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Zelig Trump alla corte del New York Times

Il presidente eletto va nella tana del "nemico" e tenta di apparire moderato

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Donald Trump durante la conversazione con il proprietario del New York Times Arthur Sulzberger Jr. e i suoi giornalisti (Photo: Hiroko Masuike/The New York TImes/AP)

Aver letto le risposte di Donald Trump al New York Times, che fino al giorno prima era un giornale "decaduto e ormai fallito", non tranquillizza affatto. Trump è, nel migliore dei casi, una specie di Zelig, che pur di farsi piacere imita il suo interlocutore, fino a essere tutto e il suo contrario. L'occasione perduta di non averlo inchiodato sul First Amendment

Bisogna leggere per intero il trascritto dell’intervista di Donald Trump al New York Times. Leggetelo dalla prima all’ultima riga, ne vale la pena. Capire come il presidente eletto risponde, o meglio non risponde, a certe domande  dei giornalisti del NYT che avrebbero potuto essere, in certi casi, più insistenti nel pretendere risposte definitive da Trump.

Avrete già letto o sentito dalle tv che Trump, andando nella tana del “nemico”,  avrebbe “tranquillizzato”  tutti su alcune sue precedenti dichiarazioni estremiste. Vuol cancellare la partecipazione degli USA dal trattato sui cambiamenti climatici? “Resto con la mente aperta…”. Immigrazioni? “Farò una legge giusta che soddisferà tutti…”.  Incriminare Hillary Clinton? “I Clinton hanno sofferto abbastanza per questa campagna elettorale. Il paese deve guardare avanti. Abbiamo problemi più importanti…”. La tortura?  “Non serve…”  Qui Trump non cambia idea perché torturare è un crimine internazionale, ma perché il generale che forse diventerà il suo Segretario alla Difesa, gli ha assicurato che con “un pacco di sigarette e due birre” si fa parlare meglio i prigionieri… Poi un passaggio importante: quello sugli estremisti, i White Supremacist che proprio a Washington lo scorso week-end hanno inneggiato a Trump col saluto nazista. “Non li appoggio e non voglio che si sentano caricati da me. Se adesso si sentono così esaltati, cercherei di capire perché…”. La nomina di Steve Bannon? “Lui non è come lo descrivete. Se fosse un razzista e mi desse consigli sbagliati, lo ignorerei e lo licenzierei. Ma lui non è la persona che avete descritto”. Breitbart? “E’ solo una pubblicazione, come il NYT, magari solo più di destra…”.

Su tutti questi passaggi, come potrete vedere voi stessi se leggete il trascritto completo, Trump non ha dato mai risposte definitive. Ha accennato a quello che i suoi interlocutori volevano sentirsi dire, ma allo stesso tempo non hai mai chiuso la porta definitivamente sulle sue posizioni del recente passato. Come per il trattato sul cambiamento climatico, dove ad una serie di domande, ha sempre detto che resta con “la mente aperta” perché ci sono altre persone che la pensano diversamente ricordando al columnist Thomas Friedman che gli aveva fatto la domanda che “il giorno più caldo è stato nel 1890… Bisogna  mettere le nostre aziende in grado di competere”.

Aver letto questa intervista al New York Times, che fino al giorno prima era un giornale “decaduto e ormai fallito” e che poi d’incanto per Trump diventa “un gioiello”, a noi non tranquillizza affatto. Al contrario ci conferma che Trump è, nel migliore dei casi, una specie di Zelig, quel personaggio di un famoso film con Woody Allen. Già un uomo camaleonte,  che pur di farsi piacere imita il suo interlocutore, fino a essere tutto e il suo contrario. Parli con i giornalisti del NYT? Diventi “politically correct” e stai attento a non esagerare e apparire moderato. Ma quando sarai nell’ufficio ovale circondato dal tuo vicepresidente o il tuo ministro della giustizia e il tuo consigliere strategico? Quali idee piaceranno a Donald Zelig Trump?

Quello che ci ha più deluso del passaggio di Trump al NYT, è stata proprio l’occasione persa dai giornalisti dell’ormai ex più autorevole giornale del mondo. Già proprio loro, che hanno mancato l’occasione per pressarlo su un aspetto fondamentale delle sue idee, che avrebbe potuto definitivamente (come se ce ne fosse ancora bisogno) mettere in luce il carattere autoritario e liberticida di Trump: il suo attacco al First Amendment, il cuore della Costituzione americana.

La domanda è stata fatta, ma solo alla fine, quando ormai, secondo il trascritto, il tempo era scaduto e non c’era più tempo per le repliche. Domanda lasciata fare al CEO del NYT, quindi alla proprietà del giornale, come se appunto fosse solo una questione aziendale, “economica”, e non di libertà e democrazia. Ecco come è andata, rileggiamo il passaggio:    

ARTHUR SULZBERGER Jr: So, I, with apologies, I’m going to go to our C.E.O., Mark Thompson, for the last, last question.

TRUMP: Very powerful man …

MARK THOMPSON: Thank you, and it’s a really short one, but after all the talk about libel and libel laws, are you committed to the First Amendment to the Constitution?

TRUMP: Oh, I was hoping he wasn’t going to say that. I think you’ll be happy. I think you’ll be happy. Actually, somebody said to me on that, they said, ‘You know, it’s a great idea, softening up those laws, but you may get sued a lot more.’ I said, ‘You know, you’re right, I never thought about that.’ I said, ‘You know, I have to start thinking about that.’ So, I, I think you’ll be O.K. I think you’re going to be fine.

SULZBERGER: Well, thank you very much for this. Really appreciate this.

TRUMP: Thank you all, very much, it’s a great honor. I will say, The Times is, it’s a great, great American jewel. A world jewel. And I hope we can all get along. We’re looking for the same thing, and I hope we can all get along well….

Assolutamente deludente. Trump nella risposta (che si traduce così: mi piacerebbe limitare le libertà finora garantite dal primo emendamento alla libertà di stampa ed espressione, ma poi alcuni avvocati mi hanno spiegato che potrei anche io pagarne le conseguenze in tribunale, allora ci sto ripensando…). Ancora più deludente come lo staff del New York Times ha  sciupato l’occasione per mostrare al mondo Trump per quello che è: il capo del “trumpismo”,  un movimento illiberale e pericoloso per la democrazia, che dal 20 gennaio del 2017, se ne infischierà di quello che è stato solo accennato nella editorial room del New York Times e che pretenderà  invece che il suo duce cominci a realizzare le promesse.

Nell’editoriale della proprietà del New York Times, pubblicato dopo l’incontro, forse Arthur Sulzberger Jr. e il suo staff devono aver intuito che avevano steccato una grande occasione giornalistica. In quell’editoriale, la proprietà del NYT  scrive che la dottrina reganiana “trust and verify” che si applicava con i sovietici, con Trump bisogna ripeterla ma solo col “verify”, del “trust” (averne fiducia) è impossibile.

Peccato, il Primo Emendamento doveva essere tra le questioni centrali, e Trump doveva essere messo alle corde. Magari ricordando proprio la storica sentenza del 1964, quella con cui favorendo il New York Times, la Corte Suprema  degli Stati Uniti decretò una volta per tutte l’importanza di proteggere i giornali dalle intimidazioni del potere, per il benessere e la sopravvivenza della democrazia. Peccato, una occasione mancata dal quarto potere per far capire che vuol restare tale. Soprattutto nell’era di Trump.

ps

Per fortuna che sul NYT si da spazio ancora a columnist come Charles Blow che sono pronti a difendere il ruolo del giornalismo in situazione come queste.

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