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Elezioni europee: the week after

A una settimana dalle elezioni europee, si decide da una parte il destino del continente europeo, approfittando dell’imminente semestre di presidenza, dall’altra quello dello stato italiano, attualmente incatenato in una crisi troppo strutturata; ma la realtà corrisponderà alle attese?

Con l’affermazione, la scorsa domenica, del Partito democratico e la contestuale sconfitta di Forza Italia e M5s, la barca della politica italiana ha le condizioni per prendere il largo, varando le attese riforme sui piani istituzionale e socio-economico. Al tempo stesso, il governo di Roma dispone di maggiore potere contrattuale al tavolo che decide i destini del continente europeo, in particolare nel semestre di presidenza che inizia a luglio. Il timore è che la realtà non corrisponderà alle attese.

Molte delle previsioni ruotano, in positivo e in negativo, intorno alla figura del vincitore delle elezioni, Matteo Renzi. È un dato che, nel medio periodo, potrà risultare penalizzante. Contrariamente a quanto il Primo Ministro racconta quotidianamente sulla radiose prospettive che ci attendono, il paese è incatenato in una crisi così strutturata che solo un tempo lungo di coerenti e volitive riforme potrà, forse, instradarlo sul cammino di sviluppo del quale abbisogna. Basti guardare ai dati sfornati mercoledì da Istat su abisso demografico, decomposizione della famiglia come comunità economica e affettiva, disoccupazione, povertà, desiderio di abbandono del paese da parte dei giovani, per capire che l’Italia è stremata e senza fondamenta per la ricostruzione.

Per smantellare il sistema di privilegi, inefficienza, delinquenza pubblico-privata, bulimia fiscale che imballa l’Italia, Renzi dovrebbe creare alleanze politiche, sociali, culturali, motivate e pronte. Sinora non ha mostrato di saperlo fare. Ha invece esibito la volitività dell’uomo “solo al comando”, dando l’impressione di aver confuso paese. È un errore che, tanto per non farci mancare esempi, hanno pagato pesantemente in passato personaggi come Mussolini e Craxi, e sul quale non sono caduti uomini come Giolitti e De Gasperi. Il nostro non è mai stato il regno dei campioni solitari e riformisti come i Blair e Thatcher britannici o i Roosevelt e Reagan statunitensi. Passata la sbronza elettorale, nel the day after, il fiorentino deve soprattutto cucire alleanze, in Parlamento e fuori, mentre sembra non volersi curare dell’atavica frammentazione corporativa che riempirà di trappole in Parlamento e fuori il percorso del governo.

Gli italiani sono quelli del “particulare” e del “ciascuno per sé e Dio per tutti”, come confermano, tra l’altro, due dati delle elezioni di domenica: alto astensionismo ed elevata percentuale di voti antisistema (M5S, Lega, estreme). Solo guadagnando il pieno sostegno del suo partito, cementando l’alleanza con i cespugli della maggioranza di governo, crescendo nell’elettorato oggi astensionista, recuperando i “buoni” di Cinque stelle, Renzi potrà avere i numeri per l’estremo tentativo di salvare la Repubblica e l’Unione europea, finalità inevitabile della prossima legislatura. Sul piano politico dovrà guardarsi dall’ondata populista europea e dalla rabbia della destra italiana sconfitta. Sul piano sociale ed economico, dall’incapacità strutturale del bilancio a diminuire la tassazione e ad accrescere insieme la base dei contribuenti, così da avere insieme ripresa privata e fondi per l’azione pubblica.

Bisognerà anche capire a chi i giochi della politica affideranno la successione al Quirinale. Nel patto tra Renzi e Berlusconi appariva implicito il riferimento a un Gianni Letta presidente della Repubblica. È evidente che Renzi non potrebbe procedere ai tagli chirurgici indispensabili se avesse contro il Colle. A meno che non ci fosse, il prossimo anno, vera ripresa economica, perché in quel caso Renzi consoliderebbe il consenso ora ricevuto dagli italiani, che potrebbero premiarlo in elezioni che si tenessero in tempi più brevi del previsto.

 

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