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Il governo nuovo

Quello di Matteo Renzi è un governo che pencola più a destra, ma soprattutto un esecutivo non uscito dal cilindro del presidente della Repubblica, il che è un bene. Ma con quali voti dovrebbe fare le riforme che propone? 

La colpevole superficialità dei commentatori che, parlando dei ministri in carica, badano all’aspetto delle signore coinvolte più che al progetto politico avviato dal primo ministro, invita all’analisi su natura e azioni del governo in carica. 

Sulla natura depongono le biografie dei componenti e del primo ministro. Politicamente il governo pencola a destra più del precedente, nonostante i partiti che lo sostengono siano nominalmente gli stessi né comprenda la frazione di Berlusconi come ad inizio di governo Letta. Mentre Enrico Letta, discepolo di Beniamino Andreatta ultimo campione di una visione del mondo che evoca i La Pira e i Donat Cattin, era ed è nel solco della dottrina sociale della Chiesa, Renzi ha un percorso socialmente meno impegnato. Alfano, col suo Nuovo centro destra, Ncd, si trova a fare la corsa sugli accoliti di Berlusconi, per dimostrare di essere più puro ovvero più a destra. Anche la perdita del popolare ed europeista Mauro, sterilizzato dall’accordo Renzi Berlusconi, può essere letta nello stesso segno.

Proseguendo sulla natura, va evidenziato che quello di Renzi è, dopo anni, un esecutivo non uscito dal cilindro del presidente della Repubblica, il che è un bene. Ma non è un bene che il suo premier sia stato designato dal cambio di maggioranza al vertice del partito Democratico, e che i ministri siano diventati tali intuitu personae, più che per diligenza politica, competenze dirigenziali, accumulo di esperienze. E’ un governo, quello di Renzi, “accettato” dall’opposizione, in particolare da Forza Italia: fatto nuovo, visto che i governi degli scorsi due decenni sono stati demonizzati e assediati dalle rispettive opposizioni. Non accade perché, nelle parole di Berlusconi, Renzi è anticomunista, ma per il patto di ferro sul bipolarismo che i due hanno sottoscritto per garantire governabilità al paese. Decade, con Renzi, la pregiudiziale etica nei confronti dell’avversario, quella fondata su valori e progetto di società: funziona la sola antitesi tra schieramenti politici.  

Passando alle azioni, quelle prioritarie sono state indicate dal capo di governo: sistema elettorale, fisco, lavoro, burocrazia e pubblica amministrazione. Ha spaventato, chi conosce la macchinosità delle procedure parlamentari, il maramaldeggiare fiorentino sui tempi di quelle che, con abusato linguaggio, Renzi ha chiamato le “riforme” da fare. Nei quattro mesi indicati per compierle, il primo ministro potrà al massimo presentarle al Parlamento, mentre difficilmente ne vedrà approvata anche una sola. E tuttavia non è questo a preoccupare. Ci si chiede con quali voti le riforme avanzeranno. Per il cosiddetto Italicum, il patto che ha ringalluzzito e rilanciato nell’agone lo spento Berlusconi, mettere insieme Forza Italia e i cespugli di centro e destra sarà complicato, e non è detto che tutto il Pd si trovi sul provvedimento. Sul fisco, se Renzi dovesse scrivere “qualcosa di sinistra” è già annunciata l’opposizione del Ncd. Su burocrazia e pubblica amministrazione sono immaginabili complicità  parlamentari che metterebbero in difficoltà il governo. Sul lavoro manca nella compagine governativa l’uomo in grado di alzare la voce su un problema che preoccupa troppe generazioni di italiani. 

E’ piaciuto, nel discorso di investitura, l’accento su scuola ed edilizia scolastica. La prima uscita, in quel di Treviso, ha confermato che abbiamo un presidente del consiglio consapevole che la crisi italiana va aggredita innanzitutto sui banchi dell’educazione e della formazione, con un occhio al lungo periodo e alla ricostruzione di un paese fiaccato nel morale oltre che nelle tasche. 

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