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La polizia spia i giornalisti e attivisti neri. Lo so perché io sono una di loro

Wendi C. Thomas è una giornalista nera che ha scritto sulle attività della polizia a Memphis. Un ufficiale ha ammesso di averla spiata

di Wendi C. Thomas

Wendi C. Thomas learned during a police surveillance trial that the Memphis Police Department spied on her and three other journalists. (Andrea Morales)

Lei è solo una di una lunga lista di prominenti giornalisti e attivisti afroamericani che sono stati soggetti alla sorveglianza da parte della polizia per decadi. Ecco la sua storia apparsa su ProPublica e tradotta da La Voce di New York in italiano

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Quest’articolo è stato realizzato in collaborazione con MLK50: Giustizia Attraverso il Giornalismo,  membro della Reporting Network di ProPublica.

MEMPHIS, Tenn. — Il 20 agosto 2018, il primo giorno della causa per la sorveglianza da parte della polizia federale, ho scoperto che il Police Department di Memphis mi spiava.

La ACLU (American Civil Liberties Union) del Tennessee aveva citato il MPD (Memphis Police Department) asserendo che il dipartimento era in violazione di un decreto di consenso del 1978 che bloccava la sorveglianza di residenti per scopi politici.

Son più che sicura che ho indossato la mia giacca a quadretti rosa, — è un po’ la mia divisa estiva quando voglio far la professionista. So che mi son seduta dalla parte destra dell’aula del tribunale, non distante da un ex collega del quotidiano della città. Da tempo sospettavo di essere nel radar della polizia, semplicemente perché il mio lavoro tende a concentrarsi sui segmenti della comunità più marginalizzate, di certo non sono istituzioni con gran che di potere.

Uno dei primi testimoni chiamato alla sbarra: il Sergente Timothy Reynolds, che è bianco. Per ottenere intelligence su attivisti e organizzatori, inclusi quelli del movimento Black Lives Matter, aveva posato per Facebook come “uomo di colore” facendo amicizie con la gente e tentando di infiltrare circoli chiusi. Proiettate su un gigantesco schermo nell’aula del tribunale c’erano schermate di individui che Reynold seguiva su Facebook.

La mia testa era piegata mentre stavo scrivendo sul mio notebook da reporter. “Che significa questa annotazione?” l’avvocato della ACLU Amanda Strickland Floyd ha chiesto.

“Stavo seguendo Wendi Thomas,” ha risposto Reynold. “Wendi C. Thomas”.

Io mi sono seduta.

“E’ chi è Wendi Thomas,” ha chiesto Floyd.

E lui ha risposto che era una reporter del Commercial Appeal. Nel 2014, ho lasciato il giornale dopo avere scritto una colonna per 11 anni.

E’ da più di un anno che un giudice ha emesso una sentenza contro la città, e io non ho mai avuto una risposta chiara al perché il MPD mi monitorava. La polizia stava anche tenendo d’occhio tre giornalisti i cui nomi sono stati pubblicizzati durante il processo. Reynold ha testimoniato di aver usato  l’acconto falso per monitorare attività di protesta e per seguire eventi correnti  connessi con Black Lives Matter.

Il mio peccato, da quanto io sia riuscita a capire, è stato di avere buoni informatori che erano organizzatori locali ed attivisti, inclusi alcuni dei primi querelanti nel processo della ACLU contro la città.

Nei giorni da cui un video del cellphone ha captato il poliziotto bianco di Minneapolis spremere la vita fuori da George Floyd, un uomo nero, residenti in dozzine di città in tutto il paese hanno fatto uso dei loro diritti protetti dal Primo Emendamento per protestare contro la brutalità della polizia.

Qui a Memphis, dove due terzi della popolazione è nera e 1 di ogni 4 persone vive a un livello al di sotto della linea di povertà , i dimostranti hanno cantato, “No justice, no peace, no racist police!.” (Niente giustizia, niente pace, via con la polizia razzista!)

Le più recenti proteste sono state causate dall’uccisione di Floyd e di Breonna Taylor, una donna nera uccisa a marzo a colpi di pistola a casa sua dalla polizia di Louisville, Kentucky. Ma a Memphis, come altrove, i semi della diffidenza tra gli attivisti e la polizia sono stai piantati decadi fa. E le autorità di polizia hanno nutrito questi semi da allora.

Una lunga storia di spionaggio

Alla metà degli anni 60, il MPD ha creato un ufficio di intelligence domestica per spiare non solo sugli attivisti, ma anche per riunioni di insegnanti, una organizzazione di studenti neri e organizzatori di lavoratori. Che includeva Martin Luther King, Jr., che era venuto a Memphis nella primavera del 1968 per dimostrare solidarietà con i mal pagati e maltratti operatori sanitari.

La sorveglianza della polizia non è stata fatta solo attraverso intercettazioni telefoniche e lenti lunghe, ma con individui infiltrati nelle organizzazioni locali, incluse spie inserite dall’allora sindaco Henry Loeb, un segregazionista antisindacale, tra gli operatori sanitari che volevano iscriversi ai sindacati.

Nella iconica fotografia presa proprio momenti dopo che l’assassino sparò a King sul balcone del motel Lorraine, si vedono varie persone che indicano nella direzione dalla quale è partito il proiettile. Accovacciato sul corpo d i King c’e’un uomo con una tovaglia sulla ferita aperta sulla faccia di King. L’uomo, raramente identificato in fotografie, è Marrell “Mac” McCollough, un poliziotto di Memphis che era stato assegnato a infiltrare un gruppo di attivisti militante odiato dalla polizia di Memphis. Non ci sono prove che sia stato coinvolto con l’assassinio di King.

La scena del delitto subito dopo che Martin Luther King veniva colpito in un Motel di Memphis

Alcuni, inclusi membri della famiglia King, hanno speculato per parecchio tempo che l’assassinio non sia stato perpetrato da un solo assalitore ma orchestrato da varie agenzie di polizia federali (la FBI famosissima per monitorare e dare fastidio a King). Sia una investigazione indipendente  di un comitato del Congresso nel 1979 che una investigazione del Dipartimento di Giustizia nel 2000 non sono riuscite a sostanziare questi fatti.  Tuttavia, nel  2002, il National Civil Rights Museum, che occupa lo spazio dove era il motel, ha aggiunto alle sue esposizioni permanenti “Domande Persistenti”, che contiene centinaia di prove, incluso il proiettile estratto dal corpo di King. Una delle domande (alla quale la mostra non dà una risposta definitiva) “Il dipartimento di polizia di Memphis è stato parte della cospirazione”.

Nel 1976, la ACLU del Tennessee ha citato la città, allegando che aveva violato i diritti protetti dal Primo Emendamento dei residenti rimanendo in possesso di documenti che contenevano “informazioni non verificate e pettegolezzi relazionati esclusivamente all’esercizio di  attività legali e pacifiche”.

Un giudice  ha dichiarato di essere d’accordo e nel 1978 firmò il “decreto di consenso Kendrick,” il primo di tali decreti nella nazione, che bloccava la polizia dal sorvegliare manifestanti per scopi politici.

Molti dei manifestanti di oggi conoscono quella sentenza, perché nel 2017 la ACLU del Tennessee ha citato la città, dichiarando che la polizia era nuovamente in violazione del decreto di consenso spiando illegalmente sui residenti che stavano esercitando i propri diritti garantiti dal Primo Emendamento.

Nel 2016, i manifestanti hanno tenuto una serie di manifestazioni ad alto profilo inclusa la “Protesta di Maggio” allo zoo di Memphis, una protesta spontanea contro la brutalità della polizia a luglio nella quale centinaia di persone bloccarono il traffico sul ponte della Interstatale 40. e a dicembre una manifestazione “die-in” (finte morti) davanti al cortile della casa del sindaco. Dopo di che, secondo quanto dice la querela, la città ha iniziato a creare una lista di persone che non potevano entrare nel municipio senza una scorta.

Questa lista conteneva i nomi di non solo di quelli che erano stati arrestati durante le dimostrazioni, ma anche molti che non lo erano, inclusa la madre di Darrius Stewart, un adolescente nero al quale la polizia aveva sparato e ucciso nel 2015, e una nonna bianca che era passata attraverso un blocco di sicurezza al di fuori di Graceland mentre i manifestanti neri erano trattenuti.

Le attività investigatrici di Reynold hanno costituito buona parte del rapporto di intelligence, condivise con le varie agenzie di polizia e alcune delle maggiori imprese economiche della città, come ad esempio FedEx e AutoZone, su richiesta delle imprese. (Facebook ha detto al MPD che aveva violato i termini di servizi della piattaforma speciale creando acconti falsi e impersonando altri.)

In tribunale, la città ha sostenuto che la sorveglianza — riprendere via videotape le dimostrazioni, usare raccoglitori di social media (social media collators) per indagare posts concernenti la polizia e sostenitori di Black Lives Matter — era necessario per proteggere la sicurezza pubblica.

Ma mentre briefings di intelligence coordinati e rapporti interni erano apparentemente per tenere traccia di potenziali pericoli, erano disseminati con voci infondate, con fotografie mal identificate di attivisti  e rapporti di sorveglianza di eventi che non ponevano alcun pericolo, come per esempio un festival dei camion di cucina dei neri.

E mentre è vero che la penna e più forte della spada, non c’é nulla di me che gridi minaccia, almeno che non si includa reporting critico su ordine pubblico e pubblici ufficiali, incluso il sindaco Jim Strickland.

Nel 2017, MLK50: Giustizia Attraverso il Giornalismo, ha parlato dell’anniversario della protesta sul ponte, ma quando ho tentato di ottenere una intervista con il sindaco, sono stata respinta.

“Obiettività detta che il sindaco faccia interviste uno a uno,” ha scritto in una e-mail Ursula Madden, l’ufficiale capo  della sezione comunicazioni. “ Tu hai dimostrato, particolarmente attraverso i social media, che non sei obiettiva quando si parla del sindaco Strickland.”

Le ho risposto che ero delusa e le ho chiesto di indicarmi errori di fatto che avevo nel mio reporting. Non mi ha risposto.

Sospetti assillanti

Ho lavorato come giornalista a Memphis per gli ultimi 17 anni. Non sono mai stata vittima di brutalità di polizia, ma poche delle mie interazioni con la polizia hanno ispirato fiducia.

Nel 2014, quando ero al The Commercial Appeal, un lettore via e-mail mi ha minacciato di volermi stuprare dopo una colonna che avevo scritto su Nathan B. Foster, Generale dell’esercito confederale. Ho denunciato la minaccia alla polizia con riluttanza, ma l’investigazione era stata poco brillante e nessun sospetto è sta mai identificato.

La cosa mi ha assillato, e anni dopo, quando ho tentato di saperne qualcosa di più circa le modalità che il detective aveva assegnato al mio caso, ufficiali del dipartimento hanno rifiutato di darmi alcuna informazione, inclusi i dettagli della loro intervista con me.

Nel luglio del 2015, sono stata assegnata a  coprire le dimostrazioni risultate dalla morte di Stewart per mano della polizia. Ho intervistato il padre dell’adolescente e ho pubblicato il video in instagram.

Pochi giorni dopo, un cugino che non avevo visto da anni è passato da casa. Voleva fare un  giro un po’ in fretta per il centro di Memphis, Era scuro e pioveva. Lui è nero con lunghe ciocche di capelli e una barba.

Volevo essere una buona ospite, ma prima di lasciare casa, ho mandato un tweet con la mia esitazione: “My cugino è in città per lavoro, parte domani. Vuole vedere il centro. Mio primo pensiero: Voglio rischiare un incontro con la polizia?”

La mia paura non era senza fondamento: Meno di due settimane prima, Sandra Bland, una donna nera di 28 anni, era stata forzata fuori dalla sua macchina da un aggressivo poliziotto del Texas che l’aveva fermata per non avere segnalato nel cambiare corsie. Una macchina fotografica video montata sul pannello di controllo ha ripreso il suo arresto e tre giorni dopo, è stata trovata morta in una cella della prigione. Le autorità han detto che era morta per suicidio.

Stavo pensando a quello che era successo a Bland e quello che era successo a Stewart, che era stato sparato a morte dalla polizia dopo una fermata per traffico quello stesso mese.

A poche miglia da casa, luci lampeggianti sono apparse sul mio specchietto retrovisivo. Mi sono accostata alla strada, con il cuore che batteva.

Ho premuto “record” sul mio cellulare e l’ ho messo sul pannello di controllo. Non si riesce vedere la faccia dell’ufficiale sul video, che ho ancora in mio possesso, ma puoi sentire le nostre voci oltre i tergicristalli del parabrezza. L’ufficiale, che era nero, mi ha chiesto la patente. Io gli è l’ho data e gli ho chiesto perché ero stata fermata.

Ha detto che il faro dalla parte del guidatore era spento, ma quando si è abbassato per toccarlo si era riacceso.

“Non voglio tentare di essere Sandra Bland questa sera,” ho detto all’ufficiale.

Il poliziotto di Memphis ha detto che stava tentando di essere una brava persona. “Ma pensi che io voglia stare qui sotto la pioggia?” lo si può sentire dire sul video.

“Signora Thomas,” ha detto, leggendo la mia patente. “Signora Wendi Thomas.” Pensavo che forse aveva riconosciuto la firma dei miei articoli sul giornale. Gli ho offerto di mostrargli quanto avevo mandato per tweet ma lui non l’ha voluto. “I suoi fari funzionano ora,” ha detto. “Vada con sicurezza, OK?”

“Si, ma che succede se un altro poliziotto mi ferma?” gli ho chiesto.

“Non so quello che un altro vorrà fare,” ha detto, “ma so che se lei fa tutto come si deve, allora non gli potrà succedere altro che bene”.

Ora mi chiedo se la polizia mi stava pedinando. Il dipartimento di polizia non ha risposto a nessuna domanda concernente questo articolo.

Ma allora ero paralizzata dalla paura e volevo evitare di essere fermata nuovamente.

Ho preso le strade secondarie per ritornare a casa.

Ma perché mi pedinate?

Dopo che Reynolds ha lasciato lo stand dopo avere menzionato me come persona che lui aveva pedinato, il giudice ha chiesto una breve pausa. Sono uscita dall’aula del tribunale e ho visto Reynolds dirigersi verso l’ascensore.

L’ho seguito. Quando le porte si sono chiuse gli ho steso la mia mano e mi sono presentata. Gli ho chiesto: Perché mi stava pedinando sui social media?

Per quanto fosse freddo nell’aula, Reynolds stava sudando. Mi ha detto che gli era stato proibito di parlarne.

Due giorni dopo la testimonianza di Reynolds, ho presentato  una domanda alla città di Memphis richiedendo tutti i briefing di intelligence, emails e altri documenti con referenza a me o tre altri giornalisti che l’MPD stava pedinando attraverso i social media.

Quattrocento trenta giorni dopo, la città ha presentato i documenti — e ancora non capisco perché la polizia veda me come una minaccia da sorvegliare nel nome della sicurezza publica.

Tra i documenti c’erano: l’immagine dello schermo di un post su Facebook che io feci il 28 gennaio, 2016, mentre ero con borsa di studio alla Harvard University. Avevo condiviso  un avviso per una riunione della coalizione di base che si doveva tenere quel giorno.

In un briefing congiunto di intelligence c’era l’immagine di un tweet nel quale ero stata taggata. Il tweet originario, che al tempo che è stato captato dalla polizia aveva 11 likes e un retweet, era l’immagine di una foto offensiva di un ufficiale di polizia di Memphis che si suppone sia stato posted su Snapchat.

In un altro email della polizia c’era un tweet del febbraio 2017 che io avevo mandato concernente una imminente protesta, che era stata annunziata su facebook. Ha avuto due likes.

La città di Memphis sta tentando di respingere la decisione del giudice. I suoi avvocati hanno chiesto alla corte di modificare il decreto di consenso, indicando che la città non potrà partecipare in una associazione di sicurezza publica dell’amministrazione Trump se non le e’ permesso di condividere intelligence con agenzie federali.

Sfortunatamente, le mie battaglie con la città di Memphis non sono finite con la causa.

Nel 2018, stavo pensando di indovinare quali corporazioni avevano risposto alla domanda del sindaco di dare un aiuto finanziario a operazioni di polizia indirizzando $6.1 milioni di dollari alla città attraverso una segreta non-profit, la Memphis Shelby Crime Commission.

Strickland non ci teneva a divulgare l’identità delle compagnie, ma si rese conto che si poteva venire a saperlo attraverso gli atti ufficiali che io avevo richiesto. La staff del sindaco, assieme alla Crime Commission e un altra non-profit segreta, è venuta su con un piano di rilasciare i nomi delle compagnie ai giornalisti locali prima di rilasciare la documentazione richiesta a me, come sono venuta a sapere attraverso emails rilasciate in congiunzione con una causa del 2018 per documenti pubblici contro la Crime Commission.

E quest’anno, sono stata forzata a citare la città dopo che si è rifiutata di includermi nella sua lista email nonostante ripetute richieste.

La città di Memphis non ha risposto a richieste per commenti per questa storia.

Le mie esperienze hanno modellato il modo in cui la mia newsroom ha lavorato su proteste più recenti, incluse quelle di Memphis dalla morte di Floyd.

Una guida per servizi su proteste della Racial Equity in Journalism Fund at Borealis Philanthropy nota, “ Capire come la polizia usa servizi di notizie per sorvegliare la comunità nera. Non permettere alla polizia di usare te, o il tuo servizio, per fare i loro lavori.”

Abbiamo applicato questi principi ai nostri recenti servizi di un training per la disobbedienza civile che ha attratto più di 350 persone. Mentre sappiamo il nome delle persone con le quali abbiamo parlato, se i partecipanti non si sentivano ad agio di usare il loro nome completo o mostrare la faccia al completo, abbiamo protetto la loro identità.

Dopo tutto, io so benissimo come ci si sente al sapere che la polizia ti sta pedinando.

Traduzione di Salvatore Rotella

                                           

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