Cerca

PoliticaPolitica

Così la figlia di Mangano rinnova la tradizione della mafia a Milano

Cinzia Mangano ed Enrico Di Grusa, figlia e genero di Vittorio Mangano

Cinzia Mangano ed Enrico Di Grusa, figlia e genero di Vittorio Mangano

Arrestata la figlia dello stalliere di Arcore, quello che Berlusconi definì un'eroe. La magistratura parla di "mafia imprenditoriale" che, senza bisogno di usare la violenza fisica, sfruttava "l'autorevolezza del nome" per esercitare l'intimidazione mafiosa

È un “eroe” per Silvio Berlusconi Vittorio Mangano, il mafioso rappresentante a Milano delle famiglie palermitane di Cosa nostra che fu, su dritta di Marcello Dell’Utri, per tanti anni suo stalliere.

Adesso, probabilmente, Silvio Berlusconi potrebbe essere orgoglioso della figlia di Mangano: un’eroina, per lui. Si chiama Cinzia. Ed è stata arrestata dalla DDA di Milano e dalla Polizia insieme ad altre sette persone ritenute organiche a Cosa Nostra. La cosa interessante, comunque, è l’emergere di un quadro preoccupante di inalterate infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico e sociale, tanto da far parlare la magistratura di «mafia imprenditoriale». La “Cosa Grigia”, appunto, la mafia che si rinnova, con i figli che hanno preso in mano gli affari dei padri, trasformandosi da picciotti a manager.
Una mafia che è entrata nel "sistema" delle cooperative di logistica e servizi e si è espansa “nel tessuto economico”, stringendo anche un patto con le organizzazioni calabresi.

Bastava “l'autorevolezza del nome” Mangano per esercitare “l'intimidazione” mafiosa, scrive il gip di Milano nell'ordinanza di custodia emessa nei confronti di Cinzia Mangano. Secondo il gip, non c'era bisogno della «violenza fisica» perché le vittime “sanno bene chi sono e cosa rappresentano Cinzia la figlia di Vittorio” e il genero. Cinzia Mangano, intercettata, dice: “Noi non dobbiamo dimostrare niente”.
La rete di cooperative di servizi al centro del malaffare e del riciclaggio scoperto dalla Squadra mobile (gestivano facchini, autisti, centralinisti, portieri) operava floridamente da anni (l'indagine inizia nel 2007). Anzi, si permetteva anche di violare sistematicamente leggi e norme, usando ad esempio decine e decine di clandestini come mano d'opera, emettendo false fatturazioni per milioni di euro (650 mila quelle accertate, definite “la punta di un iceberg”) o usando in modo spregiudicato soldi contanti, in barba alle tante regole societarie e valutarie, soprattutto per aiutare i familiari degli arrestati e organizzare la latitanza di altri.

A capo dell'organizzazione c'erano Cinzia Mangano, 44 anni (“quella che gestiva i soldi, un enorme flusso di denaro”), figlia di Vittorio Mangano, lo "stalliere" di Arcore, deceduto nel luglio del 2000 dopo molte condanne; Enrico Di Grusa, di 47 anni, genero di Mangano in quanto marito della figlia Loredana; e Giuseppe Porto, imprenditore di 59 anni, attivo nel settore delle cooperative di servizi. Insieme a Walter Tola, di 51 anni, Vincenzo Tumminello, di 56, Orlando Basile, di 43, Antonio Fabiano, di 58 e Alberto Chillà, di 53, sono accusati oltre che di associazione per delinquere di stampo mafioso, anche di estorsione (verso un paio di imprenditori), favoreggiamento personale e della permanenza di clandestini sul territorio.

Un passo indietro, giusto per ricordare chi era Mangano. Vittorio Mangano era già stato tre volte in carcere, nel ‘67 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel ‘72 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. A Marcello Dell'Utri, secondo le risultanze processuali, l'aveva raccomandato Gaetano Cinà, imparentato per tramite della moglie con due boss allora seduti nella "cupola" di Cosa Nostra, Bontade e Teresi.
La Digos di Milano scrive in un rapporto del 1984 che Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, possesso di un coltello e ricettazione. L'allora imprenditore e futuro presidente del Consiglio, lasciava affidata a lui la sicurezza della villa e dei suoi figli piccoli, che Mangano accompagnava personalmente a scuola. Mangano lasciò Arcore nel 1976, ma continuò a gravitare su Milano, dove curava un traffico di droga per conto della mafia per il quale verrà arrestato nel 1980 e condannato. Tra il 1999 ed il 2000 avrà ben quattro condanne dai giudici di Palermo: una all'ergastolo per duplice omicidio, altre due per mafia ed estorsione ed ancora una per traffico di droga.

Ma veniamo agli arresti di martedì. Gli indagati “ricordano i gabellotti della metà dell'800”, ha scritto il gip Stefania Donadeo nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Il giudice ha osservato che “la storia di Giuseppe Porto è importante in questo procedimento perché alla stessa si intreccia la storia degli altri indagati del presente procedimento che decidono di operare insieme sul mercato economico milanese stabilendo loro le regole del gioco – si legge nel provvedimento – commettendo illeciti che ricordano i gabellotti della metà dell'800, esercitando la loro indiscutibile forza intimidatoria sui dipendenti e sulle società debitrici, tutelando e sostenendo le famiglie dei condannati per mafia e detenuti nel carcere di Opera, favorendo la latitanza di personaggi come Giovanni Nicchi”. Diversi gli esponenti politici che si rivolgevano a Giuseppe Porto, uno degli arrestati, “per ottenere un aiuto nelle imminenti consultazioni elettorali”. Fu Porto ad adoperarsi per “sostenere il candidato del Pdl Zambetti Domenico che successivamente verrà eletto e diventerà assessore alla Casa della Giunta Formigoni”. Zambetti che è stato poi arrestato per voto di scambio con la ‘ndrangheta e concorso esterno in associazione mafiosa.

Oltre a questi nell'indagine figurano “alcuni indagati”: professionisti che collaboravano alla gestione della rete di cooperative e all'emissione delle false fatture (commercialisti, bancari, prestanome).Era anche grazie al loro contributo attivo, come nel caso dei falsi titolari delle società (che venivano spesso chiuse e riaperte per confondere le acque) o passivo (i bancari che non hanno segnalato i numerosissimi e ingenti prelevamenti in contanti) che il sistema si reggeva, e bene. Tanto che un distributore di benzina, a Milano, in zona Corvetto, era diventato una base di Cosa Nostra, con ripetuti summit tra "palermitani di Milano" e siciliani dei clan d'origine.

Nel corso dell'operazione, denominata "Esperanza", che ha visto perquisizioni nel Milanese (a Peschiera Borromeo, Bresso, Corsico, San Donato Milanese, Brugherio, Trezzano sul Naviglio), in provincia di Varese, a Monza, a Lodi e a Cremona, la sezione misure patrimoniali del Tribunale di Milano ha sequestrato beni e liquidità per circa 3 milioni di euro.

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter