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Essere o non essere cameriera o giornalista? Questo il dilemma

Appartengo alla generazione che fugge via dall’Italia pretendendo di fare il lavoro per cui ha studiato e anche a quella che, restando, rinuncia quotidianamente a una parte della propria dignità ricevendo 5 euro per un articolo o addirittura lavorando gratis. Alla mia età un giornalista guadagna meno di un cameriere facendo le stesse ore di lavoro. Arrendersi? Nati nel momento sbagliato?  Già, però pensando ai sacrifici dei miei nonni...

Ogni giorno la stessa domanda. Ogni giorno qualcuno mi ricorda, pur cercando io di non pensarci, che sono una giornalista. Ogni mattina mi sveglio alle 7 e invece di leggere il giornale preparo cappuccini e caffè per i turisti della riviera adriatica. A loro a pranzo servo tortellini e code di rospo, bignè e angurie. La sera invece di condurre il telegiornale, alle 8 le mie braccia poggiano a tavola seppie ripiene e dessert. Ogni giorno almeno un turista, che soggiorna nell’hotel in cui lavoro da giugno, mi chiede cosa faccio nella vita: se quello della cameriera sia il mio lavoro a tempo pieno. 

Domande di fronte a cui la mia mente inizia ad arretrare e la mia bocca ad emettere frasi vaghe, indefinite, sperando che non arrivi quella decisiva che mi obbligherà a dire la verità. Invece, puntuale come un orologio svizzero, giunge la domanda fatidica e la mia risposta, oramai diventata un libro che si apre e si chiude il più velocemente possibile. “In realtà sono una giornalista – dico osservando i volti straniati delle persone – e sono diventata professionista tre giorni prima di iniziare a portare piatti e bicchieri per la stagione estiva 2015”. La reazione più frequente è l’incredulità, subito dopo seguono incomprensione e pena. In molti, in realtà, provano tenerezza per la povera ragazza che, oramai ventottenne laureata e abilitata, invece di avere una carriera avviata, come succede ai nostri coetanei nel resto del mondo, è ancora indecisa se valgano più i soldi o il titolo di studio. Nessuno riesce a mostrarmi la rabbia, quella che provo io per non essere ancora riuscita a capire a ventotto anni come poter far convivere in Italia le due cose: uno stipendio degno di questo nome e la propria preparazione universitaria e lavorativa di giornalista.

Appartengo alla generazione che fugge via dall’Italia pretendendo di fare il lavoro per cui ha studiato e anche a quella che, restando, rinuncia quotidianamente a una parte della propria dignità ricevendo 5 euro per un articolo o addirittura lavorando a gratis. La mia è la generazione che nonostante gli appellativi di "choosy" e "mammoni", straccia il proprio titolo di studio e fa qualsiasi lavoro pur di andare avanti. Persi tra le speranze e il pane, noi “ciovani” siamo quelli continuamente spaventati di rimanere confinati nel tunnel del lavoretto, del tappabuchi, nella veste del cameriere con cui la mia generazione si è mantenuta gli studi, ha costruito progetti di lavoro e di vita. L’ansia di restare chiusi nel lavoro di ripiego è tanta quanta la paura che tutti i sogni costruiti negli anni siano solo illusioni destinate a soccombere sotto la realtà. Per anni ci hanno illusi che potessimo scegliere la facoltà che più ci piaceva, per anni non sono state fatte politiche che aiutassero gli studenti delle scuole superiori a scegliere la propria strada, né i laureati a inserirsi nel mondo del lavoro. 

Ci sono facoltà come quella di medicina che invece queste politiche le ha sempre attuate. Qualcuno potrebbe non essere d’accordo con la selezione fatta attraverso il numero chiuso, che purtroppo in Italia diventa troppo spesso serbatoio di raccomandazioni. Tuttavia, questo sistema ha permesso ai laureati in medicina di coronare sempre il proprio sogno e invece la mancanza di questo sistema ha condannato avvocati, giornalisti, insegnanti e commercialisti a farsi la guerra per pochi spiccioli e a illudersi per anni di poter diventare quello per cui avevano studiato. 

Alla mia età un giornalista guadagna meno di un cameriere facendo più o meno le stesse dieci-dodici ore di lavoro. Eppure, per essere giornalisti bisogna aver superato un percorso di formazione universitaria e un’abilitazione professionale, per fare il cameriere no. Questo non significa che i camerieri se la passino così bene. Nel mondo della ristorazione lo sfruttamento è pari a quello delle miniere con la differenza che divise e clienti rendono la fatica più edulcorata ed elegante.

Un tempo i lavori più retribuiti erano quelli più qualificati, oggi succede il contrario. Nessuno nega l'importanza o non riconosce il merito di un idraulico, un meccanico, un cuoco o un cameriere. E il giornalista? Che ruolo ha nella società, serve ancora a qualcosa? Il problema della crisi del giornalista come figura professionale, immersa nel nuovo mondo di internet, e come lavoratore o lavoratrice, vittima della crisi dei diritti del mondo del lavoro, è un tema grande, profondo, complesso e difficile da racchiudere nello sfogo di una giornalista-cameriera. Editoriali, approfondimenti e saggi hanno cercato di venirne a capo: non ci sono riusciti. Non ci riuscirò nemmeno io in queste poche righe. 

Molto spesso per cercare di evadere da questa situazione di perenne precarietà e mancanza di speranza noi “ciovani” diciamo che siamo nati nel momento sbagliato. Allora io penso a mio nonno che è tornato a piedi dalla Russia per scappare dalla guerra o a mia madre che mangiava una volta al giorno. Penso a tutte le generazioni che ci hanno preceduto e ritengo che ognuna di esse non sia stata più o meno fortunata della nostra, ma semplicemente abbia avuto altri problemi. Se mio nonno è riuscito ad attraversare chilometri di neve per tornare a casa, la mia generazione non può lamentarsi, può solo tenere duro. Farlo significa vestire i panni di altre persone e anche di altri mestieri, quello che in fondo è il ruolo del giornalista: immedesimarsi nell’altro per poi raccontarlo. 

Così tra una carbonara e un babà penso che ogni generazione abbia lottato per qualcosa: la pace, la libertà, le mille lire, i diritti. A noi, laureati e abilitati, spetta il compito di resistere e ricostruire il lavoro che abbiamo sempre sognato.

lisa*Lisa D'Ignazio è nata e cresciuta in un paesino dell'Abruzzo dove non c'erano le strade asfaltate. Si è laureata dall'Università de L'Aquila in lettere sopravvivendo al terremoto. Ha scritto e lavorato per giornali e tv locali, ha una specializzazione in giornalismo dall'Istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. Nel 2014 ha completato uno stage alle Nazioni Unite scrivendo per La VOCE di New York. Nel 2015 è diventata giornalista professionista. Crede nel giornalismo libero e indipendente e non molla il suo sogno di lavorarci 

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