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L’Italia sfruttata da giornalisti-artisti che si credono Dei

Che tapini gli Italiani, studiano e lavorano per arricchire dei servi che recitano per i potenti

Bruno Vespa

Bruno Vespa nel 2012 al Festival Internazionale del Giornalismo (Foto Wikimedia Commons)

Che scandalo i soldi che la Rai continua ad elargire a chi non li merita, come all' "artista" Bruno Vespa, mentre l'Italia è al collasso. Siamo ritornati al caos primordiale da cui eravamo partiti alla fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo, con la differenza che allora c’era il fervore dell’inizio, ora il presagio della fine. Cosa potrebbe salvarci?

Un Paese d’artisti, l’Italia. Funzionari della politica, pagati qualunque prezzo dalla Rai, televisione di Stato. Un Paese di politici, l’Italia. Pagati dallo Stato per governarci recitando. Un Paese di tapini, i rimanenti italiani che devono studiare e lavorare. Un Paese mitico, dove i furbi si spacciano per dei o quantomeno eroi ed esigono di essere adorati e omaggiati con lauti stipendi. Mentre il Paese è al collasso.

Finalmente il settantaduenne Bruno Vespa, che ancora conduce la trasmissione “Porta a Porta” su Rai 1 dal 1996, ha confessato: non sono un giornalista, ma un artista. Da anni pensavamo scherzasse, per non dire che ci prendesse in giro con le sue trasmissioni pelose verso i potenti di turno. Democristiano, berlusconiano, ha saputo recitare sempre alla bisogna, da cui derivava un compenso autoreferenzialmente stimato. Ma i dirigenti rai non hanno mai avuto nulla da obiettare. Nemmeno quando, due anni fa, sistemò servilmente in poltrona i familiari di Vittorio Casamonica, padrino rom romano. Aveva fatto un rapido calcolo: solo a Roma ci stanno circa 8 mila rom, meglio tenersi buoni anche loro. In verità è proprio un artista: a forza di stare al servizio di chi conta, ha assunto la medesima postura di Lurch, il maggiordomo della famiglia Addams. Quindi a lui non va applicato il tetto di 240 mila euro l’anno, lui vale cinque volte di più: 1 milione 200 mila euro. Che nessuno tocchi lo stipendio a questo miserabile! Guardarlo e provare una sensazione di profonda miseria per la sua condizione è tutt’uno. Poveretto, la sua anima è morta. Come quella di Lurch, che ogni notte va a dormire nella cassa da morto, a simboleggiare che è un morto vivente.

Poi, nell’ordine: il prode direttore rai Campo dall’Orto si è dimesso, ma non lo ricorderemo, se non per gli stipendi milionari assegnati ad artisti vari ed eventuali. L’ex direttore Gubitosi, dopo tre anni di prodezze che solo lui sa, insieme ad altri due prodi, cercherà di salvare l’Alitalia in sei mesi: percepiranno uno stipendio collettivo di 10 milioni. Se questi non sono dei, cosa sono? Eppure non sono immortali e anche loro un giorno moriranno, come tutti i comuni mortali. Né sono eroi, perché sono dei codardi, pronti a rinnegare perfino la propria professionalità – Vespa finora si spacciava per giornalista conduttore – pur di accumulare soldi dello Stato, quindi versati dai contribuenti italiani. Ci sono molti modi di sottrarre denaro, più o meno volgari, più o meno sanzionati dalla legge, ma ugualmente eticamente riprovevoli. Vespa ha una cosa in comune con i Casamonica: l’etica sotto i tacchi. Poi ha il coraggio – si fa per dire – di mostrare in tv le stragi di esseri umani con retorica buonista. Sottrarre soldi allo Stato, che potrebbero creare posti di lavoro, significa portare via il pane alla gente, farla morire. Per carità, non è l’unico miserabile d’Italia, l’elenco sarebbe ben lungo. E’ solo l’eccezione che conferma la regola.

“Italia Mia” è il titolo dato quest’anno a “è Storia”, festival internazionale della Storia, che si svolge a Gorizia da tredici anni. Venerdì Marcello Veneziani ha discusso con Guidi Formigoni e Agostino Giovagnoli se l’Italia è alla terza repubblica. Posto che vi è un vizio d’origine, perché non è stato concepito il sistema dei partiti dentro la Repubblica ma la Repubblica all’interno dei partiti, la nascita dell’Italia repubblicana non è stata accompagnata dall’idea dell’Italia. Ne è derivato uno scarso senso dello Stato che ha prodotto ostilità e conflittualità nei confronti del sistema pubblico. Non è stato coltivato il senso di appartenenza, l’amor patrio e si è formato un matriottismo di Stato. Siamo dei mammoni che per essere nutriti ad oltranza hanno ucciso il padre e poi invocano un leader/monarca che salvi il Paese. Siamo ritornati al caos primordiale da cui eravamo partiti alla fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo, con la differenza che allora c’era il fervore dell’inizio, ora il presagio della fine. Cosa potrebbe salvarci? Il mito dell’Italia, nata come nazione culturale prima che politica. La sua capacità di legittimarsi attraverso le sue eccellenze. Dall’arte alla moda, alla cucina all’artigianato, al design… Ma prima eliminiamo i falsi artisti che si credono dei.

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