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ANALISI/ Giulio l’infiltrato

Da dove arriva il ministro del Tesoro Tremonti? Perché Berlusconi lo scelse nel '94, nel 2001 e ancora nel 2008? "Cherchez l'Europe" direbbero francesi e tedeschi...

 

 

Alla fine, qualche giorno fa, anche il Corriere della Sera ha dovuto ammettere che l’attuale ministro dell’Economia dell’Italia, Giulio Tremonti, è un socialista. In pratica, un “infiltrato” nel governo di centrodestra di Silvio Berlusconi. In verità, per dirla tutta, l’autore dell’editoriale, Piero Ostellino, un giornalista che non ha mai fatto mistero di essere un liberale, non ha usato il termine di “infiltrato”, ma ha ammesso che Tremonti, vero e proprio padrone dei destini economici e finanziari del Belpaese, potrebbe essere, indifferentemente, il ministro di un governo di centrodestra o di centrosinistra. 

Confusione politica e culturale frutto della crisi delle ideologie? In parte c’è anche questo. Ma non solo. Il fenomeno Tremonti – un ministro che conta più di Berlusconi, che ironizza su Gianni Letta a proposito dell’infelice idea di inserire nella manovra un ‘codicillo’ per salvaguardare il Cavaliere dalla futura sentenza sul lodo Mondadori e che snobba o, peggio, nemmeno considera il suo compagno di governo, ovvero il ministro Renato Brunetta – merita una spiegazione un po’ più articolata e dettagliata. Un ministro, Tremonti, che interrogato dai magistrati che indagano sulla cosiddetta P4, non esita a prendere le distanze da Berlusconi, avallando le voci, da qualche giorno a questa parte sempre più insistenti, di un ‘divorzio’ tra lui e il Cavaliere. Magari per sostituire lo stesso Berlusconi alla guida di un governo di “salute pubblica”. Ipotesi comunque tutta da verificare in Parlamento. 

Cominciamo dalla storia personale di Tremonti. Ostellino, già direttore del Corriere della Sera e intellettuale raffinato (uno dei pochi giornalisti italiani che, classici di filosofia e di storia del pensiero politico alla mano, è in grado di demolire i tanti personaggi che si improvvisano “politologi”), ha ragione nel ricordare le origini socialiste di Tremonti. L’attuale ministro, negli anni ’80, era un Reviglio bys, ovvero un collaboratore dell’allora ministro delle Finanze Franco Reviglio, socialista fino al midollo. 

Viene da chiedersi, allora, perché Berlusconi e il suo gruppo, nel 1993, quando decidono di scendere in campo, imbarcano tra i propri adepti Tremonti, dandogli subito un ruolo di primo piano. In quel momento l’attuale ministro dell’Economia è solo un avvocato tributarista. Quali altri requisiti presenta, Tremonti, per entrare di prepotenza nelle ‘grazie’ dei ‘filosofi’ di Arcore? Forse è anche lui un massone, come lo era stato Belusconi ai tempi della P2? Mistero. 

Ma ancora più misterioso è il perché, nel 2001, sull’onda di una grande vittoria elettorale, Berlusconi decide di affidare proprio a Tremonti la guida del ministero dell’Economia. Il 2001, come cercheremo di spiegare più avanti, è un anno cruciale. Se nel 1994 l’allora leader di Forza Italia era solo un neofita un po’ ingenuo, sette anni dopo ha alle spalle sufficiente esperienza per conoscere il ‘latino’ della politica italiana. 

Tra l’altro, nel 2001 Berlusconi si è presentato agli elettori come l’uomo politico che vuole avviare in Italia una “rivoluzione liberale”. Ed è proprio per questo che gli italiani lo hanno votato. A rigor di logica, il ministro dell’Economia avrebbe dovuto essere Antonio Martino che, a differenza di Tremonti, è un vero economista, per giunta proprio di scuola liberale, visto che ha approfondito i propri studi a Chicago con il nume tutelare degli economisti di scuola liberista e liberale, Milton Friedman. Ritorna la domanda: perché il Cavaliere (o chi per lui) opta per Tremonti?

Il 2001, dicevamo, non è un anno qualunque. Al contrario, è l’anno che precede l’entrata in vigore dell’euro, preparata con cura dagli ‘eurocrati’. E l’euro non è solo la moneta unica europea, ma una sorta di ‘cavallo di Troia’ con il quale gli eredi di Ulisse proveranno a sostituire il dollaro negli scambi internazionali. A cominciare, magari, dalla divisa da utilizzare per l’acquisto dei barili di petrolio. 

L’euro è una chiara sfida al ruolo che gli Stati Uniti hanno esercitato ed esercitano nel mondo dopo Yalta, soprattutto sul fronte economico e finanziario. Questa particolare offensiva monetaria dell’Europa Unita parte, guarda caso, proprio nel momento di maggiore debolezza degli Usa. Non bisogna dimenticare, infatti, il dramma dell’11 settembre del 2001, che ha fiaccato gli Usa – ancora un caso? – proprio a tre mesi dall’entrata in vigore dell’euro.

E’ probabile che nella legislatura 2001-2006 Tremonti (che, per altro, lascerà il ministero in seguito a polemiche, per poi comunque ritornare più forte di prima) rinsaldi i legami con quegli ‘eurocrati’ che teorizzano l’ ‘incoronazione’ dell’euro come “la moneta unica del mondo”. Fatto sta che, nel 2008, Tremonti è di nuovo sulla plancia di comando dell’economia italiana. 

Non è facile decifrare tutto quello che è avvenuto nel mondo cosiddetto industrializzato dal 2006 ai nostri giorni. Noi siamo soltanto osservatori. Tuttavia, di stranezze – e di coincidenze – se ne notano tante. L’abilità, ad esempio, con la quale gli americani hanno scaricato, almeno in parte, gli effetti della propria crisi del mercato immobiliare sul sistema economico europeo (e, per converso, l’ingenuità, venata da fatale quanto demenziale ingordigia con la quale l’Unione Europea, guidata dalla ‘locomotiva’ tedesca, ha ‘inghiottito’ i subprime). O, per altri versi, la questione del rapporto tra gas russo e Unione Europea ancora da decifrare meglio. Per non parlare delle guerre-guerreggiate, dall’Afghanistan all’Uraq.

Su queste guerre non si può non sottolineare la genialità americana nell’incasinare l’Unione Europea. Già l’ossimoro “missioni di pace” suona comico, se non beffardo. Ma è la gestione di tali confitti che dovrebbe suscitare perplessità: sia in Afghanistan che in Iraq, infatti, i “portatori di pace” non vincono, mentre i “cattivi” non perdono. Il risultato è che ogni anno bisogna sempre rifinanziare le “missioni di pace” a spese di una popolazione europea che ormai, giustamente, comincia a chiedersi a che cosa serve questa Unione Europea e, soprattutto, a domandarsi perché, prima dell’avvento dell’euro, si stava meglio, mentre adesso che l’Unione Europea è “grande” e ‘viaggia’ verso “immancabili destini” e ha pure la moneta unica si sta peggio.

Ma il capolavoro della diplomazia statunitense è il casino esploso nella riviera Nord dell’Africa e nel Medio Oriente. Nell’arco di pochi mesi regimi in piedi da decenni – con riferimento alla Tunisia e all’Egitto – sono caduti. Sostituiti da altri regimi di cui si capisce poco o nulla. Diverso il discorso della Libia, dove, invece, si procede in stile Afghanistan: i ‘moralizzatori’ che devono liberare il mondo da Gheddafi non vincono, mentre il Rais, nel bene e nel male, resiste. 

Poco prima dell’‘intelligente’ attacco europeo alla Libia i leghisti, per bocca del ministro Roberto Maroni, avevano avvertito il presidente Usa Obama: “Non vogliamo un Afghanistan sotto casa”. Invece l’Afghanistan-libico è già servito. E, in prospettiva, dall’Africa e dai Paesi vicini della stessa area si profila una bomba demografica che solo in minima parte, fino ad oggi, si è riversata in Europa. 

Fine dei problemi? Ma quando mai! La Grecia, tecnicamente, è già ‘andata’. Il Portogallo ha la febbre. Mentre la Spagna accusa i primi sintomi di scarlattina. Quanto all’Italia, beh, basta guardare cosa siamo riusciti a combinare in Libia: abbiamo dichiarato guerra (naturalmente sotto forma di “missioni di pace”) a un nostro alleato storico autoincaprettandoci. Basti pensare che, poco prima della ‘guerra santa’ alla Libia, l’Eni era diventato l’interlocutore privilegiato di Gheddafi in materia di idrocarburi. Oggi, con grande dispendio di forze e di energie stiamo facendo di tutto per restare con il culo a terra. 

Ma sì, ci stiamo divertendo un mondo con un’Unione Europea che ha messo da parte Altiero Spinelli e Gaetano Martino per dare voce e potere ai massoni che rinnegano persino le radici cristiane dell’Europa e che, ancora per qualche anno, bontà loro, ci concedono il ‘lusso’ di appendere il crocifisso nelle nostre scuole e nei nostri uffici pubblici.

Che c’entra Tremonti con tutto questo ambaradan? C’entra, c’entra eccome! In Italia l’attuale ministro è il rappresentante – non l’unico, s’intende, ma di certo uno dei più autorevoli – dell’Unione Europea dell’euro. E’ Tremonti la garanzia dei “conti a posto”, delle missioni militari e, naturalmente, delle tasse e delle imposte da rifilare agli italiani che, ormai, debbono solo pagare e sorridere. 

Piccolo particolare finale: i Paesi che oggi, di fatto, guidano l’Unione Europea – con un parlamento europeo che si limita a ratificare le decisioni prese da un governo europeo, la Commissione, non eletto democraticamente – sono la Grande Francia e, soprattutto, la Grande Germania. Vuoi vedere che, tra qualche anno, scopriremo che il senatore a vita, Giulio Andreotti, quando, non molti anni fa, disse che “le due Germanie non avrebbero mai dovuto riunificarsi” non aveva poi tutti i torti? 

Ai “posteri l’ardua sentenza”, scriveva il grande – lui sì! – Alessandro Manzoni a proposito di un certo Napoleone, un europeo anche lui, se non ricordiamo male, non certo esente da qualche mania di grandezza… 

 

 ambrosettigiulio@libero.it        

           

 

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