Cerca

PoliticaPolitica

USA/ La sbandata di Mitt

Il candidato alla nomination del Gop nel 2008 affermò un’opinione coerente col credo dei repubbicani ma che potrebbe fargli perdere la Casa Bianca

I cicli economici consistono in un’alternanza di espansioni e contrazioni in cui l’azione collettiva di un vasto numero di persone svolge un ruolo cruciale. Ogni volta che, in cambio del nostro lavoro ci viene corrisposto un salario, noi utilizziamo questo danaro per acquistare quei beni e servizi di cui abbiamo bisogno. I soldi che spendiamo in questo modo, a loro volta, costituiscono una fonte di reddito per altre persone che li useranno per comprare altri prodotti aumentando ulteriormente la domanda per quei beni di consumo che, dovendo essere prodotti da qualcuno, va ad incrementare l’occupazione generando cosí ulteriori salari e potere d’acquisto. Questo ciclo virtuoso di domanda, offerta e spesa, crea un fenomeno chiamato ’Effetto Moltiplicatore’ in cui a ogni dollaro (o euro…) speso corrisponde un’espansione geometrica del Prodotto Interno Lordo di circa 1.3 dollari e, di conseguenza, una corrispettiva crescita della base economica.

Ovviamente, accanto a questa amplificazione in positivo dell’economia, esiste anche il fenomeno opposto che si verifica quando, in seguito ad una crisi, un vasto numero di persone perdono il lavoro allo stesso tempo; un clima di incertezza economica si diffonde nel corpo sociale inducendo famiglie ed individui al risparmio piuttosto che alla spesa e scoraggiando gli investimenti da parte delle imprese. Questa riluttanza a spendere, riduce ulteriormente la domanda, l’occupazione e il reddito proveniente dai salari innescando cosí una spirale recessionaria come quella attraversata dagli Stati Uniti negli ultimi quattro anni e che sta interessando adesso alcuni paesi europei.

Ovviamente, il fatto che in un clima di incertezza economica sia le famiglie che le imprese tendano a risparmiare piuttosto che a spendere non sorprende nessuno, né le si potrebbe forzare a fare altrimenti. E tuttavia, senza qualcuno che cerchi di interrompere questa spirale deflazionaria, riprendendo a spendere e ad investire nell’economia le cose rischiano di peggiorare sempre di piú arrecando danni strutturali dai quali poi diventa difficile riprendersi, come sta accadendo in questo periodo in Grecia. Ecco perché, negli anni Trenta, l’economista britannico John Maynard Keynes ipotizzó che in un periodo di profonda depressione economica, quando né gli individui nè le impresse hanno incentivi o i mezzi per investire, il compito di interrompere questo circolo vizioso spetta allo stato, anche a costo di aumentare il deficit pubblico.

In America questa teoria, è considerata anatema dalla destra repubblicana che sostiene che gli investimenti nell’economia devono provenire dal settore privato piuttosto che da quello pubblico perché quest’ultimo rischia di alterare le dinamiche ’naturali’ di ’distruzione creativa’ del libero mercato tenendo artificialmente in vita ’aziende zombie’ che, lasciate al proprio destino, finirebbero invece col chiudere i battenti.

Il tema degli investimenti pubblici e privati è tornato prepotentemente sulle prime pagine dei giornali di recente alla vigilia delle elezioni primarie repubblicane di un paio di settimane fa in Michigan, l’epicentro della produzione automobilistica degli Stati Uniti. Le tre grandi fabbriche americane di autovetture Ford, Chrysler e General Motors hanno, da sempre, il loro quartier generale proprio in questo stato e nel 2008, in piena crisi finanziaria, quando l’economia Usa si trovava sull’orlo dell’abisso, due delle ’tre grandi’: GM e Chrysler, erano ad un passo dalla bancarotta. Solo un intervento statale concesso prima da George Bush (a dispetto delle violente obiezioni interne al suo stesso partito) e poi da Barack Obama riuscirono ad evitare la chiusura delle fabbriche e il licenziamento di altre migliaia di lavoratori che si sarebbero uniti ai ranghi dei disoccupati.

In occasione di quel salvataggio, l’attuale candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney, scrisse un editoriale sul ’New York Times’ criticando questo investimento pubblico di circa 80 miliardi di dollari e dichiarando senza mezzi termini che la cosa migliore sarebbe stata quella di “lasciare morire Detroit”. Ora, stando alle stime del Center for Automotive Research, a quattro anni di distanza, GM e Chrysler hanno restituito il prestito allo stato; circa un milione e mezzo di persone tra le aziende e l’indotto, hanno un lavoro grazie all’intervento pubblico, la disoccupazione in Michigan è ai livelli piú bassi degli ultimi tre anni e la General Motors ha riconquistato, assieme ad un bilancio in attivo, il primato dell’industria automobilistica mondiale.

Inutile dire che, per Mitt Romney, il buon esito di questa storia costituisce un serio imbarazzo e perciò alla vigilia delle primarie in Michigan, l’ex governatore ha pensato bene di passare al contrattacco chiamando in causa la Ford, la terza grande casa automobilistica che, essendo sopravvissuta alla crisi del 2008-09 senza alcun sostegno statale, costituisce secondo Romney, la prova della futilitá di questi stessi aiuti e, coerentemente con l’ortodossia conservatrice, del potere auto correttivo dell’economia di mercato.

Un libro pubblicato di recente da Bryce Hoffman, un reporter del quotidiano ’Detroit News’ tuttavia, smentisce completamente questa ipotesi rivelando che, nel 2008, la Ford non ebbe bisogno di aiuti pubblici solo perché, per sua fortuna, era riuscita ad aggiudicarsi un’iniezione di capitale di ben 23 miliardi di dollari appena prima dello scoppio della crisi finanziaria che finì col congelare del tutto il mercato dei capitale privato. Sostenere, coma ha fatto Romney, che “le cose sarebbero andate meglio se, invece del governo, Detroit fosse stata salvata da investimenti privati” è del tutto fuori luogo poiché, come ha scritto venerdi scorso il consulente dell’amministrazione Obama, Steve Rattner “all’apice della crisi, non c’era un solo dollaro di investimenti privati disponibile per il salvataggio delle case automobilistiche”.

Non solo, ma Bryce Hoffman ha aggiunto nel suo libro che un’altra delle ragioni per cui la Ford è riuscita a reggersi sulle proprie gambe è che ha potuto contare sulla vitalità del mercato dei pezzi di ricambio e degli accessori che, a sua volta, è riuscito a sopravvivere grazie al fatto che GM e Chrysler hanno evitato la bancarotta in seguito a quegli investimenti pubblici che, in questo modo, hanno finito con l’aiutare, seppur indirettamente, anche la stessa Ford.

Questo articolo è stato già pubblicato su www.lindro.it

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter