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Libertà di stampa: Nella lista mondiale del CPJ ci sono i soliti sospetti

Nella classifica annuale del Commettee for the Protection of Journalists sulla libertá di stampa e sulla tutela dei suoi operatori, i paesi piú repressivi sono quelli cha hanno occupato le parti peggiori della classifica per anni: Cuba, Corea del Nord, Eritrea, Arabia Saudita, Azerbaigian. L'Italia é ad un non invidiabile settantatreesimo posto

Il CPJ, l’associazione che da più di vent’anni fornisce i dati riguardo le situazioni nelle quali operano i giornalisti di tutto il mondo, è pronto a pubblicare il suo annuale resoconto “Attacchi alla stampa”, che sarà discusso ufficialmente il 27 aprile presso la sede delle Nazioni Unite a New York, dove emerge una cupa realtà per quel che riguarda la libertà di stampa: pochissimi sono i paesi dove i giornalisti si possono effettivamente considerare liberi, mentre la condizione di molti cronisti e corrispondenti a livello internazionale è peggiorata e continua a presentare troppi rischi per la loro incolumità.

Nella classifica delle dieci nazioni dove la censura è più pressante, il primo posto è dominato in maniera incontrastata dall’Eritrea, seguita dalla Corea del Nord e dall’Arabia Saudita; al quarto posto è presente l’Etiopia, poi in successione numerica si trovano l’Azerbaigian, il Vietnam, l’Iran, la Cina, la Birmania e, ultima in questa poco invidiabile top ten, Cuba: tutte nazioni che, sia durante lo scorso secolo, sia negli anni più recenti, hanno vissuto complicate situazioni interne o attraversato tortuosi sentieri per quanto concerne il loro rapporto diplomatico con la comunità internazionale.

I Paesi sono valutati attraverso l’uso di una serie di parametri di riferimento, tra cui l’assenza di mezzi di informazione privati o indipendenti, il monitoraggio dei giornalisti da parte delle autorità, la presenza di blocchi per l’accesso ai siti internet, il rapporto tra il governo locale e i giornalisti stranieri e l’esistenza di requisiti per condurre l'attività giornalistica. L’Eritrea, nazione che sta attraversando un delicato momento a causa dei gravi problemi che la affliggono da decenni, ha ottenuto la propria indipendenza nel 1993 e da allora, in maniera incontrastata, è governata dal presidente Isaias Afewerki, unica guida ed autentico despota della nazione africana. Durante il suo mandato, infatti, Afewerki ha disposto l’arresto di migliaia di persone, cosa che tuttora avviene sistematicamente, e ha quasi azzerato la libertà di espressione, violando tutti i diritti umani: solo ai media governativi è consentito divulgare le notizie mentre risale al 2007 l’allontanamento forzato dal suolo eritreo dell’ultimo corrispondente accreditato a livello internazionale. Questa nazione rispecchia in maniera palese la situazione di numerosi stati del continente africano, come il Sudan e la Somalia, nei quali svolgere la professione di giornalista comporta seri pericoli.

“La tecnologia ha permesso la diffusione delle informazioni, soprattutto in questi tempi, ma la censura di vecchio stampo è viva e vegeta nei paesi elencati nella lista della vergogna”: queste le dure parole di Joel Simon, direttore esecutivo del Comitato per la protezione dei giornalisti. Simon ha poi proseguito: “Sono state create nuove forme di censura più subdole e metodi per controllare le informazioni, ma non dimentichiamo che i metodi brutali che riguardano l’arresto dei dissidenti, il blocco di ogni tipo di informazione e la limitazione dell’arrivo di corrispondenti internazionali, sono pratiche ancora ampiamente utilizzate ed efficaci”. I casi dell’Eritrea e della Corea del Nord, e non solo, sono inoppugnabili esempi che avvalorano la dichiarazione di Simon: in entrambe le nazioni è quasi impossibile usufruire della connessione ad internet e l’accesso dei giornalisti stranieri è fortemente osteggiato, se non addirittura proibito; una situazione simile si può riscontrare a Cuba dove, nonostante le recenti timide aperture diplomatiche con gli Stati Uniti, internet rimane off limits per gran parte della popolazione.

In Eritrea, definita a tal proposito dall’organizzazione ‘Reporters senza frontiere’ ‘la più grande prigione dell’Africa per i giornalisti’, sono rinchiusi in prigione ventitré giornalisti; almeno otto, invece, sono i corrispondenti reclusi in Azerbaigian che, nonostante questa incresciosa circostanza, è presente dal 2001 nel Consiglio d’Europa e sarà il paese ospitante dei Giochi Europei del prossimo giugno. Quello pubblicato dal CPJ è il terzo elenco delle nazioni dove la censura è più forte, dopo quelli diramati nel 2006 e nel 2012; questa lista intende evidenziare le politiche repressive dei governi e perciò non include quelle nazioni dove le minacce principali per l’informazione sono portate da attori non statali, come i gruppi terroristici.

Dove si trova l’Italia nella classifica mondiale della libertà di stampa? Secondo l’ultimo studio dei ‘Reporter senza frontiere’, il nostro Paese occupa il preoccupante 73° posto, preceduto dalla Moldavia e tallonato dal Nicaragua: in Italia, per ‘RSF’, persistono ancora "problemi sensibili" per la libertà di informazione e nel 2014 si sono registrate centinaia di minacce di vario genere indirizzate verso i cronisti. Intollerabile nel 2015 per una nazione occidentale, che fu patria di eccelsi giornalisti come Montanelli e Brera.

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