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Enrico Letta chiede la fiducia: “Per evitare di rigettare nel caos il Paese”

Alla Camera confermata la fiducia al governo: approvata la mozione di maggioranza con 379 sì, 212 no e due astenuti. Di seguito il discorso integrale del Presidente del Consiglio dei Ministri alla Camera dei Deputati

Signora Presidente,

Onorevoli Colleghi,

sono qui oggi per chiedere il voto di fiducia per un nuovo inizio.  Con obiettivi realizzabili e tempi certi. Soprattutto con la determinazione a lottare con tutto me stesso per evitare di rigettare nel caos il Paese proprio nel momento in cui esso è in grado di rialzarsi.
È vero: l’Italia è oggi una società fragile e stordita dalla crisi. È però, nello stesso tempo, una società pronta dopo tanti sacrifici a ripartire. È nostro compito – anzi, è il nostro obbligo, anche generazionale – guidarla nella ricostruzione.
Essere qui è per me un privilegio e un dovere insieme. Perché questo è il Parlamento della Repubblica. Perché le istituzioni esigono rispetto. Lo esigono sempre e lo esigono a maggior ragione in un tempo così amaro, nel quale sempre più spesso si tenta di immiserire quest’Aula con parole e azioni “illegittime”. Sì, illegittime.
Sono parole e azione figlie di una cultura politica che mette all’indice i giornalisti, avalla la violenza, vuol fare macerie degli edifici stessi della democrazia rappresentativa, arriva a incitare all’insubordinazione le forze dell’ordine. Forze dell’ordine che invece io qui voglio ringraziare davanti a voi e al Paese per la fedeltà indiscutibile ai valori repubblicani – valori per difendere i quali è nata questa nostra democrazia – che dimostrano ogni giorno.
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Onorevoli Colleghi,
il 2 ottobre, a dispetto del voto finale, mi sono rivolto direttamente a una nuova maggioranza politica a sostegno dell’esecutivo che presiedo. Una maggioranza meno “larga” nei numeri, più coesa negli intenti. Una maggioranza che ha dimostrato di essere tale con il voto di fiducia al Senato sulla Legge di Stabilità. Oggi ciò che vi chiedo è di confermare quella fiducia. Per segnare, anche formalmente, una discontinuità. Per distinguere per bene tra un “prima” e un “dopo”.
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“Impegno 2014”
Il “prima” lo conoscete, lo conosciamo. Rivendico la positività dell’esperienza di questi mesi e l’impegno a lavorare con dedizione, nonostante le intimidazioni quotidiane, gli aut-aut, le minacce dalle quali ho scelto di tenere per quanto possibile il governo al riparo. Lo rivendico perché ho sempre considerato questa esperienza come il passaggio da una situazione di contrapposizione tossica tra nemici a un sistema di competizione sana tra avversari. Un passaggio obbligato dall’esito del voto di febbraio, ma soprattutto dalla necessità – che io giudico, oggi più che allora, ineludibile – di archiviare un “ventennio sprecato”. Fatta eccezione per alcune importanti realizzazioni, l’ingresso nell’euro tra queste, sono state, infatti, troppe le occasioni mancate. Sprecata l’opportunità di riformare noi stessi, la politica, le istituzioni. Sprecata la chance di invertire il declino dell’economia italiana prima che la crisi intervenisse, come un uragano, a sconvolgere la vita dei cittadini, delle famiglie, delle imprese. Il nostro alibi è stato il conflitto, apparentemente insanabile, tra due Italie, ma il costo di questo alibi si è rivelato altissimo per tutti gli italiani, condannando le istituzioni all’impotenza.
Delle responsabilità di questo fallimento ho parlato nel mio discorso di aprile. Nessuno può dirsi assolto. Perché non si è riusciti, da una parte o dall’altra, a resistere alla tentazione di qualificarsi sempre e solo per contrasto. Perché alla ricerca, paziente e faticosa, delle soluzioni utili all'Italia si sono preferite le scorciatoie, gli slogan, il consenso qui e ora.
Il governo che presiedo è nato dall'impegno della maggioranza parlamentare a superare questi vizi e a distinguere temporaneamente le politiche dalla politica. Malgrado le diffidenze reciproche e le infinite ferite del passato, penso che in molti abbiano vissuto con genuina convinzione questo impegno.
La scorsa estate alla missione stessa di servizio al Paese si è tentato di anteporre una questione sola, tanto da utilizzarla come condizione ultimativa rispetto alla vita dell’esecutivo. Nella vicenda giudiziaria di Silvio Berlusconi non sono entrato in questi mesi e non entro oggi.
Accettando l'incarico dalle mani del capo dello Stato, Giorgio Napolitano – cui va ogni giorno, oltre che la mia gratitudine personale, il ringraziamento per il sacrificio con cui adempie, in condizioni difficili, all'incarico cui questo Parlamento l'ha impegnato per la seconda volta a larghissima maggioranza – avevo però detto che il mio non sarebbe stato un “governo a tutti i costi”. Non è stato un “governo a tutti i costi”. Avevo detto che il rispetto per la separazione tra poteri dello Stato, e per la loro piena autonomia, era il limite da non oltrepassare. Quel limite non è stato oltrepassato. Tutto ciò l’ho deciso anche prendendomi il rischio di andare a casa. Ed è per questo che oggi sento più forza. Sento che dobbiamo usarla. Sento che dobbiamo usarla al meglio.
Dunque, a dispetto di chi dice che non cambia mai niente, la trasformazione politica determinatasi in questi 7 mesi è di gran lunga la più radicale di tutta la seconda Repubblica. C'è stato un prima. Ci sarà un dopo. E il “dopo” è una storia nuova da scrivere. Può e deve farlo una leadership politica ringiovanita di alcuni decenni in soli pochi mesi e legittimata grazie a coraggio e partecipazione, da una parte e dall'altra di quest’Aula. Può e deve farlo il Parlamento, pena la condanna all'ingovernabilità perenne, alla paralisi, al caos simile o addirittura peggiore di quello vissuto nei due mesi di limbo che hanno separato il voto di febbraio dalla rielezione del presidente della Repubblica.
Per sventare questo rischio vi chiedo di impegnarci insieme. Molti degli obiettivi cui farò riferimento oggi sono in effetti il frutto di una base di consenso comune maturata a partire dalla fiducia iniziale e dalle successive evoluzioni. Li porteremo, quindi, avanti speditamente. Oggi, però, la coalizione è diversa e più unita. Ci sono, dunque, le condizioni per definire, nelle prossime settimane, un patto di governo tra chi sceglie di concederci la fiducia. Un patto che voglio chiamare “Impegno 2014".
Questa discussione all’interno della maggioranza declinerà in modo più definito i punti sui quali oggi vi chiedo la fiducia. Ma per essere chiari il nuovo inizio è oggi. Gli approfondimenti che faremo nella maggioranza non saranno occasioni per rimettere in discussione i punti cardinali del lavoro per il 2004 che non sono nel discorso sul quale vi sto chiedendo la fiducia.
L’impegno è quello che assumiamo con l’Italia prima che tra di noi. Comporta un'articolazione più collegiale tra i nuovi gruppi parlamentari della maggioranza. Comporta affidamento, cioè fiducia reciproca. Comporta rispetto e linearità.
Nei mesi scorsi non c'erano le condizioni per dar seguito a una proposta di tenore simile che mi aveva rivolto il senatore Monti. Ne dovetti prendere atto a malincuore. Oggi queste condizioni ci sono e aiutano senz’altro le sollecitazioni, che mi paiono peraltro componibili, espresse dai leader del PD e del Nuovo Centro Destra e dai gruppi parlamentari “Scelta civica” e “Per L’Italia”.
Per una democrazia più forte e solida: le riforme e la legge elettorale
Onorevoli Colleghi,
il grande obiettivo – entro il quadro temporale dei 18 mesi –  è avere istituzioni che funzionino e una democrazia più forte e solida. In questo le riforme occupano il primo posto non solo perché, proprio senza istituzioni credibili ed efficaci, è immiserita ogni azione di governo, ma perché la sentenza della Consulta, che ci ha liberato dalla peggiore legge elettorale d’Europa, impone di trovare soluzioni al più presto.
L’urgenza e il nuovo quadro politico ci inducono al realismo.  La scelta di Forza Italia di non garantire il sostegno al percorso rafforzato di riforma costituzionale, che era giunto proprio alla soglia dell'ultimo passaggio parlamentare, obbliga a una onesta presa d'atto della necessità di cambiare percorso per evitare una dilazione dei tempi. Un allungamento che sarebbe errore capitale.
Dobbiamo arrivare al risultato. Per questo propongo che si lavori sulla procedura dell'attuale articolo 138 della Costituzione e che ci si concentri su quattro obiettivi di cambiamento. 

Primo: la riduzione del numero dei parlamentari, priorità largamente condivisa in questo Parlamento.
Secondo: l'abolizione delle Province dalla Costituzione. Il disegno di legge in materia è stato depositato da tempo dal governo. Si aspettava l’approvazione definitiva del DDL che istituiva procedure ad hoc per le riforme costituzionali. A questo punto è bene procedere subito.
Terzo: la fine del bicameralismo perfetto con un'unica Camera che dia la fiducia e faccia le leggi e l'altra, che esprima più compiutamente il disegno di raccordo con le autonomie già presente nella Carta.
Quarto: una riforma del Titolo V della Costituzione che metta ordine nel rapporto tra centro e poteri decentrati, migliori il ruolo della specialità e chiarisca le responsabilità di ciascun livello di governo, limitando al massimo quelle concorrenti, in favore della competenza esclusiva dello Stato o delle Regioni.

A partire da una discussione nella maggioranza, aperta poi a tutte le forze politiche, si dovranno rapidamente definire  i disegni di legge costituzionale per raggiungere questi obiettivi. Sarà utilissimo in questo il lavoro del comitato dei saggi, che ringrazio tutti per la dedizione e la qualità delle proposte presentate al governo. Da li partiremo per la riflessione dei prossimi giorni su questi quattro punti. Chi proverà a far saltare il banco ne risponderà di fronte ai cittadini. Cittadini che con un referendum saranno comunque chiamati a decidere se confermare o meno una riforma che consentirà alle nostre istituzioni di funzionare meglio e all’Italia di scrollarsi di dosso l’immagine del Paese barocco e instabile, che non riesce mai a decidere.
Vengo ora alla legge elettorale. Non voglio entrare in tecnicismi. Mi concentro solo su due aspetti. Primo, deve evitare un eccesso di frazionamento della rappresentanza che ci condannerebbe all’ingovernabilità. Come ha ammonito il Presidente Napolitano, la democrazia dell’alternanza è un obiettivo irrinunciabile e ci impone di orientarci verso meccanismi maggioritari.
Secondo. Finalmente sono state cancellate le liste bloccate, negazione di ogni criterio di merito e rappresentanza, inno alla cooptazione. È fondamentale ora facilitare le scelte dei cittadini e creare un legame, il più diretto possibile, tra elettori e il loro eletto.
Nessuno, noi per primi, pensi a una legge elettorale punitiva nei confronti di altri. Governo, maggioranza e Parlamento tutto lavorino nelle prossime settimane per dare pronta attuazione al pronunciamento della Consulta e restituire ai cittadini lo scettro, vale a dire, il diritto di scegliere chi li rappresenta e chi li governa.
Anche sull'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti dobbiamo arrivare alla parola fine, esattamente come è avvenuto, da subito, con l’eliminazione del doppio stipendio dei parlamentari membri del governo.  L'avevo promesso nel discorso di nascita dell'esecutivo e l’abbiamo fatto. Sull’abolizione del finanziamento pubblico ho ripetuto più volte che con la collaborazione tra governo e Parlamento si sarebbe potuta chiudere entro l'anno una questione il cui infinito trascinarsi fa giustamente infuriare l'opinione pubblica, in modo trasversale. Il governo ha approvato la proposta poi migliorata e licenziata da un ramo del Parlamento. Tuttavia, troppi sono i mesi passati dal varo in Consiglio dei Ministri. Per questo confermo qui la mia volontà a completare definitivamente la vicenda entro l'anno.

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L’Italia che si rialza: 5 obiettivi per il 2014
Onorevoli colleghi,
ad aprile, davanti a voi e al Paese, mi sono impegnato per un programma di riforme economiche. Non cerco attenuanti e non nego che la minaccia continua di instabilità abbia contribuito a indebolire l’azione del governo. Tuttavia, resto convinto della bontà della nostra impostazione. Abbiamo messo in cantiere interventi importanti, ma soprattutto abbiamo privilegiato una politica economica basata sul rispetto degli impegni, da un lato, e sulla creazione di condizioni in grado di supportare la ripresa, dall’altro. La caduta del PIL si è arrestata, come dimostra il dato di ieri sul terzo trimestre dell’anno, il primo dopo oltre due anni senza un segno negativo. Il Paese può ripartire. Naturalmente, però, dobbiamo attuare le misure già approvate e varare subito riforme indispensabili per rendere strutturale il recupero di competitività.
Confermando questa impostazione, 5 sono i punti che devono essere, a mio avviso, alla base del nostro impegno per il 2014. Dobbiamo:
1)        continuare a far scendere contemporaneamente il debito, il deficit, le spese di parte corrente, le tasse su famiglie e su imprese piccole e grandi;
2)        raggiungere una crescita dell'ordine di grandezza dell'1% nel 2014 e del 2% nel 2015, che sia strutturale e si accompagni a un'aggressione efficace alla disoccupazione, a partire da quella giovanile;
3)        rilanciare gli investimenti pubblici, spendendo le risorse stanziate e eliminando i colli di bottiglia nell’attuazione delle decisioni prese su infrastrutture e opere, grandi e piccole;
4)        aggiornare le nostre politiche di competitività industriale a sostegno di imprese, in particolare piccole e medie, affinché siano sempre più innovative, digitalizzate e internazionalizzate;
5)        creare un clima più favorevole agli investimenti attraverso il piano "Destinazione Italia", con le sburocratizzazioni, l’apertura dei mercati, le semplificazioni in particolare dei codici del lavoro e di quello fiscale, le riforme della giustizia.
Il 2014, dicevo, sarà il primo anno col segno “più” dopo il buio della crisi. È un risultato non scontato. Pur con molte difficoltà, possiamo incassare il dividendo della stabilità, senza il quale avremmo avuto certamente un innalzamento dei tassi di interesse che, a loro volta,  avrebbero strangolato la crescita.

Siamo l’unico grande Paese d’Europa, con la Germania, sotto il 3% di deficit. Il surplus primario, cioè la spesa al netto degli interessi, è al 2.5% e siamo quindi, sempre assieme alla Germania, i più virtuosi in Europa. È vero: abbiamo un debito pubblico colossale. Lo stiamo aggredendo: inizierà a scendere nel 2014. È importante perché ce lo chiede l’Europa? Sì, anche. Ma soprattutto è fondamentale perché un debito pubblico così alto in rapporto al PIL ci costa troppo: quest’anno spenderemo quasi 90 miliardi di euro in interessi. 90 miliardi di euro: quanto una decina di leggi di stabilità. Soldi buttati. Qui in Parlamento ci accapigliamo per qualche milione, immaginate cosa potremmo fare anche solo con un quarto di quei 90 miliardi.
Ora – fermi restando gli indicatori virtuosi che vi ho detto e che devono assolutamente restare tali – è il tempo delle azioni sull’economia reale: per i lavoratori, gli artigiani, gli imprenditori, i professionisti, i commercianti, i ricercatori.
Intanto sono già operativi gli strumenti messi a punto dal governo. Chi vuole investire sui macchinari e sulle dotazioni tecnologiche, grazie alla nuova legge Sabatini, può farlo, abbattendo gli interessi sul finanziamento e con una garanzia statale. Chi vuole assumere un giovane disoccupato può farlo con l’incentivazione straordinaria della decontribuzione totale. Già quindi un primo segno su quella strada di riduzione delle tasse sul lavoro che abbiamo intrapreso in Legge di Stabilità e che rafforzeremo ulteriormente. Chi vuole dare un impiego a una persona di qualsiasi età uscita da cicli produttivi in difficoltà, può farlo beneficiando, dal momento dell’assunzione, dell’ammortizzatore sociale residuo. Chi vuole ristrutturare con criteri ecocompatibili ora lo può fare con uno sconto fiscale mai così alto. E sulla casa voglio anche sottolineare i fondi messi a sostegno della morosità incolpevole delle giovani coppie e dei lavoratori precari. 
Potrei continuare. So però che bisogna fare di più. Partendo da una priorità ineludibile: il soccorso per quegli italiani che la crisi ha esposto a livelli di vulnerabilità mai toccati. I disoccupati le cui famiglie scivolano verso la povertà; gli esodati per i quali le risposte, pure parzialmente arrivate, sono ancora incomplete;  i giovani frustrati nel non trovare un impiego; gli anziani e i pensionati per i quali le prime misure per la non autosufficienza contenute nella Legge di Stabilità sono necessariamente da rafforzare; le indicizzazioni delle pensioni da estendere; i disabili per i quali si è operata un'inversione di tendenza su alcune voci di spesa sociale che andranno rafforzate l'anno prossimo.
Sempre l’anno prossimo vogliamo e possiamo sperimentare nuovi strumenti di sostegno per l'inclusione attiva previsti nelle riforme di questi mesi. Dobbiamo far sì che funzionino bene e siano estesi in modo strutturale dal 2015. Il tutto con una attenzione ossessiva ma evidentemente selettiva, al Mezzogiorno dove i problemi di esclusione, scoramento, rabbia esplodono se non gli si danno risposte immediate e mirate, al di là delle belle analisi sulla questione meridionale.
Allo stesso modo, nel 2014 completeremo la riforma degli ammortizzatori sociali. Vanno disegnati meglio ed estesi  a chi vive l'estrema vulnerabilità personale e familiare generata dalla chiusura di tante aziende, piccole e grandi. In un clima di dialogo sociale si deve andare verso un sistema che privilegi il lavoratore rispetto al posto di lavoro. Nessuno deve restare indietro, nessuno deve avvertire il senso freddo della solitudine.
Vi chiedo di rilanciare insieme la forza della comunità, il ruolo dei corpi intermedi, dell'associazionismo, del volontariato. La forza, economica e di competitività, delle donne che oggi non valorizziamo come dovremmo e, soprattutto, come servirebbe. Per questo, dopo aver attivato le forme di incentivazione previste dalle misure sull’occupazione femminile, il 2014 sarà l’anno delle misure sulla conciliazione tra lavoro e famiglia alle quali stiamo già agendo da tempo.
L’Italia è e deve essere una “comunità”, non mi stancherò mai di ripeterlo. È capacità d’impresa, innovazione, dedizione, fierezza del lavoro. Siamo la quinta potenza manifatturiera del mondo, la seconda in Europa. Tra le prime 20 filiere industriali in Europa, 10 sono tedesche, ma 6 sono italiane. Abbiamo la seconda agricoltura europea per valore aggiunto. Il nostro export cresce, si rinnova e trova nuovi mercati: siamo uno dei pochi grandi paesi al mondo a presentare stabilmente un surplus commerciale strutturale nel manifatturiero.
Stiamo reagendo. Non dobbiamo rinunciare a usare i nostri talenti, e in particolare le tre risorse più importanti. Primo, il nostro capitale umano, cioè le persone, puntando sAnzitutto, un piano – da attuare entro marzo – di interventi incisivi per rilanciare l’università e la ricerca, mettendo al centro gli studenti e la qualitàull’istruzione dei giovani e sulla ricerca. Secondo, la bellezza e la cultura, puntando sul turismo, sull’ambiente, sulla grande occasione dell’Expo, sulla vitalità e la creatività. Terzo, le imprese. È vero che abbiamo perso in questo ventennio molta capacità industriale, anche nei servizi, ma molta ce n’è ancora. E molta possiamo recuperarne.
Partiamo dalle ragazze e dai ragazzi. Il 1° gennaio prende avvio la “Garanzia per i Giovani”, il nuovo strumento europeo che a giugno è stato approvato. Per l’Italia è una grande sfida. Tutto è pronto, ora va attuato.
Abbiamo riportato istruzione e ricerca in cima alle priorità del governo: prima con il decreto “L’istruzione riparte” e, nei prossimi mesi, con tre impegni concreti. del sistema: potenziamento della valutazione, nuove regole per il finanziamento degli atenei e la contribuzione studentesca, costo standard per studente, diritto allo studio.
In secondo luogo, una costituente della scuola, da concludere entro giugno, per adottare interventi con obiettivi precisi: i ragazzi devono diplomarsi prima, con competenze migliori e un orientamento più chiaro sulle future scelte professionali e di formazione superiore; gli insegnanti devono avere opportunità di formazione adeguate e regole di reclutamento e carriera stabili, basate su trasparenza e merito. Il ciclo di istruzione deve iniziare per tutti con la scuola dell’infanzia, che è un diritto dei bambini e uno strumento per favorire la conciliazione famiglia-lavoro e le pari opportunità.
Infine, i giovani ricercatori. Dopo aver portato il turn-over al 50%, dobbiamo andare avanti su questa strada. La burocrazia non può ingabbiare l’autonomia dei ricercatori e la loro vocazione internazionale: con questo spirito, nel nostro semestre di presidenza lavoreremo per promuovere la mobilità dei ricercatori e completare l’area europea della ricerca.
Secondo aspetto: la bellezza come grande risorsa economica. Proseguiremo nell’azione avviata, confermando l’impegno a investire sulla cultura. A gennaio arriverà poi in Consiglio dei ministri il decreto per rilanciare il turismo. Sempre a gennaio, in linea con il decreto “Valore Cultura” già varato, sarà lanciato il bando per il progetto annuale “Cultura Capitale” che il 27 maggio – anniversario della strage dei Georgofili – culminerà con la designazione della prima capitale italiana della cultura per l’anno 2015.
Strettamente legati a questi temi ci sono, naturalmente, l’ambiente e la tutela del paesaggio. Dobbiamo scegliere la strada della prevenzione, dell'efficienza, della lotta agli sprechi, della sostenibilità. Dobbiamo aumentare gli investimenti contro il dissesto a partire da una migliore capacità di spesa dei fondi già disponibili; allo stesso tempo dobbiamo semplificare le procedure per realizzare presto e bene gli interventi come previsto nell’Agenda verde, il collegato ambientale alla Legge di Stabilità; bisogna approvare il disegno di legge per il contenimento del consumo del suolo.
Le imprese. Mettiamo al centro della nostra azione economica la competitività. Un fattore importante è la riduzione del costo del lavoro. Abbiamo cominciato ad affrontarla con la Legge di Stabilità. Il Parlamento ci ha impegnato a impiegare nella ulteriore riduzione del costo del lavoro i proventi della revisione della spesa e del ritorno dei capitali dall’estero. Inseriremo questo automatismo nell’ultimo passaggio della Legge di Stabilità, dopo averlo discusso con le parti sociali.
“Destinazione Italia”, il piano per l’attrazione degli investimenti e il rilancio della competitività, sarà invece venerdì in approvazione definitiva in Consiglio dei Ministri. Vogliamo dare agli investitori e agli imprenditori certezza delle procedure, certezza dei tempi (anche della giustizia), certezza del fisco. Il tutto per abolire o semplificare procedure inutili e per modernizzare l’intera Pubblica Amministrazione. All’interno del Piano ci saranno un credito d’imposta per la ricerca e fondi per incentivare la digitalizzazione delle PMI.
Per difendere il made in Italy di vecchia e nuova generazione è fondamentale avere accesso ai mercati in maniera libera e giusta. Per questo abbiamo lavorato a livello europeo per spingere sugli accordi del WTO e sull’accordo commerciale con il Canada recentemente firmati. Vogliamo concludere presto quello con gli Stati Uniti, il TTIP, nel secondo semestre 2014 sotto la nostra Presidenza dell’Unione. Da questo accordo trarranno beneficio soprattutto le piccole e medie imprese. Il TTIP è l’occasione per lanciare un grande mercato comune transatlantico, sulle orme del mercato comune europeo. Il mercato unico ha fatto ricca l’Europa. Ugualmente il TTIP sarà uno stimolo importante per le economie europea e americane.
Ancora, venerdì interverremo con “Destinazione Italia” anche su un altro dei fattori frenanti della competitività, ovvero l’alto costo dell’energia. Una riduzione di 600 milioni sulle bollette che si somma a quella già prevista dal decreto “Fare”. 
Per rilanciare la competitività del nostro sistema c'è anche bisogno che lo Stato in alcuni campi sia in grado di giocare bene il proprio ruolo. Non certo alla vecchia maniera, ma con un uso efficace e moderno dei nuovi strumenti in campo e con una riflessione a largo spettro per evitare di perdere asset preziosi e per concentrare risorse su operazioni di sistema e opportunità da non perdere, sia a casa, sia sui mercati europei ed esteri. Su questo mi aspetto importanti contributi dalla discussione su "impegno 2014".
A complemento della Legge di Stabilità e di Destinazione Italia il governo ha poi lanciato – lo sapete – un piano di privatizzazioni. Il primo blocco già presentato vale tra i 10 e i 12 miliardi di euro che andranno in gran parte a riduzione del debito.
Lo sappiamo: è un tema sensibile perché troppi sono stati gli errori del passato. Però voglio rassicurarvi: nessuno di noi si sogna di svendere per fare cassa. Io credo profondamente nel ruolo dello Stato, ma credo anche che lo Stato per essere credibile e funzionante non debba occuparsi di tutto. L’arrivo di capitali privati può essere il momento di svolta per iniettare risorse fresche, rilanciare la produzione, garantire lo sviluppo delle aziende coinvolte. È il caso, ad esempio, di Fincantieri e di SACE, che trarranno dalla valorizzazione risorse fresche per il loro sviluppo.
Il prossimo anno, nell’ambito del secondo tempo di questo piano di dismissioni – e attenzione: stiamo parlando di quote non di controllo –, studieremo con l’azienda e con i sindacati l’apertura del capitale di Poste e di altre aziende e la partecipazione dei lavoratori all’azionariato, permettendo loro rappresentanza negli organi societari. È un’esperienza unica, un tentativo – quello di sperimentare in Italia la Mitbestimmung tedesca – destinato a influenzare in meglio le relazioni industriali e il modello di impresa nel nostro Paese.
Infine, l’apertura dei mercati, le infrastrutture, la tutela dei consumatori. A questo riguardo occorre proseguire sulla strada di una maggiore apertura, anche attraverso la presentazione presto dell’annuale legge sulla Concorrenza. Il cronoprogramma delle liberalizzazioni comincia comunque questo mese, con l'entrata in attività dell'Autorità di regolazione dei trasporti, uno dei settori chiave per la nostra economia. Diventerà operativa il prossimo 19 dicembre, un fatto che testimonia la serietà della nostra azione a garanzia del sistema delle regole per gli investitori italiani e stranieri e a tutela dei diritti degli utenti e della qualità del servizio pubblico.
Nel 2014 presenteremo il  piano nazionale dei porti e degli aeroporti, che individui le priorità del Paese. Oggi queste strutture agiscono in concorrenza tra loro senza programmazione né sinergia. Ma è una grande operazione nazionale che dobbiamo fare, di politica industriale strategica.
Sulle infrastrutture, proseguiremo nel finanziare opere e progetti immediatamente cantierabili o in corso di ultimazione, una rimodulazione della spesa che consente di avere miglioramenti continui, in tempi brevi, a servizio di tutto il sistema produttivo.
Infine, sempre nel prossimo Consiglio dei Ministri, in tema di tutela della concorrenza e apertura dei mercati, partiremo dal settore assicurativo con un intervento in grado di far scendere, e sensibilmente, le tariffe dell’Rc Auto.
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Lo Stato deve fare la sua parte
Per riportare fiducia nei cittadini, lo Stato deve fare la sua parte. Dico chiaramente come, secondo me. 
In primo luogo, con la nostra revisione della spesa. Il lavoro del Commissario Cottarelli riguarda certo i risparmi, ma deve anche determinare un cambio di mentalità radicale per il settore pubblico: meno lotte per il potere e più senso del servizio, meno rendite di posizione e più concretezza nei risultati. Senza alibi. Sarà l’occasione anche per procedere a un’opportuna ridefinizione del perimetro dello Stato. Vogliamo eliminare tutte le improprie interferenze dell’amministrazione nella vita dei cittadini e delle imprese e ridurre il numero degli assensi, dei concerti e degli atti di intesa tra amministrazioni diverse, che finiscono per bloccarsi tra loro.
In queste settimane la Presidenza del Consiglio, al termine di una ricognizione faticosa, partita ad agosto col taglio degli aerei blu e la destinazione delle risorse derivate alla Protezione civile e che ha fatto affiorare non poche criticità e intollerabili sprechi, sta approvando direttive necessarie per dare un metodo di lavoro orientato ai risultati che estirpi rendite di posizione e privilegi. Questi interventi riflettono le nuove Linee Guida della Presidenza che  faremo in modo siano condivise, nell’impostazione e nelle priorità, anche dagli altri Ministeri. Più in generale, vogliamo procedere  in tempi brevi a una riforma della dirigenza pubblica, al fine di rafforzare le competenze e gli incentivi all’efficienza amministrativa.
Secondo punto: cambiare un’amministrazione che perde – e fa perdere – troppo tempo. Secondo Doing Business l’Italia è al 138° posto al mondo per le complicazioni fiscali. Per pagare le tasse, le nostre imprese impiegano 269 ore all’anno contro le 176 ore per la media dei Paesi Ocse. Abbiamo introdotto un principio importante con il decreto del “Fare”: l’Amministrazione, il pubblico, deve pagare ogni ritardo. Dobbiamo continuare a rimuovere le cause dell’altissimo numero di condanne dello Stato sulla ragionevole durata del processo: un costo per le finanze pubbliche e l’emblema di una giustizia civile a un passo dal fallimento. Se vogliamo mettere le imprese – italiane ed estere – in condizione di investire, Governo e Parlamento devono fare la loro parte, secondo la traccia del “decreto Fare” e di Destinazione Italia: meno processi, più cultura della conciliazione. Sempre venerdì in Consiglio dei Ministri approveremo nuove misure per accelerare la giustizia civile, compresa una riforma complessiva delle esecuzioni.
Terzo punto: un Paese più semplice si ottiene solo con le leggi? No: passa per i risultati e la valutazione delle politiche pubbliche. Troppe semplificazioni-slogan sono rimaste sulla carta. Per questo nel 2014 entrerà in funzione un “Contatore della semplificazione” per verificare e valutare le performance della Pubblica Amministrazione. Il  governo deve agire in modo trasparente, chiarire le politiche pubbliche che persegue, render conto del loro stato di attuazione. Per questo stiamo costruendo, analogamente a quanto fatto nel Regno Unito, un sito unico del governo, delle agenzie e degli enti pubblici strumentali, in cui siano riportate in modo dettagliato le politiche pubbliche, con gli obiettivi e i risultati attesi, le azioni adottate e gli adempimenti da assumere, con la relativa tempistica. Tutti i materiali dovranno essere open data. Più trasparenza significa responsabilità sociale. Vale per le imprese, deve valere per lo Stato.
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Onorevoli Colleghi,
Il presidente della Repubblica ha rivolto a settembre un appello sulla drammatica situazione carceraria. Su temi è competente il Parlamento che  deciderà in autonomia, ma su ciò che è di competenza del governo siamo pronti. Lo dissi in occasione del primo voto di fiducia, e voglio ripeterlo oggi: siamo la patria di Cesare Beccaria, vediamo di dimostrarlo.
Vediamo di dimostrarlo nella lotta contro la corruzione e le mafie. Quanti comuni sono stati sciolti negli ultimi anni per infiltrazioni mafiose? Quante economie criminali abbiamo visto prosperare nella crisi all’ombra delle frasi fatte “la mafia non esiste”, “la mafia esiste solo al Sud”? Quanta illegalità c’è nel territorio deturpato, nella cementificazione selvaggia che ci lascia disarmati davanti al dissesto idrogeologico? Quanto dobbiamo al coraggio e all’abnegazione degli uomini impegnati in prima linea contro le mafie, cui il governo comunque non farà mancare un supporto doveroso  nel prossimo anno? A questo proposito,  il decreto sulla Terra dei Fuochi è stato una risposta forte dopo anni di immobilismo. Abbiamo rafforzato gli strumenti repressivi, interventi di caratterizzazione dei suoli che frenino il rischio di compromettere l’agricoltura del territorio e risorse a sostegno delle attività di bonifica.
Il lavoro della Commissione istituita dal governo ha prodotto molte altre proposte concrete per combattere la criminalità organizzata, tra cui il contrasto patrimoniale e una maggiore efficienza in tema di beni confiscati. Entro gennaio approveremo in Consiglio dei ministri il pacchetto di norme sulla legalità frutto del rapporto della Commissione. 
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Onorevoli colleghi,
oggi vorrei che tracciassimo una linea. Di qua chi ama l'Europa, ne riconosce le contraddizioni, vuole riformarla, non delega ad altri la responsabilità di provare a farlo, sa che senza l’Unione ripiombiamo nel Medioevo. Di là chi vuole bloccare l'Europa, si scaglia contro i suoi limiti per speculare sul malessere, sulla disoccupazione, sul crollo dei consumi di questi cinque anni.
La linea di separazione è la più netta. Nessuna sfumatura. Il mandato che vi chiedo è per costruire, insieme a chi si riconosce in questa parte, un'Europa migliore. Chi vuole isolare l'Italia non voti la fiducia. Chi vuole conquistare consenso con il populismo antieuropeo non voti la fiducia.
La caratteristica distintiva dei populisti è inventare sempre un nemico contro il quale scaricare l’indignazione e trasformarla in conflitto. Serve per nascondere la debolezza o l’inconsistenza della propria proposta. Serve ad evitare di dover rispondere, con credibilità e serietà,  delle proprie azioni.
Una politica forte della propria identità e dei propri ideali dialoga, discute, combatte, rispetta. L’Italia ha una solida, profonda e nobile identità europea. Dobbiamo esserne fieri. Per questo la discussione sull'Europa che vogliamo nei prossimi anni deve, una volta ancora, passare dal protagonismo italiano.
Affinché ciò avvenga, l'Italia deve essere credibile. Deve essere unita sui grandi interessi del Paese. Deve dotarsi di un sistema politico e istituzionale comprensibile, trasparente, in grado di decidere. Affinché ciò avvenga, dunque, l’Italia deve avere i conti in ordine, come oggi accade. E fare le riforme, come nel 2014 deve accadere.
Per sei mesi, da luglio, saremo alla guida dell’Europa in una delle epoche più tormentate della sua storia. Un’Europa assediata ovunque da forze populiste e xenofobe. Un’Europa finora incapace di liberarsi delle sue storture e per la quale, per la prima volta da molto tempo, nessuno è in grado di prevedere una prospettiva di qui a un decennio.
Proviamo a vedere come era la situazione 10, 20 o 30 anni fa. Nel 1983 il traguardo c’era e con una prospettiva decennale. Era quello del mercato unico e delle 4 libertà. Nel 1993 era il progetto dell’Unione economica e monetaria che poi nel decennio successivo si è realizzata. Nel 2003 si sognava, con l’allargamento a est, la riunificazione delle due Europe tanto che oggi, nel 2013, un presidente donna, la lituana Dalia Grybaskaute, nata e cresciuta nell’ex Unione sovietica, guida l’Unione intera. Tutti obiettivi fissati e costruiti con una visione a lungo termine.
E domani? Qual è oggi l’orizzonte per l’Europa del 2023? Non c’è. Nessuno è in grado di prevederlo. E se manca il progetto cui legare le singole riforme che di volta in volta vengono decise, l’Europa si ferma e può implodere sotto il peso del dramma sociale (che è anche morale, di speranze tradite e motivazioni perdute) causato dalla grande crisi.
È con questo spirito che c’impegniamo a gestire il semestre e a vivere il 2014 come l’anno dell’Europa. Niente di più miope e pericoloso che considerarlo un appuntamento rituale e burocratico.
Dobbiamo giocare in attacco e convincere gli altri delle nostre buone ragioni. Vuol dire non avere paura di chi lucra sulle paure dei cittadini, né di chi prova a conservare l’esistente per il proprio interesse nazionale. Vuol dire parlare alle pubbliche opinioni dei grandi Paesi che fanno resistenza e ripetere, con credibilità e in ogni occasione, che senza l’Europa non si salva nessuno.
Per questo vi propongo qui 4 obiettivi concreti per il nostro Paese:

impegnarsi per realizzare, a partire dal Consiglio europeo del 19 e 20 dicembre, senza ritardi una vera Unione bancaria, per abbassare il costo del credito a imprese e famiglie oggi e impedire nuove crisi del settore bancario domani;
lottare per dare alla zona euro una capacità finanziaria che incentivi gli Stati membri a compiere l’ultimo miglio delle riforme e li renda più resistenti agli shock economici. Se questo passo avanti verso una vera solidarietà europea sarà compiuto allora non avremo timore di considerare la creazione di intese contrattuali per le riforme strutturali e lavoreremo affinché esse siano “contratti per la crescita”, volontari e collegati a incentivi finanziari.  
spingere per un governo più equilibrato dell’Unione economica e monetaria e per politiche più convincenti per la lotta alla disoccupazione, specie giovanile, a partire dall’importantissimo vertice intergovernativo sul lavoro della prossima primavera che dopo Berlino e Parigi si terrà proprio a Roma;
interpretare la nostra Presidenza come quella che chiude la legislatura della crisi e della austerity e che apre la legislatura della stabilità e della crescita. Il nostro semestre di Presidenza deve essere l’occasione per dare nuova energia a un’Europa che oggi ha le batterie scariche.

Vogliamo ridisegnare una strategia economica per l’Europa che dopo l’austerity punti su innovazione, spazio europeo della ricerca, tecnologie verdi, investimenti nei settori e nelle competenze del futuro, politiche per manifatturiero. L’Europa esce dalla trappola della stagnazione solo se torna a crescere. Vogliamo parlare dell’Europa che guarda al mondo dopo anni di introversione.
Il grande progetto deve essere quello dell'Europa unita. Quello di cui abbiamo avvertito la mancanza ieri a Johannesburg, quando nell'evento forse più suggestivo di questo decennio noi europei c'eravamo tutti, ma i protagonisti sono stati altri. Oltre a Mandela e al suo Sud Africa. Il mondo ha ascoltato gli USA, la Cina, l'India, il Brasile. E noi europei, divisi, siamo stati silenti e attori non protagonisti. Il messaggio di ieri è sferzante. E non abbiamo più tempo. Il mondo cambia e cambia senza aspettarci.
Solo Uniti possiamo contare davvero. Solo uniti possiamo gestire in modo più equilibrato il dramma dell’immigrazione illegale. Permettetemi qui di ricordare, con commozione, la difesa italiana che – l’ho visto coi miei occhi al largo di Malta – con straordinaria professionalità salva ogni giorno, ogni notte, nell’operazione “Mare Nostrum” voluta dal governo  centinaia di persone in quel tratto di Mediterraneo diventato nei mesi scorsi un terribile cimitero per tanta povera gente. Più di 2.000 vite sottratte  dall’inizio della missione al mare e alla morte. Disperati in fuga dalla guerra e dalle atrocità. Uomini, donne e bambini che un grande Paese come il nostro ha l’imperativo – civile prima che politico – di soccorrere, specie se l’Europa sta a guardare come troppo spesso ha fatto in questi anni.
Anche su questo possiamo e dobbiamo essere fattore di stabilità, nei confronti di un Mediterraneo sempre più instabile e dei Paesi del vicinato orientale, e un attore globale capace di difendere e promuovere i suoi interessi e valori con politiche di sicurezza e difesa e con l’aiuto allo sviluppo, la cui legge base in Italia riformeremo nel 2014.
Vogliamo parlare di un’Europa che è non solo mercato economico, ma spazio dei diritti e delle persone. Uno spazio in cui i cittadini possono riconoscersi ed essere riconosciuti come protagonisti. L’Europa di tutti, l’Europa vicina, l’Europa con un’anima. Non l’Europa fredda, che sta altrove, che sta solo a Bruxelles.
Vogliamo, insomma, un semestre che coniughi l’Europa al futuro, come sempre abbiamo fatto nella nostra storia di grande Paese fondatore. L’Europa ha cambiato in meglio l’Italia. Oggi l’Italia deve contribuire a cambiare in meglio l’Europa.

***
Signora Presidente,
Onorevoli Colleghi,
nei sui primi sette mesi di vita questo governo, nonostante tutte le difficoltà, abbiamo contribuito a un’inversione di tendenza su alcuni indicatori chiave. Nella fiducia dei mercati e delle istituzioni, dimostrata dalla discesa dello spread. Nelle condizioni macroeconomiche, che per la prima volta segnalano un segno positivo di ripresa. Erano cambiamenti necessari, ma non sono sufficienti. Dobbiamo dimostrare che crediamo ancora in un futuro migliore, per noi e per i nostri figli. Nei prossimi 12 mesi, il traguardo più ambizioso è anche quello più importante: invertire la tendenza nella fiducia del paese. Tornare a crescere, tornare a sperare, tornare a investire su noi stessi e negli altri.

Oggi più che mai, dunque, l’Italia ha bisogno di competenza e passione. Servono quei valori e quelle sensazioni che ognuno di noi, in qualche momento della sua vita, ha provato sentendosi davvero parte di una squadra. In mente un obiettivo preciso. Serve la fatica indispensabile sempre per riuscire in qualcosa. Servono giocatori che si fidino gli uni degli altri. Servono, lì in mezzo al campo, poche parole e buoni esempi. 
Sono orgoglioso di essere qui per convincervi che giocheremo all'attacco, perché gli italiani hanno diritto a vedere ripagati i loro sacrifici. Ora che questo sta per succedere non permetteremo che l'Italia sprofondi di nuovo.
Grazie

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