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La pugnalata dell’Angelino

In una foto di non tanto tempo fa, Silvio Berlusconi abbraccia Angelino Alfano

In una foto di non tanto tempo fa, Silvio Berlusconi abbraccia Angelino Alfano

Ora che il grande manovratore sta scivolando verso un epilogo inglorioso i suoi alleati si staccano, per primi proprio i più fedeli, i più vicini, quelli che da lui hanno ricevuto di più. Ma in Italia è così, da sempre

Si è consumato in questi giorni l’ennesimo tradimento all’italiana, che dai tempi di Giulio Cesare suscita contrastanti sentimenti di indignazione e di rassegnazione. Indignazione perché a perpetrare l’offesa mortale è il figlio o figlioccio allevato con amore, rassegnazione perché, tanto si sa, il potere è più forte di tutto. Si tratta, in veste contemporanea, di una sorta di uccisione ideale, un parricidio “filosofico”, come quello che Platone commise nei confronti del proprio maestro Parmenide di Elea, il cosidetto parmenicidio. Ci viene da dire, quindi, che abbiamo assistito ad un vero e proprio Berlusconicidio. Gli ingredienti ci sono tutti: un po’ di “particulare”, un po’ di carpe diem, un po’ di “meglio far torto che patirlo”, un po’ di coup de poignard sur le dos, un po’ di the show must go on, un po’ di “le cose sono cambiate”, un po’ di “bisogna guardare al futuro”, ed, infine, una spolverata di “ti sarò grato finché campo”.

Così, vedere lo scatto di reni di Alfano, di fronte all’ennesima “stravagante gestione del potere politico” del suo mentore e benefattore, lascia stupefatti, ma solo un po’.

Quello che colpisce di più è, forse, la repentina scoperta di una mente autonoma dietro alla vacua maschera di lacchè indossata costantemente dal buon Angelino, pronto a calarsi con straordinaria elasticità nelle parti imposte dal suo burattinaio, incurante delle contraddizioni, dei non sense, delle inopportunità.

Trovare il suo sguardo anodino improvvisamente rinvigorito da una  fiammella di orgoglio, vederlo mentre modifica  il suo portamento, solitamente proteso verso il capo, osservare come si ritrae improvvisamente, si rintana in se stesso, si affianca e sussurra all’orecchio del nuovo sodale, che appartiene alla schiera dei nemici, fino a ieri almeno, dei nemici giurati per interposta persona. E’ il figlio che diventa grande, che non ha più bisogno, che si basta, che è madre e padre di sé stesso.

Ma volgendo lo sguardo al “padre tradito” non si può non concedergli un attimo di compatimento, indipendentemente da tutte le sue colpe, dai suoi orribili difetti, da ciò che si pensa di lui.

Il gioco era sporco e l’ha inventato lui. O comunque c’è sempre un eredità di giochi sporchi da caricarsi sulla schiena. Ma in tanti l’hanno seguito, in tanti hanno accettato di assecondarlo pur di avere un ruolo, potere, denaro, visibilità. Lui è lui, ha i suoi buoni motivi (buoni per lui) per fare ciò che fa, interessi da preservare e non ultimo il comprensibile desiderio di non finire la propria vita dietro le sbarre.

Ora che il grande manovratore sta scivolando piano verso un epilogo inglorioso i suoi alleati si staccano. E per primi proprio i più fedeli, i più vicini, quelli che da lui hanno ricevuto di più. Ma è così, da sempre.

Dura la “legge” di questo Paese che non può aspirare ad una trasparente stabilità. Tutto cambia, arriveranno nuovi dominatori, bisogna sempre essere pronti a nuove alleanze e soprattutto: chi ha respirato il profumo del potere continuerà a farlo, qualunque sia la casacca da indossare . Per questo in Italia si  cambia tutto per non cambiare nulla, per questo  Cesare non ha mai smesso di venire pugnalato ed il suo grido  di riecheggiare nel cuore di Roma nell’italica storia. Noi continuiamo a sperare che sia diversamente, che il copione possa cambiare. Almeno questa speranza lasciatecela perché essa è un sospiro profondo, un pensiero al domani, un desiderio di ottimismo, una passione per affrontare l’ignoto e l’incertezza. Anche se ai Parmenidi del mondo, consiglierei di fare attenzione:  “prima o poi al vostro nome, in un modo o nell’altro, potrebbe seguire il suffisso…cidio.”

 

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