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Il capo dei capi e la deontologia professionale

Dalla copertura della morte del mafioso Totò Riina a quella delle aspiranti attrici sedotte e abbandonate, giornalismo inadeguato

L’esercizio del diritto insopprimibile della libertà di informazione è limitato dall’obbligo inderogabile del rispetto sostanziale dei fatti. Rina è stato il capo dell’Italia? Ci sono dei giornalisti che parlano e scrivono come gli conviene. Perché vendono di più i loro giornali o perché ricevono delle prebende

“La vita del capo dei capi si sta spegnendo…” così ha aperto il tg2 della Rai, giovedì 16 novembre, la voce accorata di una giornalista. Oddio – penso – cos’è successo a Berlusconi? Ma subito dopo sento: “Totò Riina è ancora il capo indiscusso di Cosa Nostra”. L’Italia è Cosa Nostra? Cosa di Riina? Ma questa redazione giornalistica di certo non sa cosa sia la deontologia professionale, eppure si tratta di giornalisti dipendenti dalla tv di Stato che noi paghiamo.

I giornalisti si devono attenere al codice deontologico del Testo Unico dei Doveri del Giornalista. Si tratta di un codice etico che delinea il comportamento da osservare nell’esercizio del proprio mestiere. Déon in greco antico significa dovere. Ma questo obbligo di comportamento è più morale che giuridico, nel senso che non è sanzionato da un codice giuridico, civile o penale che sia. L’Ordine dei Giornalisti commina delle sanzioni, l’ultima delle quali è la radiazione. Eppure l’Ordine tace. Ergo, ci sono dei giornalisti che parlano e scrivono come gli conviene. Perché vendono di più i loro giornali o perché ricevono delle prebende. Di conseguenze delle due l’una: o la redazione è composta da professionisti inadeguati all’esercizio delle loro funzioni, perché non sanno discernere un comportamento etico, oppure chi ha redatto la notizia era in malafede perché doveva omaggiare Cosa Nostra.

In entrambi i casi il pensiero etico è distorto ab origine. Non solo: chi ha in mano l’informazione influenza il pensiero della massa. E che non si giustifichino sostenendo che hanno esercitato il diritto d’informazione; è solo becera informazione.

L’esercizio del diritto insopprimibile della libertà di informazione è limitato dall’obbligo inderogabile del rispetto sostanziale dei fatti. Rina è stato il capo dell’Italia? Né in questo caso ci si può appellare alla tutela del condannato, esposto ai media, che va reinserito nella vita civile. Riina era stato condannato a 14 ergastoli. Ma in fondo hanno ragione loro: si sono adeguati all’amoralità imperante per lavorare e guadagnare. Che Paese di ipocriti incompetenti!

Quindi la deontologia rimane sotto i tacchi, e questa volta i tacchi di Berlusconi non c’entrano.

Comunque il Nostro non solo è risorto agli onori politici, visto il successo delle elezioni in Sicilia, ma di certo è cresciuto qualche centimetro per la soddisfazione di aver vinto la causa in appello contro l’ex-moglie Veronica Lario. La quale percepiva dal mitico Silvio un assegno di mantenimento di 1 milione e 400 mila euro il mese. Secondo la motivazione della sentenza si sarebbe indebitamente arricchita e dovrà restituire 60 milioni, perché dispone di un patrimoni di 104 milioni che le permette l’autosufficienza. Speriamo che non abbia già elargito tutti gli assegni in beneficienza, come peraltro sarebbe stato etico fare.

Sempre giovedì sera, ma su La Sette, Corrado Formigli, durante la trasmissione Piazzapulita  che conduce, ha fatto vera informazione nonostante abbia intervistato Domenico Spada, condannato in primo grado a 7 anni per estorsione ed usura. Domenico Spada appartiene al clan degli Spada, famiglia di rom sinti che controllerebbe usura, spaccio e occupazione abusiva delle case popolari di Ostia, frazione di Roma con 230 mila abitanti. Formigli voleva sapere cosa ne pensasse del cugino Roberto Spada che ha dato una testata al giornalista Daniele Piervincenzi, cronista della trasmissione rai Nemo, rompendogli il setto nasale e manganellandolo alle spalle, mentre cercava di intervistarlo sulle elezioni ad Ostia. Domenico ha ammesso: “Mio cugino ha sbagliato”, mentre delle persone intervistate hanno affermato che “Spada ha fatto bene a dare la capocciata. Qui stiamo a morire de fame… non sono gli Spada ma è lo Stato la mafia”. In effetti lo Stato italiano dovrebbe farsi un esame di coscienza considerato che il primo articolo della Costituzione recita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” e dove manca lo Stato prendono potere delle organizzazioni paragovernative di stampo mafioso, elargendo lavoro, abitazioni e doni.

Formigli è poi passato ad intervistare Dino Giarusso, cronista della trasmissione Mediaset Le Iene, in onda su Italia 1, il quale ha intervistato e filmato 10 aspiranti attrici mentre dichiaravano all’unisono di esser state molestate dal regista Fausto Brizzi durante un provino. Tutte erano col volto coperto, “per paura, per vergogna, perché non sono attrici famose” ha sostenuto Giarusso. Però non hanno avuto paura di andare nell’abitazione/studio di Brizzi né hanno avuto vergogna di spogliarsi nude rimanendo sole con lui. Secondo il giornalista hanno “la vita assolutamente distrutta” perché sono rimaste traumatizzate delle avance sessuali di Brizzi.

Ma vivaddio, si sa a cosa si va incontro quando si va a casa di un uomo, per di più a fare un provino. Si va scollate, in minigonna e si accondiscende alle richieste: significa che si è consenzienti. Ma come mai poi non si viene scritturate? Allora si accusa: il regista ha abusato del proprio potere. E queste donne non hanno cercato di fargli perdere la testa attraverso il loro potere di seduzione? Entrambi hanno esercitato il raggiro, anche se è l’uomo ad avere il potere contrattuale. Mi pare che anche qui la professionalità resti sotto i tacchi, anche se in questo caso sono a spillo e danno stilettate. Brutta pagina di giornalismo televisivo quella di Giarusso che mette alla gogna mediatica un regista che non ha la possibilità del contradditorio. Le accusatrici non sono nemmeno attrici giuridicamente parlando, perché non hanno denunciato a viso scoperto il regista nelle sedi competenti.

E viene il sospetto che il cronista Giarusso, regista irrealizzato e che, come ha affermato, ben conosceva la moglie di Brizzi, nutrisse del rancore verso di lui che ha tramutato in un’arma di amoralità giornalistica.

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