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ONU/ La ’responsabilità di proteggere’

Ban Ki Moon e il delegato di Israele parlano di nodi internazionali irrisolti

"Nel 2011, la responsabilità di proteggere é diventata realtà, il principio é stato messo alla prova come non lo era mai stato prima”, a sostenerlo, nel corso di un discorso, mercoledì, alla Stanley Foundation durante una conferenza dedicata alla ‘Responsability to Protect’, è stato il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon.

“I risultati non sono sempre stati quelli aspettati, ma alla fine, decine di migliaia di vite sono state salvate” ha continuato Ban ki Moon.“Abbiamo dato speranza a persone oppresse da tanto tempo. In Libia, Costa d’Avorio, Sud Sudan, Yemen e Siria, con le nostre parole e con le nostre azioni, abbiamo dimostrato che la protezione umana é lo scopo che definisce le Nazioni Unite nel Ventunesimo secolo”.
Il passato è servito da lezione, ha aggiunto Ban ki Moon, “Per prima cosa, abbiamo imparato che questa Organizzazione non può restare in disparte quando viene sfidata a intraprendere un’azione preventiva. Quando c’é un ’pericolo chiaro e immediato noi dobbiamo mettere dei paletti, con cautela ma proattivamente”.

Il principio della responsabilità di proteggere, che fu approvato al summit dei leader mondiali del 2005, rende gli Stati responsabili di proteggere le loro popolazioni dal genocidio, dai crimini di guerra, dalla pulizia etnica e da altri crimini contro l’umanità e richiede alla comunitá internazionale di intervenire se questo loro obbligo non viene rispettato. E una lezione, secondo Ban ki Moon, l’ONU la deve trarla anche dai limiti delle stesse Nazioni Unite, riferendosi alle recenti violenze nel Sud del Sudan.

“Avevamo visto settimane prima ciò che sarebbe accaduto … eppure non siamo stati in grado di fermarlo”. Ban ki Moon ha spiegato le ragioni che avrebbero impedito alle forze di pace dell’ONU di proteggere i civili del Sud Sudan: “La ragione é dolorosamente semplice: ci è stato negate l’uso delle risorse necessarie, in particolare degli elicotteri, che ci avrebbero dato quella mobilitá necessaria per raggiungere quelle vaste regioni che non hanno strade. Ad un certo punto mi sono ridotto a pregare per avere quei mezzi da altri Paesi vicini e da altre missioni Onu”.

Quindi, la sfida principale, parlando di Responsabilità di proteggere, nella pratica é questa: “come facciamo a fare il nostro lavoro? come facciamo a svolgere il compito assegnatoci da un mandato del Consiglio di Sicurezza? quando gli stessi membri del Consiglio di Sicurezza non ci danno il supporto di cui abbiamo bisogno”

Ban ha sottolineato l’importanza della prevenzione proattiva per fermare la violenza prima che inizi- e ha lanciato un appello per fare del 2012 l’anno della prevenzione, rilevando che “il prossimo test per la comunità umana” é la Siria, dove più di 5.000 persone hanno perso la vita da quando una rivolta popolare é iniziata nel marzo dell’anno scorso. Ban ki Moon ha ricordato i suoi ripetuti appelli al Presidente Bashar Al-Assad, “ma anche quando faccio questi appelli” ha detto Ban “sono cosciente della complessità … nel momento in cui l’unità è indispensabile, il Consiglio di Sicurezza é diviso…”.

La natura della responsabilità di proteggere, ha concluso Ban Ki Moon, “puó essere un campo minato pieno di sfumature, calcoli politici e interessi nazionali in competizione. Il risultato troppo spesso é l’esitazione e l’inazione. Ma questo non possiamo più permettercelo”.

A dimostrazione della fondatezza dei rilievi del Segretario Generale, la dichiarazione, arrivata nelle stesse ore da Mosca, del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che ha messo in guardia il resto del mondo dicendo che l’appoggio esterno alle rivolte nel Medio Oriente e in Nord Africa può portare “a una grande guerra che causerà la sofferenza non soltanto nei Paesi della regione, ma anche in Stati molto lontani da quei confini”. L’ennesimo avvertimento della Russia all’Occidente a non immischiarsi negli affari della Siria.

Altro campo minato popolato di “calcoli politici e interessi nazionali in competizione” quello che vede contrapposti Israele e Palestina, portandosi dietro Unione Europea e Stati Uniti.

Sempre nella giornata di mercoledì, il Consiglio di Sicurezza ha tenuto una riunione sulla situazione umanitaria nei territori palestinesi del West Bank e di Gaza. Al Consiglio, Valerie Amos, il Sotto Segretario Generale per gli affari umanitari dell’ONU, ha ribadito la sua preoccupazione per l’impatto degli insediamenti israeliani nel West Bank e gli effetti negativi sullo sviluppo economico e l’accesso ai servizi di base per i palestinesi. “Ho anche parlato dei piani regolatori dell’Area C” ha detto Amos ai giornalisti, riferendosi a quel oltre 60% del West Bank di cui Israele mantiene il controllo della sicurezza, e della pianificazione edilizia. Circa 300 mila coloni israeliani vivono in circa 135 insediamenti nell’Area C, la popolazione dei coloni israeliani cresce molto più velocemente rispetto a quanto accada in Israele, e Israele, proprio in questi giorni, ha deciso la costruzione di mille nuovi alloggi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.

Amos si è detto preoccupato per il blocco di Gaza e l’impatto che ha avuto sullo sviluppo dell’area, preoccupante, secondo il Sotto Segretario, è lo smantellamento del passaggio di Karni da e verso Gaza, che ridurrà ulteriormente l’attività commerciale, le esportazioni da Gaza nel West Bank e Israele. La chiusura del passaggio di Karni “avrá l’impatto di de-sviluppare Gaza invece di ri-svilupparla” ha detto Amos. L’Osservatore permanente della Palestina all’ONU, Riyad Mansour, ha ribadito che continuando con la strategia degli insediamenti Israele allontana le possibilità di raggiungere la pace.

L’Ambasciatore israeliano, Ron Prosor, dopo aver esordito dicendo che, con tutte le gravi crisi in atto in questo momento in Medio Oriente, soprattutto in Siria, giudicava inutile che il Consiglio di sicurezza dedicasse una riunione alla condizioni nel West Bank e Gaza, decisione che ha bollato come controproducente propaganda del Palazzo di Vetro, ha escluso ai giornalisti che l’ostacolo piú importante al raggiungimento dell’accordo finale di pace, sia lo status finale di East Jerusalem e degli insediamenti israeliani nel West Bank. “Se parliamo dei confini del ’67 allora bisogna chiarire che il West Bank e Est Jerusalem erano allora controllati dalla Giordania mentre Gaza era territorio controllato dall’Egitto. E anche allora non c’era continuità tra i due territori. Quindi per il futuro Stato palestinese, quando si parla della continuità di territorio tra West Bank e Gaza, é inutile parlare di ritorno alla situazione del ’67 perché questa non c’era mai stata. Questa potrà esserci solo con uno scambio reciproco di territori”.

L’ostacolo più grande alla pace, a dire dell’Ambasciatore, resta il cosidetto ‘right of return’, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. “Israele é per due Stati per due popoli” ha detto l’Ambasciatore israeliano che poi ha fatto un provocatorio appello ai giornalisti: “Se mi trovate qualcuno della delegazione palestinese che dirá la stessa frase che ho appena detto -‘due Stati per due popoli’- , telefonatemi anche alle due di notte, perché sarebbe una notizia straordinaria e significherebbe che la pace é fatta. Ma in realtà non troverete qualcuno dell’Autorità palestinese che vi dirà ‘due Stati per due popoli’. I palestinesi dicono due Stati, ma non finiscono la frase. E sapete perché? Perché dire due Stati per due popoli, significa riconoscere che il diritto al ritorno dei profughi palestinesi indica un loro ritorno solo nel nuovo Stato palestinese, non in Israele. Fermarsi alla formula di due stati senza pronunciare per due popoli, significa che i palestinesi continuano a volere il ritorno dentro i confini di Israele”. Accettare questo, ha ribadito il diplomatico israeliano, metterebbe in pericolo la stessa sopravvivenza dello Stato d’Israele.

E sullo sfondo le tensioni tra Israele e gli Stati Uniti, ma anche con l’Unione Europea. Un rapporto confidenziale della rappresentanza diplomatica europea dell’area, sollecita la Commissione europea a elaborare una normativa per garantire che le transazioni finanziarie da parte degli Stati membri dell’Ue non supportino insediamenti ebraici a Gerusalemme est.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sull’appzine L’INDRO ed è disponibile su www.lindro.it

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