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Meglio un cattivo parlamento libero che un buon magistrato autoritario

Silvio Berlusconi quando era ancora senatore

Silvio Berlusconi quando era ancora senatore

La decadenza senatoriale sotto dettatura giudiziaria. Pessimo seme. Brutta china

 

Sarà statisticamente inevitabile che i figli di quelli che oggi, ebbri di vuoto, sventolano lo straccio burocratico della “decadenza”, echeggiando la disperata simbologia della “caduta”, della cacciata dal “luogo bene ordinato”, pagheranno per le colpe dei padri. Nemmeno quello sarà un bel giorno. Nessuna velleità profetica, s’intende. Solo un’osservazione appena estesa oltre la punta del naso.

L’ordito democratico è disfatto.

Il Governo, essiccato di ogni umore nazionale, è ormai solo ombra esecutiva dell’ombra parlamentare. Vi approdano figuranti talvolta ben vestiti, il cui maggior merito è di risultare stabilmente semiclandestini: qualche cognome svolazza in prima serata, ma così, senza realtà, senza verità, indistinguibile da un marchio fra mille: va e viene, ma quando viene, già subito va. 

 Il Parlamento, è palcoscenico periferico per mimi di terz’ordine. Non decide più; al tempo dell’Euro, ratifica: di ogni fondamentale faccenda economica, cioè di ogni fondamentale faccenda punto e basta, si occupa la Commissione Europea, una specie di Leviatano pieno di lauree e master: business schools, Engineering consulting, ovviamente. No Eschilo, no Dante, no Shakespeare. Economia contro Politica. Vince Economia. E si vede.

L’opinione pubblica, nutrita e fortificata da quasi cinquant’anni di istruzione liberata e non oppressiva, ondeggia acefala fra partiture di effimero protagonismo: applaude o mugugna, inneggia o inveisce. Così ha riacquisito il suo secolare status di gregge. Gli intellettuali, sono o cortigiani o maledetti, come sempre. Come sempre, un discrimine essenziale è la miseria materiale. Non l’unico, non l’ultimo. Aggiungo solo che già San Marco ammoniva a diffidare dei troppo chiassosi assertori di verità e rettitudine: “Non tutti quelli che dicono, “Signore, Signore”, entreranno nel regno di Dio”. Così, sommando il chiasso al denaro che si riceve per farlo, il quadro dovrebbe essere abbastanza chiaro.

Ma se ci sono i servi, ci deve essere il padrone. E il padrone c’è.

Se escludiamo stupidi e mistificatori, ogni persona di buona volontà sa, certissimamente sa, chi è il padrone. In Italia, il padrone è l’Ordine Giudiziario. Non parliamo del suo status retributivo, agganciato a quello dei senatori; non parliamo del suo status organizzativo, già rovello di Falcone; non parliamo della loro responsabilità, perchè non è prevista. Neppure parliamo della loro cultura media, perché giace accanto a quella di parlamentari e governanti, parto della stessa scuola liberata e non oppressiva.

Ma il loro potere è immenso, informe, incostituzionale: pericoloso. L’Ordine Giudiziario italiano sta ad una funzione giurisdizionale democratica come il Re Sole ad un governo eletto e il Maggior Consiglio della Serenissima ad una sovrana assemblea legislativa. E’ di un altro pianeta. 

Così a Montecitorio e a Palazzo Madama solo distribuiscono tessere annonarie e “baciamo le mani a vossignoria”. 

“Come cittadina preferirei una cattiva legge votata da un Parlamento libero ad una buona legge imposta da magistrati autoritari”. Se non ci fosse un problema, perché parlare di magistrati autoritari? E questa era, nel 1997, Elena Paciotti, già Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, non Daniela Santanchè.

Un anno dopo, venne pubblicato negli Stati Uniti un saggio dai contenuti devastanti per l’Italia: e devastanti perché esponevano una critica ampia, profonda e documentata. Ma questo saggio, The Italian Guillotine, non si è mai potuto pubblicare in Italia. Mai, a meno di non rischiare tutto quello che si può rischiare muovendo una critica autentica ai detentori di un simile potere. E’, di fatto, un libro proibito. Perciò l’intervista di Stefano Vaccara, uscita ieri, al Prof. Stanton H. Burnett (l’Autore, con Luca Mantovani), è doppiamente meritoria. Sfida il Nuovo Sillabo.

Il senso ultimativo di quelle parole, meglio un cattivo parlamento libero che un buon magistrato autoritario, confermava, sin d’allora e con scienza diretta, quanto viene chiaramente spiegato in quello studio.

“Giustizia”, “verità”, “moralità pubblica”, “colpa”, sono luoghi impervi del pensiero umano. Ogni volta che si è alzato qualcuno a sostenere di averne l’esclusiva; ogni volta che si è invocato un principio superiore, a giustificare l’esclusiva (La Chiesa, Libertà-Uguaglianza-Fraternità, la Rivoluzione Proletaria,) ci sono stati lutti e distruzioni per singoli sventurati, e la società nel suo complesso è regredita, si è rattrappita fra le paure degli uni e la violenza degli altri. Ma, soprattutto, il veleno definitivo, il morbo quasi incurabile, è stata l’illusione del “se lo sono meritati”, del “a me non può capitare perchè ho ragione”. L’illusione della Lettera Scarlatta. 

Se non si capisce che questo oggi sta accadendo in Italia, se non si rifugge l’appagamento di una meschinità suicida, se non si colgono i cupi rigurgiti della storia, allora molti padri dovranno amare spiegazioni ai loro figli. E sperare che bastino.  

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