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L’Angelo del padrone

Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni Angelino Alfano

Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni Angelino Alfano

Il ministro Alfano propone l'abolizione dei contratti nazionali

L’idea è oltraggiosa, assurda, perfino cattiva: abolire i contratti nazionali, istituire soltanto contratti individuali. Questo quanto propone non l’amministratore del mio condominio a Roma Piramide, non il commerciante di tessuti con negozio all’Argentina, non il tappezziere di Via della Scrofa… Questo (la notizia è di venerdì 27) è quanto fuoriesce dalla mente di un uomo potente, influente, uno di peso: Angelo Alfano, campione della destra, vice-presidente del Consiglio Italiano. Chi ha potere, chi ha grosso potere – così ammoniva Clement Attlee, il laburista che, a sorpresa, sconfisse Winston Churchill alle elezioni generali del 1945 – sia consapevole della propria forza, non abusi della propria forza, si occupi di quanti poco, o nulla, hanno. Parole sante. Parole che ben riflettevano il clima generale di quell’epoca, in Inghilterra come in Italia, in Francia come negli Stati Uniti, in Scandinavia come nei Paesi Bassi. Un principio alla base della rapida, spettacolosa Ricostruzione europea in seguito all’ennesima “guerra civile europea”.

Abolire i contratti nazionali… Idea “geniale”! Idea “rivoluzionaria” (o “controrivoluzionaria”…), luminoso esempio d’amore per la libera iniziativa, per “la libertà” dell’individuo… Nobile anèlito in difesa del talento dei singoli… Azione di rottura… Una bordata micidiale al “collettivismo” paralizzante, grigio, stagnante… Nossignori, con la sparizione dei contratti nazionali compiremmo un balzo indietro di oltre cent’anni, anzi, di oltre duecent’anni. Ma non troveremmo certo il calore che accompagnava la vita di parecchi lavoratori nel Lombardo-Veneto, nel Regno di Sardegna, nel Granducato di Toscana, nel Regno delle Due Sicilie; nell’Italia di Crispi e Depretis. Non troveremmo datori di lavoro mossi da ammirazione verso l’apprendista fornito di grosse doti cerebrali, creative; o verso il salariato che di giorno in giorno presta con efficienza, e con amore, la propria opera. Non troveremmo il “padrone” orgoglioso dei propri dipendenti, delle proprie maestranze: una figura, questa, già presente nella Roma Pagana, presente nel Sannio Pagano, presente nella Firenze, nella Siena, nella Venezia, nella Genova, nella Napoli, nella Sicilia del Medio Evo, del Rinascimento.

Troveremmo un datore di lavoro distante, esoso, sospettoso… A forza di truffare gli altri, vive nel timore che vengano orditi imbrogli nei suoi riguardi… Quindi, troveremmo uno sfruttatore, un “cane da guardia”, uno che “non è mai contento”… Uno arbitro del destino di quanti sgobbano per lui. Produttività! Tutto in nome della produttività! Non si produce abbastanza!, esclama, latra, ruggisce il padrone ‘moderno’ che di Socialismo non vuol sentire affatto parlare. Il padrone ‘moderno’ capace d’obbligarti a lavorare per nove, dieci ore al giorno, se non undici o dodici. Tredicesima?? Quattordicesima?? Previdenze ‘socialiste’! “Robaccia, sì, socialista, totalitaria”!

D’accordo, aboliamo i contratti nazionali. Sbattiamo all’Inferno il lavoratore italiano, e non italiano. Che la sua vita sia una Via Crucis, senza diritti, senza riposo, senza un gesto d’affetto a lui rivolto. Certo, il padrone ha solo diritti e nessun dovere. Il lavoratore è poi pregato di serbargli gratitudine per i pochi, pochissimi sghei che di volta in volta riceve.

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