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Se la mafia è un formaggio, l’Italia è uno stato sovrano. O no?

Silvio Berlusconi con Barack Obama, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy

Silvio Berlusconi con Barack Obama, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy

La caduta del governo Berlusconi, il caso Geithner e la “sovrana” indifferenza che ha suscitato

Una volta il boss mafioso Gerlando Alberti si chiese beffardo: “Cos’è la mafia? Una marca di formaggio?”. Naturalmente nessuno credette che “la mafia” potesse essere una marca di formaggio. Era così vistosamente pedestre l’umorismo, così surreale quell’evocazione, da non lasciar dubbi sull’effettivo significato di quella frase. Non semplicemente negare: ma negare con irrisione. Negare la stessa dignità del dolore, del sangue versato. Su un’altra scala, ma dello stesso tenore, l’ “Arbeit macht frei” all’ingresso di Auschwitz. Una negazione sdegnata per l’allusione, “Io, mafioso?”, avrebbe reso implicita, ma univoca, la condanna morale per l’organizzazione. L’avrebbe condivisa, o avrebbe fatto mostra di condividerla. Perciò scegliere il piano del surreale significò consegnare all’irrilevanza l’avversario; e ritenere superflua anche la finzione di un qualche contegno di fronte al mondo. Non esisti; e per non farti esistere non debbo neanche scomodarmi a prendere una pistola. Negare irridendo è la più efficace delle negazioni perché è la più efficace delle affermazioni. Chi nega irridendo afferma indiscutibile potere, incolmabile distanza, inscalfibile disinteresse. Chi nega sghignazzando è al suo apogeo.

Il prepotere che usa le parole, pronunciandole oppure omettendole, non riguarda necessariamente un’associazione per delinquere, o un’istituzione statale feroce. Anzi, nelle società contemporanee, l’algido rango della distanza riguarda più frequentemente aree di opinione, gruppi di appartenenza, che solo in modo frastagliato si riconoscono in un partito politico. Qualcosa di simile spiega l’atteggiamento diffuso verso una vicenda che, “in un mondo ordinato”, avrebbe ricevuto un trattamento più serio: il caso Geithner.

Non stupiscono le indebite richieste avanzate in sede di Unione Europea. Come ci sono i servizi segreti, così ci sono i politici segreti. Ma la segretezza è in funzione del carattere non convenzionale del servizio prestato o della politica condotta. Quando la segretezza viene meno ci sono due strade: o rivendicare la “convenzionalità”  di quello che è stato scoperto, cioè la sua sostanziale giustezza, o condannare l’arcano. Il Presidente Obama ha negato che fossero giuste quelle azioni politiche segrete: “Silvio is right”. A quanti non avessero condiviso la sua posizione è rimasto però il cerino in mano.

Come fare? Non si è potuta giocare la carta dell’infondatezza: nessuno ha smentito Geithner o il Financial Times che ha anticipato un capitolo del suo libro, “Stress test”, riguardante anche l’Italia. Né quella dell’irrilevanza, dato che sul punto anche il Quirinale ha ritenuto di dover diffondere una nota formale; che, anzi, è stata sibillina sulle riunioni e le alte sedi in cui si affermano avvenute quelle richieste ostili: “Il Presidente della Repubblica Italiana…non aveva titolo a partecipare e non partecipò: dunque nulla può dire al riguardo”. La questione, dunque, non è infondata, né irrilevante, direbbe la Corte Costituzionale.

E qual è la questione? Prima ancora che quella della sovranità, quella della dignità morale degli italiani. Sostenere che Berlusconi fosse “Unfit” è una posizione politica legittima, perché è espressa e non invoca l’esercito e i carabinieri, come richiesto dal Prof. Asor Rosa, in distratta allure da caudillo. Brigare nell’ombra, per destituire un governo legittimo di uno Stato sovrano alleato è una posizione bellica, nei rapporti fra stati. “Guerra”, è una condizione nei rapporti fra gli stati che, sul piano giuridico, ha lo stesso valore di “Pace”, e nella quale l’uso delle armi “convenzionali” è, specie nel sofisticato tempo contemporaneo, solo uno degli strumenti pronte nell’arsenale. Una delle armi “non convenzionali” più efficaci è stata la “pressione finanziaria” cioè, in quelle settimane, lo “spread”, ineffabilmente sensibile a “piani”, “interventi”, “prospettive”. 

Perciò la questione, “in un mondo ordinato”, avrebbe dovuto ricevere più rispetto, più serietà, perché più rispetto, più serietà, gli italiani avrebbero dovuto riconoscere a sé stessi. E invece no. Invece è tutto un sorridere, tutto un minimizzare, tutto un infastidito scrollarsi di dosso milioni di stupidi voti. Distanza, indifferenza, sarcasmo. Inarrivabile il gusto del sottosegretario Scalfarotto: “la vicenda appare avere una caratura più letteraria che storica, in questo momento”. Dove spiccano, per cinismo tattico-estetico, due caposaldi: “appare avere” e “in questo momento”. La sterilizzazione, si badi, non ha riguardato solo i cittadini che sostenevano Berlusconi ma pure, e non meno, quelli che, secondo le regole della democrazia, gli si erano opposti e che, superficialmente dimentichi che “oggi a me, domani a te”, partecipano di questo sopire sottomesso.

 Anche i loro voti non contano un bel nulla; nulla vale la loro rappresentanza in Parlamento. Conta se “qualcuno”, ignoto, nascosto ma anche no, decide chi deve governare nel loro Paese e convince, con “una proposta che non si può rifiutare”, chi governa a togliersi di torno. Magari sullo sfondo di un qualche capo di stato sogghignante e compiaciuto del suo stesso sogghigno. 

Accettare una così incisiva alterazione delle regole democratiche, cioè della propria dignità di cittadini sovrani, significa proprio riconoscere e accettare l’esistenza dominatrice di un potere libero da ogni vincolo, e incurante persino di salvare le apparenze. Significa accettare, supinamente ridicoli, che la mafia sia un formaggio.

 

 

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