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Robert Dahl, maestro di democrazia

La scomparsa del professore di Yale che ci ha vaccinati dal demone anti-democratico

Di Dahl ci parlò il prof. Orazio Maria Petracca, uno dei primi politologi italiani a travasare il pensiero politico americano contemporaneo nei nostri anni di studio. Studenti della Pro Deo (poi Luiss) restavamo affascinati da quelle lezioni pomeridiane che presentavano la politica come fenomeno analizzabile con categorie scientifiche. Avevamo a disposizione la capacità affabulatrice dell’amato Orazio Maria, che sarebbe affondato prematuramente dentro le contraddizioni di uomo e intellettuale, e i testi di un’antologia curata da Giuliano Urbani, non ancora contaminato dal contatto con Berlusconi. Con Easton e altri, il professore di Yale era il pragmatismo accattivante e carismatico da trangugiare per uscire dall’idealismo che in quegli anni falsificava i dati della politica italiana e preparava gli anni di piombo. Robert Alan Dahl, decano degli studiosi statunitensi di Scienza della politica, il campione che tutto ci aveva insegnato sui limiti della Democrazia nei nostri tempi, se ne è andato, il 5 scorso, dopo una vita fitta di libri e di insegnamento.

Insegnare a Yale come professore emerito, fare da presidente alla American Political Science Association, ricevere il premio Johan Skytte, costituiscono titolo sufficiente a qualificare un accademico. Ma probabilmente, ancora di più vale la stima e la riconoscenza di chi, da ragazzo si è accostato al suo pensiero. Ricordo la sorpresa del prof. David Easton quando, con l’amico Rocco Pezzimenti, ora affermato docente di dottrine politiche, ci presentammo nel suo studiolo di professore californiano, confessandogli venerazione e voglia di approfondimento. La stessa sorpresa avrebbe manifestato Dahl, se mai lo avessimo incontrato. Quei prof., felici dentro il loro privilegio di establishment culturale e accademico, ignoravano da dove noi arrivassimo, da quale provincialismo e arretratezza muovesse il nostro desiderio di apprendimento e confronto.

Dahl, ad esempio, ci ha vaccinati tutti dal demone anti-democratico, il cui primo allignare viene dalla critica maligna ai limiti della democrazia. Con Dahl, va condiviso il fatto che non saranno mai i limiti a rendere non perseguibile l’eccellenza della democrazia, o meglio di quella che lui chiama “poliarchia”, nella consapevolezza della legittimità e necessità del conflitto tra gli interessi. Importante, in quest’ambito, il richiamo alla necessità di sistemi democratici per il perseguimento della pace collettiva, benché la democrazia abbia ovunque, a cominciare dagli Stati Uniti, terribili limiti specie sul piano sociale. Da qui l’invito allo sforzo continuo per far rilucere l’autenticità democratica, in particolare attraverso meccanismi di controllo sociale sulle autorità e i loro atti. Fortunati sembrarono, in questo senso, gli amministratori e cittadini di New Haven, messi sotto tiro da Dahl con ricerche durate mesi e mesi, sino alla produzione di un libro ben conosciuto nelle comunità accademiche di mezzo mondo. 

La critica nei confronti dello studioso statunitense, ha attaccato il suo tentativo di definire la democrazia attraverso categorie generali e caratteristiche universali. Ma come potrebbero altrimenti combattersi le offese ai diritti umani, se non attraverso la condivisione di un modello anche valoriale di democrazia tra le nazioni? Come potrebbe garantirsi lo stato universale di pacificazione? Non è forse disponendo di un referente universale che Dahl ha potuto elaborare la critica alle istituzioni statunitensi e al loro retroterra capitalistico? "Yet the vision of people governing themselves as political equals will remain a compelling if always demanding guide in the search for a society in which people may live together in peace, respect each other's intrinsic equality, and jointly seek the best possible life."

Questo articolo viene pubblicato anche su Oggi7-America Oggi

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