New York e non conoscesse ancora come e perché sia nato questo giornale on line. Dunque, LIBERA di Elisabetta de Dominis è una column non un articolo. La VOCE sceglie come columnist chi può assicurare opinioni indipendenti che rappresentino in un certo modo i variegati sentimenti e idee presenti nell'opinione pubblica italiana in Italia e all'estero… In questo momento, crediamo che almeno mezza Italia la pensi come Elisabetta. Il direttore de La VOCE no, ma questo non importa, la VOCE non pubblica solo quello che pensa o è "in linea" con la direzione (che noia che sarebbe) ma cerca appunto di tenere il polso sull'opinione pubblica italiana, percepirne gli umori, anticiparne i movimenti di opinione. Questa opinione di Elisabetta De Dominis sicuramente fa parte di questo tentativo, per questo giornale, di essere lo specchio libero e indipendente delle opinioni che circolano in Italia. I giornali, e questa si che è una idea "imposta" dal direttore de La VOCE, non dovrebbero imporre e chiudersi in linee rigide,  dove possono convivere solo certe idee, ma devono tentare di esporne il più possibile, poi sarà il lettore a fare una sua sintesi … Ovviamente ci sono certe regole da rispettare nell'esporre queste opinioni e, la direzione crede che LIBERA le rispetti come tutte le altre column pubblicate su questo giornale. Questa è la filosofia che riteniamo faccia de La VOCE di New York un giornale unico in italiano. Infatti non viene pubblicato in Italia, ma a New York.

svaccara@lavoceny.com

 

 

 

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