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In Egitto la libertà di stampa all’ultimo respiro

Ancora arresti tra le proteste mentre il regime di al-Sisi continua ad intimidire i giornalisti senza più freni

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La protesta dei giornalisti egiziani al Cairo davanti la sede del loro sindacato, dopo gli ultimi arresti (Ph. VNY)

Dopo gli ultimi assalti giudiziari, migliaia di giornalisti si sono riuniti davanti all’ingresso del Sindacato per chiedere ancora le dimissioni del Ministro degli Interni Ghaffar, il rilascio immediato dei giornalisti detenuti e maggiori misure di protezione per i reporter. Ma il regime sembra ormai scatenato

L’Egitto prosegue il suo assalto verso la libertà di stampa. Si è svolto in data 4 giugno il processo ai tre sindacalisti Yahia Galash (Presidente del sindacato dei giornalisti egiziani) Khaled Elbalshy e Gamal Abdel Rahim, arrestati il 29 maggio con l’accusa di aver divulgato false notizie a riguardo del blitz della polizia contro il sindacato avvenuto lo scorso 1 maggio, durante il quale 40 agenti armati hanno attaccato la sede del Sindacato per la prima volta dalla sua istituzione, nel 1941, colpendo giornalisti e guardie della sicurezza. Questi scontri hanno inoltre già portato all’incarcerazione di Amro Badr e Mahmoud Al-Saqqa che sono tuttora detenuti nel carcere di Tora con l’accusa di aver formato una coalizione volta a rovesciare il governo, incitato alla violenza e divulgato il falso.

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La folla di giornalisti egiziani uniti nella protesta (Ph. VNY)

In seguito alle proteste, il 4 maggio migliaia di giornalisti si erano riuniti davanti all’ingresso del Sindacato per chiedere le dimissioni del Ministro degli Interni Ghaffar, il rilascio immediato dei giornalisti detenuti e maggiori misure di protezione per i reporter.

I tre sindacalisti arrestati il 29 maggio hanno rifiutato di pagare la cauzione di 10 000 dollari egiziani (corrispondenti a 1123 USD) definendo il procedimento incostituzionale e giustificando così la loro decisione al quotidiano indipendente “Al Masry el Youm”: “Non pagheremo la cauzione perché vogliamo che quanto accaduto finisca nelle mani dei giudici, in modo che facciano piena luce sulla vicenda”. Il processo, però, si è rivelato piuttosto deludente: dopo non più di pochi minuti i tre uomini sono stati rilasciati su cauzione fino alla nuova udienza prevista per il 18 giugno. Nel frattempo, l’avvocato alla difesa Ahmed Abdelnaby sta premendo per ottenere il permesso di visionare nuovamente i documenti d’accusa contro i propri clienti, affermando: “Non dobbiamo lasciare passare questo episodio. Le accuse non sono basate su prove reali”.

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I giornalisti egiziani davanti la sede del loro sindacato a Il Cairo con la penna in alto in segno di protesta (Ph. VNY)

Magdalena Mughrabi, Vicedirettore ad interim del settore Nord Africa e Medio Oriente di Amnesty International, commentando quanto accaduto ha dichiarato che “accusare le principali cariche del sindacato è un chiaro segnale del fatto che le autorità intendono punire coloro che esprimono dissenso verso il Governo. Così facendo, mirano a intimidire i giornalisti per ridurli al silenzio. È necessario un rilascio immediato dei reporter coinvolti e il ritiro di tutte le accuse – continua la Mughrabi – poiché l’attacco al sindacato è stato un atto senza precedenti, il più violento nel paese da decenni. Pare che le autorità egiziane siano pronte a infrangere le loro stesse leggi per eliminare i dissidenti”.

Sulla stessa linea si è posta la Commissione per la Protezione dei Giornalisti (CPJ). Sherif Mansour, Coordinatore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa della CPJ, ha infatti dichiarato: “Qallash, Elbalshy e Rahim sono stati imprigionati per aver cercato di difendere la trasparenza dei media egiziani da un brutale apparato di sicurezza. La Commissione invita le autorità a ritirare immediatamente le accuse e invoca la fine delle persecuzioni contro la libertà di stampa”.

Secondo le statistiche nel 2015 l’Egitto è stato il paese con il maggior numero di arresti in ambito giornalistico. Ad oggi almeno 20 reporter sono in stato di reclusione per aver compiuto in modo libero e legittimo la loro professione.

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