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Miroslava Breach e quel coraggio di morire una volta sola

In memoria della giornalista messicana assassinata mentre andava a prendere il figlio a scuola

Miroslava Breach

Lo dicevano Borsellino, uno dei "Magnificent Seven" e Shakespeare che chi ha paura muore ogni giorno e chi non ne ha muore una volta sola. L’avrà avuta eccome, paura, la giornalista messicana Miroslava Breach; ma ci sono momenti nella vita in cui la paura di quello che può accadere è minore di quella che si ha se si tradisce la propria coscienza

Per Luigi Barzini junior fare il giornalista è meglio che lavorare. Non in Messico; di questi tempi, almeno. Miroslava Breach 54 anni, va a prendere il figlio a scuola a Chihuahua, Messico. Fa appena in tempo a risalire sull’automobile, non l’ha ancora messa in moto, e un killer spuntato dal nulla, in rapidissima successione le scarica otto colpi di pistola. Per Miroslava non c’è scampo. Gliel’avevano giurata sei mesi prima. Minacce inequivocabili: “Ti abbiamo ucciso” ,le avevano fatto sapere. La stessa fine di Cecilio Brito e Ricardo Cabrera, massacrati nel marzo scorso; la stessa fine, dal 2000 a oggi, di altri 120 giornalisti messicani. Si sa benissimo chi ha voluto la loro morte, i sanguinari e potenti cartelli dei narcos che da anni infestano il Messico. Delitti tutti rimasti impuniti. Come quello di Miroslava.

Già: perché quella donna che è andata a prendere il figlio appena uscito da scuola nel quartiere di Las Granjas, Chihuahua, Miroslava, è una giornalista. Dicono che non aveva paura; che nonostante le minacce, caparbia continuava il suo lavoro di sempre: scrivere articoli che a tanti davano fastidio, e a qualcuno la speranza che le cose, un giorno, potevano cambiare. Chissà, se davvero non aveva paura. Come si fa a non averne, in Messico, se si fa il giornalista come lo facevano Brito, Cabrera e gli altri 120 uccisi? Certo che anche Miroslava avrà avuto paura. Non averne è da irresponsabili; e Miroslava irresponsabile non era. La collezione dei suoi articoli su “La Jornada”, il quotidiano per cui lavorava, lo documenta. L’avrà avuta eccome, paura; ma avrà anche pensato che a volte, nella vita, capita di dover fare le cose giuste, e non le sagge. Che ci sono momenti, situazioni, in cui la paura di quello che può accadere è minore di quella che si ha se si tradisce la propria coscienza.

Paolo Borsellino, il giudice di cui il 19 luglio ricorre il 25esimo anniversario dell’uccisione, diceva che “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Frase che si ritrova in un film del 1969, “Guns of the Magnificent Seven”, sequel del più celebre e riuscito “The Magnificent Seven”. La pronuncia, in spagnolo, George Kennedy, dopo che ha liberato, quando si dice la coincidenza, una comunità di messicani oppressa dal cattivo di turno. Chissà: allo sceneggiatore del film sarà rimasta una eco del “Giulio Cesare” di Shakeaspeare: “I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta sola”.

Torniamo a Miroslava. Pare sicuro che il delitto sia stato commissionato da Carlos Arturo Quintana, detto “El 80”, un tagliagole responsabile de “La Linea”, braccio armato del cartello di Juarez. Vicino al corpo di Miroslava hanno trovato una “cartulina”, secondo la polizia è la “firma” di chi ha ordinato il delitto: un modo di far sapere con chi si ha a che fare, e di avvertire gli altri colleghi di Miroslava. Vai a sapere se invece non è un depistaggio, un modo per addossare la responsabilità del delitto a qualche rivale che fa “ombra”: due piccioni colti con la classica fava. Perché i colleghi di Miroslava (e la collezione dei suoi articoli) dicono che la giornalista pestava i piedi a tanti: si occupava di riciclaggio, pozzi d’acqua illegali, infiltrazioni delle gang nei municipi, collusioni tra politici e trafficanti.

Del resto, perché ai giornalisti dovrebbe essere riservata una sorte diversa e migliore, in un paese che registra una media di sette desaparecidos al giorno? I loro corpi li sciolgono nell’acido, o si interrano in fosse comuni, li abbandonano in sacchi dell’immondizia nelle discariche, li fanno a pezzi e te li fanno trovare nelle celle frigorifere… Chi lavora per fare un po’ di luce in questo orrore – e questo faceva Miroslava  – è come se si punti da solo una pistola alla tempia: prima o poi, il proiettile esplode. Certo che Miroslava sapeva a quali rischi andava incontro. Sapeva che non c’era nessuno a proteggerla; sapeva che tanti suoi colleghi hanno fatto la fine che hanno fatto; che per lei era questione di tempo. Sapeva che è in corso da anni una feroce lotta per il controllo della droga e delle reti di contrabbando. E che in quel “tutti contro tutti” si finisce inghiottiti e perduti.

Sapeva tutto, Miroslava; e però ha deciso di andare avanti: “un hombre valiente muere una sola vez, un cobarde muchas veces”; chissà, forse se lo sarà ripetuto anche lei. Si dice di qualcuno con la schiena dritta: “Hombre vertical”. “Mujer vertical”, nel caso di Miroslava, morta uccisa a 54 anni, mentre andava a prendere il figlio a scuola. Almeno cerchiamo di non dimenticarla.

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