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Matteo nella palude

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi con il Presidente USA Barack Obama

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi con il Presidente USA Barack Obama

Molti interessi sono il frutto dell’inganno storico su cui è sorta la Seconda Repubblica. Il sistema della concertazione ne è un garante primario. Dove anche Renzi rischia di affogare

 

Giorno dopo giorno il Presidente del Consiglio Matteo Renzi si inoltra in una palude: il terreno cede e si impasta, le gambe sprofondano, fogliame stanco si piega sulle spalle, sulla nuca di chi a fatica avanza; gli insetti punzecchiano, talvolta pungono. All’entusiasmo dei primi giorni succede uno sguardo guardingo, ad ogni nuovo passo, le verità di un’ambiente infido e troppo a lungo inesplorato, troppo a lungo indisturbato, tornano ad affiorare insidiose e malsicure.

La palude immobilizza, ostacola, regna e vegeta sulla sua stessa inerzia. Ha necessità di una vita minima, aborre ogni sia pur tenue refolo che minacci di sfiorarne il ristagno. Questa quiete opprimente non è presidiata da un armamento riconoscibile, rudemente materiale: è presidiata da una barriera invisibile ma onnipresente, fatta di parole, di sofismi.

Per esempio, consideriamo la parola concertazione. Sembra perfetta: richiama l’idea di concordia, di armonia. Ma è il frutto di un equivoco passaggio storico. Le c.d. Parti sociali, nate entro un modello conflittuale, dove i sindacati si alimentavano di un’ostilità permanente verso i datori di lavoro, e viceversa, nel passaggio da Prima a Seconda Repubblica, secondo questo sofisma, avrebbero assunto una diversa configurazione. Dallo scontro alla mediazione, dalla cura alla prevenzione. Tutto per il meglio.

Questo mutamento, però, è stato presentato come se gli interessi sottostanti, le dinamiche sociali, gli assetti internazionali fossero rimasti stabili, sottratti ad ogni più o meno radicale cambiamento. Com’è noto, quegli interessi, quelle dinamiche, quegli assetti invece, finita la Guerra Fredda, e non a caso, hanno preso a turbinare.

La ciclicità generazionale è stata interrotta, e tutto ciò che la presupponeva, diritto, economia, progetto e azione politica, ha perduto la sua realtà, il suo sostrato di verità sociale e umana. Imboccata una nuova strada, si è voluta mantenere la vecchia segnaletica. La ciclicità generazionale significava che anche quella conflittualità permanente si trasmetteva e, con essa, i suoi contenuti, le sue mete: una conquista per il padre era una conquista per il figlio, una sconfitta per il padre, una sconfitta per il figlio. La mediazione, il nuovo modello, avrebbe dovuto replicare questo mondo: la mediazione per il padre, una mediazione per il figlio.

Ma alla ciclicità generazionale è succeduta una ciclicità geopolitica. Stati prima forti in un certo contesto, come l’Italia, dalla sera alla mattina hanno perduto rango e ruolo; nuovo il contesto, nuove gerarchie; nuovi forti, nuovi deboli. Dalla Guerra Fredda all’Unione Economica e Monetaria. La ciclicità geopolitica ha alterato radicalmente l’altra ciclicità. Due generazioni di italiani, giovani che se ne vanno, neoadulti che si infiacchiscono, ex adolescenti diventati uomini e donne di mezza età consumandosi dietro suggestioni legalistiche o miracolistiche, conoscono a menadito quello che è successo.

I nuovi assetti hanno puntato sull’esautoramento della politica, cioè della rappresentanza anagraficamente trasversale. L’Operazione Mani Pulite (manette sommate a lobby mediatico-finanziarie) e la scia di discredito verso ogni forma di politica organizzata, hanno avuto questo compito storico. La figura di Antonio Di Pietro sufficientemente simboleggia.

 I “rivoluzionari” hanno valorizzato l’esistente, chi c’era già, “chi aveva una posizione”; e lo hanno fatto nell’unico modo possibile: cristallizzandolo. Di qui la palude. Sicchè, le Parti sociali, a partire dall’accordo del luglio 1993, hanno cessato di confliggere fra loro e si sono volte “agli altri”, a quelli che, da loro successori, si erano trasformati in loro concorrenti; meglio, in loro avversari. 

La “politica” sempre di più ha finito col rappresentare, cioè con il non-rappresentare, gli esclusi, le generazioni sacrificate, come, in un improvviso fiotto di sincerità, dovette ammettere l’esimio Prof. Mario Monti. L’esperimento di Silvio Berlusconi ha fallito perché non ha introdotto nessuna sostanziale modificazione in questo assetto votato all’esclusione, in questa palude. Infatti l’accordo, la concertazione, ha visto il potere politico o benedire questa nuova associazione intragenerazionale o rassegnare la sua impotenza. 

Pensioni, regole di accesso al lavoro, questioni fiscali, a guardarle per come vanno guardate, cioè nel loro effetto storico complessivo, hanno prodotto un unico vero risultato: garantire gli interessi, cioè la condizione sociale, economica ed esistenziale di quelli che, all’inizio degli anni ’90, avevano già “qualcosa”: e, naturalmente, le magnifiche carriere personali di quanti questi interessi custodivano e custodiscono. In fondo, per chiarirsi le idee su chi è andato sopra e chi sotto, basterebbe pesare guadagni, potere e resa sociale degli stessi profili funzionali trent’anni fa e oggi. A partire dai magistrati.

Il Presidente Renzi va ripetendo di voler riformare questo assetto parassitario. Ma è un assetto irriformabile, perché si pasce di immobilismo: è solo sostituibile con un altro. Forse lo sa, in cuor suo, non avendo neanche quarant’anni. Bisognerebbe, bisogna, fare spazio. Il P.C.I. non c’è più e neanche la Fiat. Sono rimasti alcuni giapponesi nella foresta. Si bruci la foresta, si svuoti la palude.    

  

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