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Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Google o Facebook

Nel suo ultimo libro Giornalismi nella rete, Michele Mezza osserva come l'informazione da professione stia diventando una pratica sociale che muta sia i giornali sia le nostre relazioni e come questo processo rischi di essere guidato solo da pochi samurai della rete, che stanno omologando il modo di parlare e pensare di milioni di persone

Michele Mezza, autore del libro Giornalismi nelle rete, editore Donzelli, in libreria dal 18 giugno 2015, ci propone un libro interessante e innovativo. E a proposito di rete e di internet, alle dichiarazioni di Umberto Eco che ha detto che "i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività", Mezza risponde così all'ANSA: "Umberto Eco dovrebbe sapere che essere sudditi è peggio che essere imbecilli. Anzi, ne è quasi sempre la premessa. Oggi il vero rischio della rete è quello di una silenziosa subalternità al potere dei pochi samurai dell'algoritmo, come Facebook o Google. Per questo, Eco farebbe meglio a usare il suo prestigio per promuovere l'autonomia del nostro mestiere di giornalisti da questi samurai, piuttosto che farsi portavoce di una casta di ex-titolari esclusivi della parola".

Il libro di Mezza si apre con una introduzione di Giulio Anselmi, basandosi su una formula molto innovativa di integrazione tra cartaceo e digitale. Attraverso l'uso continuo dei quark code e il rinvio a un sito online che viene continuamente implementato, la discussione sulle nuove frontiere del giornalismo digitale viene alimentata in modo da creare una comunità interattiva di addetti ai lavori. Michele Mezza, all’Università Federico II di Napoli, si occupa proprio di questo tema legato alle nuove professioni del vasto mondo di internet. E approfittando di questo libro molto interessante, vorrei ritornare sulla vicenda accaduta all'Università di Torino dove, durante il ricevimento della laurea honoris causa, Umberto Eco ha tenuto una lezione magistrale durante la quale ha parlato anche di social network e di internet, con un suo giudizio molto critico (e non è la prima volta) riguardo la rete. Dice Eco: “È il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottiste: come per esempio le accuse sui gesuiti sospettati di aver affondato il Titanic e ucciso Kennedy, e la costruzione di coincidenze numeriche sull’attentato delle Torri Gemelle”. La notizia fa il giro del mondo proprio con quel mezzo infernale o paradisiaco di internet.

A ciò si aggiunge anche l'enorme quantità di informazioni che girano in rete, spesso sbagliate. Forse il “grande scrittore” sente internet come un estraneo e un mezzo troppo veloce per uno come lui che si è formato in maniera molto diversa (e qui vorrei spezzare una lancia a favore dei miei colleghi, che hanno un codice deontologico e una formazione professionale: la gran parte sicuramente non si ferma “a una chiacchierata al bar dello sport” e fa girare false notizie, ma verifica le fonti, si documenta e si accerta). Ma la domanda che mi pongo da tempo è: l’era digitale di internet ci rende più informati o più ignoranti? Umberto Eco, non si discute, evidentemente ha soltanto colto quell’aspetto anarchico di poter parlare, a spada tratta, di chicchessia in maniera molto veloce.

Ritorniamo al libro di Michele Mezza, scrittore, giornalista che, per una vita ha lavorato in RAI, girando mezzo mondo, ora impegnato in questa nuova avventura.

Il tuo nuovo libro sottotitola "per non essere sudditi di Google o Facebook"…

t1Non è solo un libro, ma un sistema multimediale composto oltre che dalla versione cartacea da un sito in continuo aggiornamento, una pagina Facebook su cui raccolgo contributi e osservazioni e un sistema a “realtà aumentata” che permette con uno Smartphone di vedere filmati e documenti in originale. Una scelta di linguaggio in coerenza al tema che affronto: come l'informazione da professione stia diventando una pratica sociale che muta sia i giornali, ma anche tutte le nostre relazioni e come questo processo rischi di essere guidato solo da pochi samurai dell'algoritmo che stanno omologando il modo di parlare e pensare di milioni di persone. Il sottotitolo del libro è infatti: per non essere sudditi di Facebook e Google.

Qual è la tua riflessione riguardo la dichiarazione di Umberto Eco sui social e internet?

Sono rimasto davvero sorpreso dalla superficialità e anche dall'abbaglio che un grande intellettuale della comunicazione come Eco ha manifestato con questa dichiarazione. Sembra che lui intenda internet come un media, un surrogato di Tv e Giornali, che permette a tutti di andare in scena. Internet invece, ci spiegano i suoi esperti, è innanzitutto una protesi della vita dell'uomo, un modo di avere relazioni, di lavorare e di pensare: è come la voce, o la piazza, dimensioni e funzioni della vita. Dentro alla vita c'è ovviamente tutto, i belli e i brutti, gli intelligenti come Eco e gli stupidi. Il dato importante è che, grazie alle relazioni che possiamo costruire con tutti, arricchiamo il nostro sapere e produciamo straordinariamente più creatività. Per questo il rischio non sono gli imbecilli, ma i sudditi, ossia coloro che accettano supinamente che la rete si identifichi con pochi imperi dell'algoritmo che uniformano il senso comune, il linguaggio e le culture.

Sul web ci sono milioni di giornali online. Qual è la giusta ricetta per un giornale online attendibile?

Di non essere un giornale. Mi rendo conto che sembra una battuta, ma non lo è: in rete penso che sia un errore riprodurre le stesse forme e meccaniche dell'oggetto giornale. La rete è un ambiente di abbondanza di informazioni e saperi. Quello che appare utile è la capacità di selezionare e commentare più che di produrre e impaginare. In rete si lavora con i saperi altrui, e si lavora in velocità. La decisione di grandi giornali, come Il New York Times e il The Guardian, di cedere a Facebook le proprie notizie dimostra che i migliori capiscono che non possono rimanere eguali a se stessi. Il rischio semmai, e torno sull'idea dei sudditi, è quello che Facebook trasformi tutti i contenuti in flusso, tutte le notizie in un unico getto che ci insegue sulle pagine del social network a seconda dei profili e dei tempi che elabora Facebook che diventerebbe l'edicola globale.

Sei al tuo secondo libro che con il QR code, ci hai preso gusto?

È una risorsa straordinaria e rilancia la carta come piattaforma competitiva. Permettere ai lettori di vedere filmati o documenti originali, che io cito direttamente sulle pagine del libro, con un normale smartphone estende le possibilità di comunicazione. Inoltre con i QR code che si collegano al sito del libro posso aggiornare dati e opinioni del libro in permanenza rendendolo sempre attuale.

Dopo tanti anni di televisione e radio in RAI oggi, oltre a misurarti da scrittore, a cosa ti stai dedicando?

Diciamo che avendo concluso la fase di produzione sono passato in seconda linea e sto lavorando a format nuovi di insegnamento all'Università Federico II di Napoli. L'idea che stiamo sviluppando, con il Rettore Manfredi e il Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali Amaturo, mira a creare un nuovo spazio dove far convergere filosofia, matematica, sociologia e informatica per disegnare nuove figure professionali capaci di selezionare e valutare gli algoritmi dal punto di vista valoriale e del linguaggio senza farsi condizionare dal determinismo tecnologico.

 

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