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Qual è la notizia: le dimissioni del Procuratore Caselli da Magistratura Democratica o MD?

Giancarlo Caselli

Giancarlo Caselli

 Qualche riflessione su verità e manipolazione

Giancarlo Caselli, Procuratore capo di Torino, si è dimesso da Magistratura Democratica, la corrente “di sinistra” della magistratura italiana, com’è unanimemente definita. Come notizia di attualità, è una mezza notizia. Mezza, perché a maggio il dimissionario dalla corrente andrà in pensione anche dall’istituzione e perché è originata da uno scrittore anch’esso dimidiato. L’unico presumibile effetto sarà di marketing conservativo, così la prossima mezza fatica letteraria potrà perlomeno contare sul consueto pubblico di scontenti democratici, riattizzato da quest’uscita.

La notizia, il “fatto notevole” è nel presupposto delle dimissioni: Magistratura Democratica; ed in particolare, proprio nel suo essere presupposto, nel suo pretendere di essere un’ovvietà. Presentare come ovvio ciò che non lo è costituisce il risultato di una manipolazione riuscita.  

A questa manipolazione storico-politica ha contribuito anche Giancarlo Caselli.

La “normalizzazione” riguarda l’esistenza di una “corrente” della magistratura, che invece normale non è. E ciò che non è normale, è fuori dalla regola, dal nòmos: è anomalo. Il fatto di essere anomalo, converrete, quale attributo di chi è “il Custode della Legge”, cioè del nòmos, è particolarmente vizioso. Se la zoppìa è un guaio per chiunque, lo è in modo particolare per un ballerino; come la miopia per un cecchino o il daltonismo per un pittore.

Ma perché è anomalo che i magistrati siano divisi in partiti, o correnti? Perché la Legge, il nòmos, nasce muto. Chi gli dà voce è il giudice. Ma dare voce a un muto ha del mistero creativo.  Equivale a dare, a chi né privo, un‘essenza, una qualità vitale. La legge vive tramite il giudice. La “voce”, sono tutte le conoscenze, le sensibilità, le passioni, con cui ciascuno attraversa e alimenta la sua vita. Sicchè, in concreto, il giudice è la legge. La previsione astratta, il segno grafico, le parole impresse nei codici, costituiscono solo una cornice inerte, entro la quale l’uomo-giudice si muove secondo coscienza, cioè liberamente. Una libertà non è necessariamente arbitrio; ma ha il suo peso, che la spinge verso il basso, cioè verso l’arbitrio. Una tendenza naturale.

Per limitare questa naturale tendenza c’è un solo rimedio. Esso è lo spirito comunitario, lo sguardo sempre proteso e aperto verso chi è diverso da noi. Spirito comunitario, nel dare voce alla legge, significa essere in grado di agire e di pensare facendo sintesi di ogni diversità. Significa fare astrazione di sé, spogliandosi di ogni insegna, di ogni divisa, di ogni cultura che si sa parziale, non sintetica, non comunitaria, non di tutti.

Ora, una corrente della magistratura, cioè una ufficiale e stabilmente organizzata parzialità di chi quella voce è chiamato ad animare, è, letteralmente, una condizione antidemocratica, cioè anticomunitaria e, inevitabilmente, tirannica. A norma di Platone.

Tuttavia che Magistratura Democratica sia una corrente “di sinistra” del concreto Ordinamento giudiziario italiano, o che Unicost sia di “centro”, e così via, non fa più notizia, è diventata una “cosa normale”. E’ la notizia, come dicevo, è esattamente questa enormità. Non le dimissioni del dott. Caselli. Un’enormità resa possibile da quella manipolazione, squadernata e martellata negli anni come un racconto edificante: un’avanguardia di giovani magistrati, quasi cinquant’anni fa, si costituì per migliorare e, in molti casi, costruire per la prima volta interi settori dell’architettura costituzionale repubblicana, a lungo trascurati da una maggioranza di “potenti” tardigrada e inerte.

E’ andata al contrario. Non poteva che andare al contrario. Nel corso della Prima e, ormai, pure della Seconda Repubblica, non si è resa “più umana” e “più giusta” la giurisdizione italiana, cioè la “voce” della legge nata muta, con l’ammettere, ed anzi, rivendicare, la parzialità come un merito; non si sono meglio difesi i deboli dai forti. Infatti, i deboli sono sempre più deboli quando impazza la partigianeria. La partigianeria si nutre di aderenze, di contatti, di conoscenze, di influenze, a cui i deboli sono per definizione estranei. I deboli sono folla anonima e dispersa. I deboli non hanno forza economica, o ne hanno una storicamente effimera, sempre contingente e comunque conquistata al prezzo di intere esistenze di duro lavoro, troppo frequentemente sbeffeggiate e irrise, anche da certi scrittori, come misera integrazione “nel sistema”. I deboli non hanno forza politica, non hanno forza sociale, non hanno forza culturale. I deboli hanno solo la forza della loro appartenenza alla comunità, il loro unico valore. Quell’unica forza che imposture come Magistratura Democratica, per il solo fatto di avere deformato con voce partigiana l’integrità silente dello spirito comunitario, ogni giorno di più perseguitano e umiliano.

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