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Lo stato della disunione

Riflessioni dopo il discorso di Obama e l'impatto sull'Europa

Nel Breakthrough speech di martedì, il presidente Obama ha preso posizione su una serie di questioni, a cominciare dalla dichiarazione sulla maggior forza della nazione americana rispetto alle altre, garanzia per le democrazie alleate ma anche segnale di un unilateralismo da hard power che, magnificato con Bush e Clinton, non accenna ad essere dismesso da Washington. Obama ha evocato la spinta conferita all’istruzione dalla sua amministrazione, la vicina indipendenza energetica, il dimezzamento del rapporto tra deficit e prodotto lordo, il ritorno dell’America a prima destinazione degli investimenti esteri globali. Sullo sfondo la ripresa del manifatturiero e delle esportazioni, con la discesa della disoccupazione.

La prima reazione che provocano i dati, e il tono di Obama, è il chiedersi perché invece l’Europa, con qualche eccezione, rimanga al palo. Chissà che parte della risposta non stia nel tipo di provvedimenti che l’amministrazione statunitense ha assunto e dichiara di voler assumere, anche fuori dal consenso del Congresso.  In passato la generosa cascata di dollari per il rilancio del credito bancario, oggi l’innalzamento del salario minimo, il sostegno ai micro meccanismi che consentono il funzionamento dell’“ascensore sociale”, la diffusione gratuita di banda larga per i ragazzi degli istituti pubblici: misure che stanno dentro una visione che è sociale e politica prima che economica.

E’ evidente che gli USA per i compiti di sicurezza che svolgono al servizio del sistema internazionale e per la funzione di garanzia del dollaro, Obama per i poteri costituzionali di cui gode, possono là dove l’Europa e i suoi deboli governanti non possono. Ciò detto, appare che a fronte della crisi nessun leader europeo abbia espresso un’impostazione di politica economica che legasse strettamente la leva sociale con quelle finanziaria e fiscale, come ha fatto invece Obama.

In Francia Hollande annaspa dietro promesse non mantenute ed evoca ora ricette neoliberali per salvare la sua presidenza, specie sull’occupazione. L’industria transalpina si mostra vecchia, sottocapitalizzata e rassegnata, alla fine di un anno che l’ha vista chiudere il doppio dei siti che ha aperto (263 contro 124): opera all’80% della capacità, ha un indice di ordini di macchinari 79 rispetto a 100 del 2000 e 120 del 2005, detiene meno robot di Italia e Spagna ma anche dei piccoli Belgio e Danimarca, e rende in profitti 1/3 in meno della Germania. Anche a causa della regressione industriale la Francia ha avuto lo scorso anno una crescita vicina allo 0%, ma la stessa Germania, prima economia continentale, non è andata oltre lo 0,4%. La sola Gran Bretagna ha veleggiato a tassi di sviluppo in qualche modo comparabili con quelli del dirimpettaio atlantico, +1,9%.   

La risposta che circola è che ci voglia “più Europa”. Detto così, suona come uno slogan con cui nascondere i problemi veri. Certo che ci vuole più Europa, ma per fare cosa? E che vuol dire in pratica più Europa? E chi dovrebbe farla più Europa, governi che provano fastidio già verso gli attuali vincoli dei Trattati? E’ evidente che senza politiche comuni in materia bancaria (ci si sta lavorando, ma la posizione del Parlamento europeo non coincide affatto con quella del Consiglio), fiscale, salariale, il mercato interno non può ben funzionare e l’euro può trasformarsi in un boomerang. E’ altrettanto evidente che, sistemati i conti pubblici, bisogna rilanciare produzione e consumi, sostenere i redditi delle famiglie anche a fini di crescita demografica, dare qualità a scuola e formazione. Solo con l’unione economica e monetaria si può arrivare a tanto. 

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