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Truth, il film dell’esordiente James Vanderbilt

La controversia giornalistica che smascherò il tentativo (riuscito) di George W. Bush di evitare il Vietnam nel nuovo Truth dell’esordiente James Vanderbilt, un film che si inserisce nel filone di grandi capolavori del cinema americano sfornati sull'onda del filone "giornalismo investigativo". Un lungometraggio nel complesso non perfettamente equilibrato, ma che sarebbe un peccato non vederlo agli Oscar o ai Golden Globe

Il giornalismo investigativo è da sempre stato uno degli spunti più fruttuosi del cinema americano “impegnato”, quello che attraverso tali storie vuole ancora oggi raccontare le contraddizioni sia del nostro presente che del recente passato. Attraverso tale volontà nel corso degli anni sono venuti fuori una serie di grandi capolavori, tra cui vogliamo citare almeno All the President’s Men (Tutti gli uomini del presidente, 1976) di Alan J. Pakula e The Insider (Insider – Dietro la verità, 1999) di Michael Mann.

Di questo filone fa parte il nuovo Truth dell’esordiente James Vanderbilt, film che racconta la controversia relativa alla puntata di 60 Minutes che smascherò il tentativo (riuscito) del Presidente George W. Bush di evitare il Vietnam all’inizio degli ani ’70 “imboscandosi” nella Guardia Nazionale. Dopo che alcuni documenti portati come prova a carico risultarono di dubbia veridicità, la campagna volta a screditare l’indagine portò al licenziamento della producer Mary Mapes e soprattutto al ritiro forzato della leggenda del giornalismo Dan Rather.

Basato sul libro-verità Truth and Duty: The Press, The President And The Privilege Of Power, scritto dalla stessa Mapes, il film propone allo spettatore delle questioni molto interessanti dal punto di vista etico-civile, molte delle quali non sempre di facilissima lettura. La volontà di raccontare i fatti nella maniera più obiettiva possibile incanala Vanderbilt dentro una struttura narrativa che non vorrebbe prendere una posizione sulla vicenda, almeno negli eventi raccontati.

t1Se la sceneggiatura infatti non esita a mettere in evidenza anche le falle dell’indagine giornalistica con cui venne costruita la puntata di 60 Minutes messa in discussione, la messa in scena invece in più di un’occasione accentua con un minimo di retorica l’ardore civile che mosse le azioni del team predisposto a indagare sulla vicenda. Questa discrepanza tra gli eventi e il modo in cui vengono raccontati spesso rendono Truth un lungometraggio non perfettamente equilibrato, che tende qualche volta a “glorificare” delle figure che, a prescindere dalla buona fede e dalle motivazioni assolutamente condivisibili da cui erano mossi, hanno comunque commesso degli errori piuttosto evidenti. Se la storia rimane comunque molto interessante nei dilemmi che propone, un approccio più distaccato nel metterla in scena ne avrebbe probabilmente aumentato la forza propositiva.

Per quanto riguarda la coppia di attori protagonisti, composta da due mostri sacri come Robert Redford e Cate Blanchett, è la misurata compostezza del primo alla fine a rimanere maggiormente impressa. L’attrice australiana, pur sicuramente efficace, in alcuni momenti scivola forse in un certo compiacimento espressivo, dove invece Redford mantiene una misura e una semplicità ammirevoli.

Sarebbe un enorme peccato non vederlo competere per le prossime nomination all'Oscar e al Golden Globe.

Truth uscirà in Italia il 1 gennaio 2016, mentre negli Stati Uniti arriva in sala questo weekend.

Guarda il trailer del film>>

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