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USA al 45esimo posto per libertà di stampa: il Primo Emendamento sta morendo?

Il nuovo rapporto di Reporters Without Borders descrive un clima di crescente ostilità verso i media negli USA di Donald Trump

Donald Trump e le fake news: un graffito (Andy Kobel / Flickr.com)

Sin dalla campagna elettorale, tra i preferiti bersagli di Donald Trump ci sono stati i media mainstream e i giornalisti. E i suoi attacchi continui, ben lungi dall'aprire un pur necessario dibattito costruttivo, hanno finito per delegittimare la stessa funzione dei media, pilastri della democrazia. Un'evoluzione fotografata dall'ultimo rapporto di Reporters Without Borders, che vedono gli Stati Uniti precipitare, nel loro Indice sulla Libertà di Stampa, al 45esimo posto

Tempi bui per la libertà di stampa, anche in Occidente. Se nell’ultimo Indice della Libertà di Stampa mondiale stilato da Reporters Without Borders l’Italia si piazza solo al 46esimo posto (e ve ne abbiamo già parlato qui), non si può dire che gli Stati Uniti, baluardo della democrazia mondiale in cui il valore dell’indipendenza dell’informazione è protetto dal Primo Emendamento della Costituzione, se la passino molto meglio. Tutt’altro: a separare Roma da Washington è rimasto solo un gradino. Quest’anno, infatti, gli Usa hanno perso due posti, finendo al 45esimo su 180 Paesi analizzati. E il report, scrive il Washington Post, dipinge un “deprimente ritratto della graduale erosione di uno dei più importanti principi per una società libera”.

Il documento, in particolare, testimonia una progressiva “ostilità verso i media da parte dei leader politici”, non più appannaggio di Paesi autoritari quali Turchia ed Egitto. E non è difficile comprendere il riferimento, se si pensa alla lunghissima lista di insulti, minacce e quant’altro rivolti alla stampa che sono usciti dalla presidenziale bocca di Donald Trump. Il report osserva che “sempre più leader democraticamente eletti non vedono i media come parte dell’essenziale sostegno alla democrazia, ma come avversari a cui rivolgere apertamente la propria avversione”. E Reporters Without Borders collega direttamente la tendenza dell’attuale amministrazione statunitense ad abdicare al proprio ruolo di difesa per eccellenza della stampa libera al peggioramento del clima descritto dal rapporto.

In effetti, fin dalla campagna elettorale, Trump ha giocato costantemente ad attaccare i cosiddetti media mainstream, colpevoli, a suo avviso, di ergersi a baluardi della verità a ogni costo salvo poi inciampare con tutte le scarpe nel pericolo “fake news” che essi stessi denunciano. ABC, Washington Post, CNN, Associated Press, NBC e ovviamente New York Times o singoli giornalisti sono stati bersagli del Presidente meno “politicamente corretto” della storia degli Usa. A questo proposito, proprio il New York Times ha stilato, aggiornandola periodicamente, una lista dei principali bersagli degli insulti del Presidente lanciati via Twitter, dove i media appaiono indiscussi protagonisti.

(Dal New York Times, 26/07/2017)

La questione è certamente sfaccettata. Vero è che, mai come durante le ultime presidenziali, i “coming-out” politici delle testate americane si sono dimostrati nettamente sbilanciati a favore della candidata democratica Hillary Clinton e a sfavore di Trump stesso. Altrettanto vero che la campagna contro le fake news si è dimostrata un’arma a doppio taglio, visto che non sempre i media mainstream possono considerarsi garanzia di buon giornalismo e portatori di una verità assoluta. E anzi, per certi versi, la stessa pretesa di rappresentare una verità univoca può essere pericolosa. Certo è che i continui attacchi delegittimanti di Donald Trump, più che aprire spazi di discussione costruttiva, hanno contribuito ad alienare la fiducia della gente nei confronti dei dell’informazione nel suo complesso, screditando una professione che dovrebbe costituire uno dei pilastri su cui si fonda qualsiasi sana democrazia. E che, pertanto, dovrebbe essere libera, appunto, di raccontare il mondo.

Libertà sempre più a rischio, denuncia Reporters Without Borders. Che traccia un trend quantomeno preoccupante. Già nel 2017, l’organizzazione descriveva “un mondo in cui gli attacchi ai media sono diventati un luogo comune e in cui gli uomini forti al potere sono in crescita”. E dall’anno scorso, la caduta più vistosa tra i 180 Paesi presenti in classifica è stata quella che ha interessato Malta, che è precipitata dal 18esimo al 65esimo posto. E dove, lo scorso autunno, la giornalista Daphne Caurana Galizia fu uccisa da un’autobomba.

Tornando agli Usa, Sarah Sanders, portavoce della Casa Bianca, ha categoricamente rifiutato l’idea che Trump o la sua amministrazione abbiano contribuito a questo clima ostile per il giornalismo. “Penso sia una delle amministrazioni più trasparenti degli ultimi decenni”, ha anzi ribattuto in conferenza stampa. Salvo poi specificare, su richiesta della CNN, che “noi supportiamo una stampa libera, ma anche una stampa equa. E penso che queste due cose debbano andare a braccetto, e che vi sia una certa responsabilità in capo alla stampa nel produrre una informazione accurata”. Ad ogni modo, la fotografia che emerge dal report è innegabilmente cupa. Al punto da spingere a chiedersi se, proprio negli Usa, quel principio solennemente incastonato nel Primo Emendamento della Costituzione sia, o rischi di essere, in pericolo.

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