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Matteo, quel “principe” con troppo pelo sullo stomaco

Matteo Renzi con i ministri del suo governo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il giuramento

Matteo Renzi con i ministri del suo governo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il giuramento

Renzi è un politico come tutti gli altri e la lealtà nella lotta politica non esiste. Ma la sua scalata a Palazzo Chigi ha ancora una volta mortificato la partecipazione degli italiani alla democrazia e se il nuovo governo dimostrerà di essere solo una mossa "gattopardesca", le conseguenze potrebbero essere gravi 

 

Lo scrivo subito: io spero che Matteo se la cavi. Da New York spero che il suo governo ce la faccia a portare in salvo la nave Italia dal mare tempestoso in cui rischia di naufragare. Detto questo, il politico Renzi ci inquieta. Ma non tanto per le ragioni che ci verrebbe fin troppo facile pensare. 

"Saresti bravo, ma ci vuole tanto pelo sullo stomaco". Me lo diceva mio padre quando, nel cercare di capire quello che un figlio vuol fare nella vita, ad un certo punto spuntava l'opzione politica. Con quella espressione, credo che mio padre volesse avvertirmi (scoraggiandomi) che chi si dedica a diventare un professionista della politica, può avere successo solo se il suo carattere é pronto (o forse meglio dire predisposto) al compromesso. Non solo al necessario compromesso politico, ma anche a quello morale. Cioè  essere disposti a volte a rinunciare anche al rispetto di certi valori etici che ogni essere umano dovrebbe aver assorbito durante i primi anni di vita. Valori trasmessi attraverso l'educazione dei genitori, l'istruzione scolastica e religiosa, l'attività sportiva, l'esperienza delle prime importanti amicizie e dei primi amori. In sostanza i fondamentali del civismo che rendono giusta la società in cui si cresce. Il continuo far uso di compromessi etici, per gli uomini e le donne impegnati in vari mestieri e professioni, non solo diventa difficile da accettare per la propria coscienza, ma molto spesso finirebbe per compromettere il loro lavoro. Ma al contrario, per il politico non farli mai o quasi mai significherebbe non riuscire ad operare efficacemente nella attività. Bisogna quindi non farsi troppi scrupoli, essere pronti a digerire certe "opzioni" senza avere sensi di colpa, avere appunto "pelo sullo stomaco". Col rispetto assoluto del valore della sincerità, dell'onestà, della lealtà, in politica non si va lontano.

Per questo, sorprendersi e scandalizzarsi troppo per le bugie e i tradimenti politici di Matteo Renzi delle ultime settimane ci appare fuori luogo. Non serve scomodare il suo compaesano Machiavelli per comprendere che il giovane e ambizioso politico fiorentino si è comportato da perfetto "principe" della politica con quella "pugnalata" inferta a Letta nel momento che ha capito di potergli strappare il potere. Quell'immagine dell'Enrico arrabbiato e offeso che cede in quel modo brusco la campanella simbolo della Presidenza del Consiglio al Matteo dal sorriso tanto falso quanto imbarazzato, mostra più ambiguità nel politico Letta che in Renzi. Che ci vuol comunicare l'Enrico furioso con quel muso lungo? Quanti compromessi aveva accettato lui per riuscire a non farsi sfrattare prima da Palazzo Chigi? 

Letta Renzi

Enrico Letta cede a Matteo Renzi la campanella della Presidenza del Consiglio

Il politico onesto quindi non esiste perché onestà non significa solo non rubare e non commettere crimini. Essere onesti significa anche essere di parola, fare quello che si dice, rispettare le promesse, non mentire a chi ti dà fiducia. Essere quindi leali. Ma la lealtà in politica è l'eccezione, non la regola. E certamente impedisce quasi sempre l'accesso alle stanze del potere. 

I politici italiani non sono più "disonesti" degli altri. Chi avesse dei dubbi, guardi il bel telefilm della serie di Netfix House of Cards con il magnifico Kevin Spacey nella parte del Congressman del South Carolina Frank Underwood. La lealtà è già rara nella vita di tutti giorni, in politica semplicemente non esiste.  

Quello che però turba di Renzi, almeno per chi scrive, è che il  nuovo capo del governo italiano negli ultimi giorni ha dimostrato di averne fin troppo di pelo sullo stomaco. Ci piacerebbe una democrazia dove chi ci governa sia il migliore e non solo il più furbo. Ci piacerebbe che per esempio, nel leggere la lista dei ministri per un nuovo governo, soprattutto in un momento come questo per l'Italia, si possa pensare che il prescelto o la prescelta sia li perché non solo è in linea con il programma che il capo del governo vuol realizzare, ma anche perché sia la più preparata, la più brava, la più in gamba nel cercare di centrare l'obiettivo. Tanto pelo sullo stomaco, ma almeno il politico dovrebbe cercare anche di raggiungere l'obiettivo finale che dovrebbe essere quello che si crede il maggior bene possibile per la comunità in cui opera. E' questa dopotutto la buona politica, non illudersi che il politico sia "buono", ma che almeno lo sia il suo fine. Invece, dopo aver visto molti dei nomi dei ministri confermati dal precedente governo e quelli invece sostituiti da Renzi, sospettiamo che qui abbia contato più quanto pelo si sia disposti a ingoiare che le capacità dimostrate. 

Per esempio come nella sostituzione, proprio in questo momento, del ministro degli Esteri e della Difesa.  Renzi ha fatto, subito dopo il giuramento, una telefonata ai marò italiani in India. Allora perché la sua mossa di sostituire Emma Bonino, che aveva appena richiamato l'ambasciatore italiano dall'India? O del ministro Mario Mauro che era appena tornato da una visita ai marò? Questa mossa ci appare come un vantaggio dato a New Delhi a scapito degli sforzi fatti per far tornare a casa i due militari italiani. Per quanto riguarda la sostituzione dii Bonino,  forse Renzi ha raggiunto uno scambio di "compromessi" con il Presidente della Repubblica. Il veto di Napolitano sul ministro della Giustizia (Renzi avrebbe voluto il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri) potrebbe essere stato bilanciato dall'abbandono da parte del presidente della Repubblica della difesa di Bonino per un ministero chiave come la Farnesina. Non ci resta che augurarci che la diplomazia italiana sappia aiutare Federica Mogherini, sicuramente preparata ma senza la statura internazionale raggiunta da Bonino, nell'assicurare la continuità che certi scenari internazionali richiedono per la credibilità della politica estera italiana.

Ma la sensazione di risentimento che nutriamo nei confronti del governo Renzi non ci arriva dalla scelta dei ministri. Ciò che ci turba è la constatazione che anche con Renzi, per molti italiani identificato come una speranza per una politica del cambiamento, si ha per l'ennesima volta un passaggio di governo senza che gli italiani siano stati chiamati ad esprimersi col voto. Certo,  costituzionalmente tutto regolare. Ma bisogna stare attenti quando, almeno in democrazia, i governi annunciano "grandi svolte" senza curarsi troppo di ricevere dalla maggioranza della popolazione quella legittimazione che avviene solo con la vittoria elettorale. O forse le "grandi riforme" annunciate da Renzi in realtà vogliono essere delle riformicchie?

Piero Fassino, sindaco di Torino e soprattutto segretario fondatore del PD, era a New York per promuovere la sua città. In un momento di pausa dagli incontri per attrarre il "business" verso Torino, ha partecipato ad un incontro col Circolo PD di New York. Noi, come giornalisti, eravamo presenti e ben attenti a quello che avrebbe detto uno degli esponenti più importanti della "vecchia" guardia del PD, su come avrebbe spiegato  la sostituzione di Letta con Renzi al governo proprio adesso.  Fassino, politico italiano che ha la rara qualità di essere chiaro, ha spiegato in sostanza che il governo Letta era precipitato in una situazione di stallo, e che la situazione italiana richiedeva una accelerazione immediata nei provvedimenti e nelle riforme, e che Renzi dimostrava di avere l'energia e l'attitudine adatte per raggiungerle. "Un leader è tale quando rischia, chi non lo fa non lo è", ha detto Fassino liquidando così Letta e promuovendo Renzi.  Quando dal pubblico sono arrivate le proteste sul metodo, quello di far cadere un governo durante una direzione di partito senza alcuna discussione parlamentare, e soprattutto senza quelle elezioni per ottenere un mandato chiaro col consenso della maggioranza degli elettori italiani, Fassino ha risposto: "Non c'era il tempo. Ci sarebbero almeno voluti quattro mesi per le elezioni, e rimanere con un governo dimissionario per altri 4 mesi sarebbe stata una situazione che l'Italia in questo momento non poteva permettersi, si rischiavano nuovi attacchi finanziari e speculazioni internazionali…". 

Il pubblico di simpatizzanti del PD intervenuti al Circolo di Carmine Street del West Village, non sembrava affatto convinto dalle spiegazioni fornite dal sindaco di Torino, però sembrava apprezzarne la sincerità, l'interesse nazionale dell'Italia viene prima di tutto, pazienza per chi voleva le elezioni…

Era sincero Fassino? Da bravo politico qual è, dava l'impressione di esserlo. Fino a quando gli abbiamo fatto la seguente domanda: ma perché la Spagna, che era precipitata in una situazione ancora più grave dell'Italia, ha deciso di andare subito a votare e invece in Italia non è stato possibile? A questo punto Fassino, dimenticandosi per un attimo di essere il bravo politico col pelo sullo stomaco, ha detto finalmente la verità, da uomo onesto qual è: "Volete sapere il perché? Ma perché in Spagna si sapeva già chi avrebbe vinto, in Italia no. E' una grande differenza". Risposta tanto onesta quanto terrificante, che spiega tutto. In Italia, cari lettori e lettrici, secondo il PD non si poteva andare a votare, almeno per ora, perché non si era sicuri chi avrebbe vinto.  

Matteo Renzi, nella sua scalpitante giovinezza e soprattutto nel suo scaltro arrivismo, ci appare oramai come il Tancredi del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Già, quel giovane belloccio e ambizioso che  si schiera con i garibaldini che sono appena sbarcati a Marsala e dice al Principe di Salina, che sta per accusare il nipote di tradire il suo re: "Zione, bisogna che tutto cambi per restare tutto com'è".

Attenta però questa volta, Italia. Il gattopardismo tipico del riformismo italiano, si basava soprattutto sul controllo dell'informazione. Oggi anche in Italia – come del resto in Ucraina o in Venezuela –  è sempre  più difficile per la politica controllare i media, e quindi coprire i propri imbrogli, mistificazioni, falsità. Ci auguriamo che Matteo Renzi trovi comunque le formule magiche per ridare vigore all'Italia e al suo bisogno di riforme, nonostante il metodo scelto "da pelo sullo stomaco". Altrimenti a rischiar grosso purtroppo non sarà solo la sua carriera o il futuro del moribondo PD, ma anche il futuro di un Paese il cui popolo ha fino adesso dimostrato una straordinaria e pacifica pazienza.  

 

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