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Ok espulsione Trump da twitter, youtube e fb con i social responsabili, non più neutrali

Per quanto riguarda il caso Trump, meglio dire: non è grave che sia stato bloccato; grave, semmai che non lo siano altri come e peggiori di lui…

Un tweet di Trump del 6 gennaio in cui praticamente giustifica gli assalitori del Capitol

Certamente qualcuno invocherà la fatidica frase: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darò la vita perché tu possa dirlo”. Bella affermazione attribuita a Voltaire, che tuttavia non si è mai sognato di pronunciare. Quel «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it»,  se lo trova incollato perché la scrittrice Evelyn Beatrice Hall arbitrariamente gliela attribuisce. Ma prendiamola ugualmente per buona.

I maggiori social network hanno deciso di non ospitare più i “pensieri” dell’uscente presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Puntuale la polemica: censura; per quanto discutibili e riprovevoli, sostengono in tanti, le dichiarazioni dell’ormai ex inquilino della Casa Bianca non dovrebbero essere bloccate; e via dicendo.

Lodevole dichiarazione di tolleranza. Ma qui è il punto: a parte che la tolleranza è un qualcosa di discutibile, presuppone un “alto” che, appunto, benignamente “tollera” affermazioni, fatti, persone che sono in “basso”, inferiori (ben altra cosa il “rispetto”), perché si dovrebbe essere “tolleranti”?

Il conto Twitter di Trump il 6 gennaio, con un post poi cancellato perché ritenuto pericoloso

Perché chiedere a twitter, facebook, agli altri social network di esserlo? Non esiste una legislazione in materia. Piaccia o no, sono territori e prateria senza legge; il “governo” è assicurato da regole elaborate dai creatori; possono risultare discutibili, ma nel momento in cui si decide di farne uso, liberamente le si accettano. Si tratta di “giganti” privati, non hanno alcun obbligo di “servizio pubblico” e pluralismo. Se lo sono è perché vogliono esserlo, ma sono anche liberi di no.

Per capirci: sono organizzazioni private? Affermativo.

Esistono norme regolatorie al di là di quelle che i suddetti si sono autonomamente dati? Negativo.

Possono, se vogliono, non pubblicare qualcosa? Affermativo. 

Anche se non piace, lo possono fare? Affermativo. 

E’ giusto o sbagliato che lo facciano? É irrilevante. Conta che possono farlo. 

E’ già accaduto quello che è successo a Trump? Sì. Gli “utenti” possono essere sospesi per un periodo o per sempre. Quando si scopre che diffondono materiali pornografici, offensivi, razzisti. Del resto, non posso gridare in un cinema o in un teatro “Al fuoco”, se incendio non c’è, e rivendicare un mio diritto di espressione. Se scrivo una riedizione aggiornata dei “Protocolli dei savi di Sion” o mi abbandono a qualche delirio razzista, una casa editrice è liberissima di non pubblicarmi. Se prendo in mano una penna non per questo il direttore di un giornale è tenuto a pubblicare ogni mia corbelleria; e via dicendo. Un conto è la libertà di espressione, altro la licenza.

Indubbiamente è un criterio sottile, occorre prudenza, cautela, equilibrio. Ci si può chiedere quale sia il criterio; ma è un po’ come discutere quale sia il limite al di là del quale l’erotismo sconfina nella pornografia. Il confine è tenue, labile, quasi evanescente. A chi spetta, e perché, l’ultima, definitiva parola? Dibattito in cui si rischia un avvitamento nel quale ci si perde. Le posizioni radicali non portano da nessuna parte, in questo caso. Per tornare al caso Trump: non è grave che sia stato bloccato; grave, semmai che non lo siano altri come e peggiori di lui…

Infine: ora, come hanno sempre fatto, i titolari di questi social network possono rivendicare neutralità e irresponsabilità tecnica dei contenuti? Negativo. Ora non possono più rivendicarlo. Liberi di pubblicare o non pubblicare. Ma responsabili, non più neutrali. Al massimo arbitri. Fine dibattito.

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