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Metti una sera al Meat Packing con Massimo D’Alema

Massimo D'Alema, tra Lucina Di Meco e Gianluca Galletto, riceve in dono una maglietta del Circolo PD di New York

Massimo D'Alema, tra Lucina Di Meco e Gianluca Galletto, riceve in dono una maglietta del Circolo PD di New York

Che cosa succede quando gli iscritti e simpatizzanti del Circolo PD  organizzano un incontro con l'ex premier e ancora "pezzo da novanta" del Partito Democratico in un ristorante di Manhattan? Ecco una cronaca "interessata" di ciò che si è discusso col pensiero anche a ciò che sarebbe potuto accadere

"D'Alema sponsorizza Cuperlo negli Usa: è il leader più adatto". Alcuni articoli di giornale (qui e qui) liquidano con queste parole l'ora e mezza che lunedì scorso abbiamo trascorso insieme a Massimo D'Alema al ristorante Macelleria del Meat Packing, in un susseguirsi di domande e risposte coordinate dalla nostra infaticabile segretaria Lucina Di Meco. Noi, un po' per masochismo e un po' per sete di conoscenza, non possiamo certo accontentarci di un resoconto così telegrafico, quindi vale la pena analizzare quanto abbiamo scoperto colloquiando con questo navigato uomo politico.

Secondo alcuni, il nostro incontro è stata una grande occasione mancata: altri, invece, hanno apprezzato il clima disteso che si era generato. Poteva essere organizzato in modo più efficace? Un dibattito meno "conferenziale" e più vivace sarebbe forse stato più interessante: si poteva esortare D'Alema ad essere più stringato, senza concedergli sconfinate praterie per esprimere generosamente il suo pensiero. Un limite di cinque o sette minuti per le risposte non avrebbe guastato, magari condito con un gentile invito a restare sul tema qualora si fosse inerpicato su discorsi di troppo ampio respiro. Tutto ciò avrebbe dato la possibilità a più persone di esprimere le loro questioni, per avere così più possibilità di toccare molteplici argomenti.

Si poteva dare spazio a una breve controreplica, magari opzionale, in coda a ogni risposta dell'ex-parlamentare: sarebbe stato un metodo efficace per incalzarlo in caso di risposte incomplete o evasive. Nel mio caso, per esempio, sarei stato felice di fargli notare un piccolo particolare che aveva inavvertitamente tralasciato durante la risposta, ma non ce ne è stato il tempo.
 
Si potevano alternare le domande degli attivisti del circolo con quelle degli altri astanti: spesso se ne dimenticano, ma gli stessi membri del circolo corrono il rischio di sembrare un po' troppo chiusi agli occhi di coloro che non possono, o non vogliono, dedicare parte del loro tempo allo sviluppo del Partito. Se davvero vogliono avvicinare più elettori al proprio partito, i militanti dovranno lasciare aperte le possibilità di confrontarsi soprattutto a chi viene da fuori. La fine di un partito inizia col chiudersi in sé stesso.
 
Ad alcuni, inoltre, è sembrata fuori luogo la decisione di scrivere domande preconfezionate, un modus operandi che sa quasi di censura. Per la verità, la cosa ha inizialmente lasciato un po' perplesso anche chi scrive: tuttavia, penso di poter dire che l'unica ragione dell'adozione di questo metodo è stata di tipo puramente organizzativo.
 
Va altresì detto che chi si aspettava un intervento catartico in cui simpatizzanti e non avessero chiuso l'ex Premier in un angolo per snocciolargli sotto il naso tutti i lati oscuri della sua politica sarà rimasto deluso. Al dibattito, non si è assistito a niente di simile. La sala era piena di persone che aveva ben salde nella mente e nel cuore i pregi e i difetti dal politico invitato; a mio avviso, sarebbe stato quantomeno sgradevole l'invitare un ospite a casa propria per poi tentare di riempirlo di cazzotti, o per dileggiarlo in una sorta di Cena delle Beffe in salsa gnuiorchese. Oltre tutto, il politico tutto è meno che sprovveduto, e quindi a una scena del genere avrebbe probabilmente reagito senza perdere l'aplomb, magari apostrofando i presenti con una delle sue battute folgoranti nel loro sarcasmo e facendo così scendere tutti nel ridicolo. Il fine da raggiungere era evitare di trasformare il nostro consesso in uno di quei tanti spettacoli televisivi dove gli ospiti parlano allegramente allo stesso tempo, continuano ad interrompersi, e giocano a chi sbraita più forte, spesso per la gioia dell'Auditel e del conduttore.
 
D'Alema non ha mai pubblicamente riconosciuto i suoi errori, nemmeno quando incalzato dai suoi avversari più tenaci: pensare che lo avrebbe fatto ora, con noi qui in America che francamente, di dibattiti politici, siamo un po' digiuni, sarebbe stato semplicemente puerile. Si è quindi scelta la strada del dibattito cortese, una sorta di duello fra gentiluomini con regole ben scritte, che avrebbe garantito a entrambe le parti di scambiare idee senza insultarsi e di far passare i propri concetti in un clima, se non costruttivo, almeno di rispetto reciproco. Ci si è confrontati, si è evitato di intestardirsi sulla superiorità delle proprie idee, e si è tralasciata ogni velleità di estorcere un'improbabile pubblica ammenda nel giro di un'ora e mezza scarsa. Poi, come ha detto qualcuno un po' di anni fa, "chi ha orecchi intende": il popolo, almeno quello che aleggia intorno al PD, è meno bue di quanto si pensi e, posto davanti alla forte autoreferenzialità, alla negazione di ogni errore passato, all'enunciazione di alcuni dati un po' approssimativi e a quella leggera impressione di saperne molto di più degli interlocutori, si fa un'idea di chi ha davanti.
 
Ciò detto, torniamo a bomba e diamo una rapida occhiata al cuore della serata. Si inizia con dichiarazioni spontanee, per la verità tanto autoreferenziali quanto non richieste, sulla sua fondazione Italianieuropei, facendo anche slittare nel discorso un coraggioso "non chiedo che mi si dica grazie" che tanto ricorda lo stile inimitabile di Crozza mentre fa il verso all'AD della Fiat. Mancava solo la voce da fuori campo a rassicurarlo, precisando che nessuno ha mai pensato di ringraziarlo. Forse poco originale, ma efficace per mettersi in sintonia con la platea.
 
Ci si occupa di politica estera, dove l'ex presidente dei DS dice la sua circa un parallelo fra la crisi nel Kosovo e quella in Siria. Questa parte è molto ben spiegata dall'ottimo Massimo Gaggi in un suo articolo sul Corriere, di cui invitiamo alla lettura.
 
Si arriva poi a parlare dell'America e del rapporto fra Nuovo e Vecchio mondo. D'Alema elogia la politica economica americana degli ultimi anni che, attraverso le politiche espansive volte a infondere liquidità nei mercati (il leggendario alleggerimento quantitativo), ha aiutato gli Stati Uniti a uscire dalla crisi aumentando il loro prodotto interno lordo. D'altro canto, le politiche di austerità adottate in Europa vengono bollate come una "sciocchezza": secondo l'ospite, sarebbe necessario aumentare gli investimenti pubblici per aiutare le nostre economie a uscire dalla crisi. Su questo si potrebbe anche essere d'accordo: peccato che, subito dopo, volto a minimizzare l'importanza dell'incidenza del debito pubblico italiano sul PIL, D'Alema stimi il nostro debito su livelli inferiori a quello giapponese (vero) e di quello americano. Qui, il nostro deve essersi un po' confuso: stando ai dati del 2011, il rapporto fra il debito e il PIL nostrano viaggiava intorno al 111%, (le previsioni per il 2013 lo danno intorno al 130%): quello americano, sempre nel 2011, era intorno all'82% del loro PIL (mentre per il 2012 pare aggirarsi intorno al 75%). È altresì ovvio che un politico così esperto non può essersi riferito alla quota nominale del debito pubblico: quella americana è naturalmente più elevata di quella italiana, ma due cifre prese così si riferiscono a due Paesi completamente diversi, per dimensioni, popolazione, e tasso di crescita. Non sarebbero quindi minimamente paragonabili: il refuso, quindi, resta. Mentre snocciola questi numeri, D'Alema si dimentica inoltre di precisare che il debito giapponese, pur enorme, è in massima parte in mano a investitori locali, mentre il nostro è in parte in mani straniere: noi siamo quindi più soggetti alle speculazioni del mercato.
 
Parlando di Europa, le idee del nostro Massimo sono chiare: dev'essere più democratica e meno inter-governativa, ossia più rappresentativa dei cittadini, quasi che questo preconizzi un ipotetico "governo europeo". Deve inoltre cambiare passo riguardo alle politiche di debito: auspica una nuova politica di investimenti a livello europeo, ma anche un criterio più flessibile per gli investimenti nazionali. Come queste due cose si mettano insieme, non è dato sapere. 
In tema di investimenti, annuncia compiaciuto che quando era al governo, la spesa pubblica verso ricerca e università era molto alta, parlando di dati Istat: più alta che negli altri governi. Ora, nella mia diffidenza, sono andato a spulciare un po' di dati simili: ho preso i numeri sulla spesa per ricerca e sviluppo dall'Airi (Associazione italiana per la ricerca industriale) e ho dato un'occhiata all'andamento con cui questa spesa era finanziata dalle istituzioni pubbliche. Alla luce di questi dati, appare interessante l'affermazione di D'Alema con cui rivendica una spesa molto elevata per la ricerca: con che periodo storico la confronta? Se la confrontiamo con i primi anni '90, pare che la spesa pubblica per ricerca e sviluppo sotto il suo governo fosse piuttosto bassa, a causa di una diminuzione permanente della spesa in rapporto al PIL realizzatasi dal '90 al '95. Successivamente, si è raggiunto un modesto picco nel '98, ma gli anni del governo di B. non hanno visto una drastica riduzione (in altre parole: si era già ridotta prima). Si è successivamente alzata di poco nel 2006, per poi crollare fra il 2007 e il 2008, con l'avvento dei fautori della scuola di pensiero secondo cui "con la cultura non si mangia". Da questo punto di vista, quindi, le affermazioni di D'Alema risultano basate su un certo fondamento di verità, anche se non sono scevre di imprecisioni e pare non tengano conto degli anni precedenti. (I dati che ho usato si trovano sulsul sito internet dell'Associaizone Italiana per la Ricerca Industriale: a questo pagina per quanto riguarda la spesa, e qui per quanto riguarda il PIL).
 
Un cenno è poi doveroso sulle opinioni dell'ex premier sulla legge elettorale, con particolare attenzione alla circoscrizione estera: un tema ovviamente molto sentito dagli italiani che abitano oltre i confini nazionali. D'Alema è qui lapidario, e le sue parole spengono l'entusiasmo di più di un astante: si professa favorevole all'abolizione di tale circoscrizione. Le sue argomentazioni, a dire la verità, non mancano di logica: si chiede chi siano le persone a cui la circoscrizione degli esteri permette di votare. Esistono, secondo il suo pensiero, due categorie di italiani all'estero: alcuni, quelli che sono appena giunti in terra straniera, si trovano ancora legati al proprio Paese d'origine, mentre altri, i discendenti da un'emigrazione più antica, si sono in larga parte integrati nella cultura ospite. Ha quindi poco senso garantire anche a loro il diritto di voto in un Paese che probabilmente hanno visto solo in cartolina. Le affermazioni dell'ospite non sembrano del tutto insensate, e infatti nessuno controbatte, però il pensiero potrebbe essere meno tranchant. Perché non si pensa di riformare la circoscrizione estero, anziché levarla di mezzo completamente?
 
Si passa quindi alla domanda posta da chi scrive, sull'opportunità delle privatizzazioni, con un accenno ormai di attualità sulla vicenda Telecom Italia; D'Alema era al governo proprio nel momento della sfortunata scalata di Colaninno e gli altri membri della cosiddetta "razza padana" sulla futura succursale di Telefónica. Parlando dell'OPA, D'Alema rivendica le sue azioni: dice, senza perdere la sua compostezza, che non volle usare la "golden share" del governo perché questa opzione avrebbe potuto essere contestata in sede europea (e in parte è vero), e soprattutto perché, a detta sua, preferiva che la società passasse di mano sul mercato, anziché sottobanco attraverso accordi di dubbia liceità fra un numero ristretto di operatori. Ancora adesso, in un'altra sede, rivendica la sua scelta, affermando con forza che il mercato va rispettato. Eppure, l'ex premier omette inavvertitamente un fatto importante: all'epoca della scalata di Colaninno, il presidente di Telecom, Bernabé (non il padre dell'attuale presidente: è proprio lo stesso) stava cercando un partner per difendersi dall'ingresso di Olivetti, e l'aveva quasi trovato in Deutsche Telekom. Quest'ultima sembrava intenzionata a fare la sua offerta per Telecom Italia, fino a che il ministro delle telecomunicazioni, Salvatore Cardinale, non minacciò proprio di usare la golden share del governo per scongiurare la scalata dei tedeschi. Il pretesto di allora era che la società telefonica germanica non era privatizzata, quindi non gradita come partner dal governo italiano: per reciprocità, anche il governo tedesco avrebbe dovuto privatizzare la sua società telefonica. La domanda è la seguente: come mai D'Alema elogia il libero mercato quando si tratta di favorire persone come Colaninno e i suoi soci, mentre sguinzaglia i suoi ministri minacciando un intervento dello Stato contro il tentativo di acquisizione da parte di una società evidentemente non amica? Non mi sarebbe dispiaciuto comunicare quest'osservazione all'onorevole, se solo ci fosse stato il diritto di controreplica.
 
Si resta comunque di stucco davanti al perseverare dell'ex presidente dei DS sulla bontà della sua scelta. Il piano industriale di Colaninno sarà anche potuto essere interessante (e bisogna ammettere che le idee di espandersi nel Sud America lo erano), ma non ci voleva un genio della finanza per prevedere che, per parafrasare De André, da un acquisto a debito non sarebbero potuti nascere i fiori.
In tutto questo, D'Alema riesce a inserire un'altra imprecisione: ai tempi della privatizzazione da parte del governo Prodi, il socio che acquistò la più importante quota dell'azienda, ossia la famiglia Agnelli, arrivò fino a poco oltre il 6% di Telecom Italia, e non lo 0.6% come detto dall'ex presidente del Copasir. Ma queste, come direbbe il principe De Curtis, sono quisquilie.
 
Si parla poi di altri temi: del federalismo, della cui implementazione D'Alema si mostra molto scettico, perché ha creato un forte aggravio dei costi della burocrazia, portando la spesa pubblica fuori controllo; dell'IMU, la cui rimozione, l'ospite ammette, è stato un grave errore, notando che si sarebbe dovuto porre attenzione alla riduzione del cuneo fiscale, per recuperare competitività e migliorare i salari. Su questo, gli astanti non possono che essere d'accordo. Dulcis in fundo, Massimo s'illumina d'immenso mentre parla del ruolo del segretario del PD, che secondo lui dev'essere ben distinto dal ruolo del candidato premier. Con questo, il nostro ospite sembra mandare in soffitta quell'idea mirabolante che è la "vocazione maggioritaria", dalla quale è nata l'inevitabile sconfitta del 2008, quando il PD decise di correre da solo, senza alleati. Sulle preferenze personali del D'Alema, avete già letto tutto sui giornali: Cuperlo segretario, Renzi candidato premier, e se quest'ultimo dovesse disgraziatamente vincere la corsa per il segretario, arriveranno persone di buona volontà che lo sapranno generosamente guidare. Una sorta di tutoring che non potrà far altro che bene all'allievo un po' esuberante.
La serata si chiude con un dialogo che sembra scritto da Achille Campanile, fra il D'Alema e una giovane ricercatrice che frequenta il circolo del PD. Ci sono tantissimi ricercatori italiani in Nord America, gli ricorda questa militante, aggiungendo che il loro trasferimento è dovuto alle opportunità di lavoro quasi inesistenti nel BelPaese. Siamo tutti destinati a essere confinati da questa parte dell'oceano, o c'è una speranza? Lui si fa pensoso, prende un po' di tempo, e alla fine risponde sibillino: "C'è una speranza."  Punto.
 
Nota: Il presente articolo riflette le opinioni personali dell'autore, e non ha lo scopo di rappresentare la posizione ufficiale del PD
 
* Jacopo Coletto abita a New York dal 2006. Lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001 e un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Ha deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili. Frequenta il Circolo PD di New York

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