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Senato della Repubblica Italiana: riforme discutibili e mai discusse

L'aula di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica italiana

L'aula di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica italiana

Non è accettabile che si liquidi nel PD come conservatore o frenatore chi propone e auspica una riforma diversa da quella che il governo Renzi vorrebbe imporre. E' ormai tardi per avviare il necessario e vero dibattito? In democrazia occorre comunque provarci, soprattutto coinvolgendo i cittadini 

Difficile dire se sia più sconcertante (e sconfortante) il detto o il non detto riguardo alla riforma del Senato che sta per essere votata in Parlamento. Abbiamo assistito, infatti, a livello mediatico ma non solo, a un non-dibattito dal momento che i veri punti dirimenti non sono (quasi) mai stati al centro dell’analisi giornalistica e della discussione pubblica. Solo in questi ultimi giorni si è arrivati a menzionare con una certa consistenza nei tg e sui giornali i punti più controversi, anche se la sensazione è che si sia arrivati a tempo ormai scaduto.

Nella retorica, ormai consolidata, del Presidente del Consiglio Renzi e ancor più dei suoi sostenitori, politici e non, a partire dal Ministro Boschi, le riforme sono presentate come il nuovo, lo svecchiamento necessario del sistema, la ‘liberazione’ da quegli orpelli (burocratici, procedurali, ecc.) che hanno impedito la modernizzazione e la governabilità dell'Italia.  Le riforme dunque come un bene a prescindere: si sente dire da molti parti, “meglio fare riforme imperfette che non fare nulla e rimanere immobili,” nella cosiddetta “palude”. E “dissidenti” o “frenatori” sono gli appellativi riservati a chi le riforme le vorrebbe diverse da quelle proposte e fortemente spinte dal governo. Le divisioni interne, soprattutto al PD, sono descritte (liquidate…) come beghe interne dai più, di nuovo senza entrare e giudicare nel merito le questioni.

Vorrei fare alcune brevi riflessioni su temi già più volte toccati da alcuni politici e commentatori ma che non mi pare abbiano mai davvero costituito il fulcro del dibattito pubblico. Innanzitutto un inciso. Il fatto che il governo si faccia primo promotore delle riforme e che intenda presentare al Parlamento un disegno di legge pressoché blindato (se non nella forma, nella sostanza) è di per sé un’“anomalia”. Si tratta infatti di riforme costituzionali e la centralità del Parlamento sarebbe auspicabile nella preparazione delle riforme stesse. È noto come nel ventennio di marca berlusconiana il Parlamento abbia conosciuto una progressiva delegittimazione, ridotto a votare fiducie e a convertire decreti governativi (circostanza verificatasi anche con Governi di centrosinistra, a riprova di un’esautorazione della rappresentanza che ha caratterizzato sempre di più la politica italiana). In certi toni e atteggiamenti del presente Governo sembra di ritrovare la scarsa considerazione per Parlamento e dibattito parlamentare che ha caratterizzato i Governi del recente passato.

Sin qui il metodo. Si diceva, il merito della questione. Il ddl Boschi ha subito varie mutazioni: dal Senato dei sindaci si è passati poi al Senato delle Regioni, i cui contorni del resto non sono ancora chiari (i consiglieri regionali- e i sindaci-senatori quando andranno a Roma? Come gestiranno il doppio incarico? ecc.). L’aspetto che appare più problematico è il fatto che si tratterebbe di un Senato non elettivo. Inizialmente la ragione addotta era la seguente: se il Senato rimane elettivo, non potrebbe non votare la fiducia al Governo. Su questo aspetto i costituzionalisti si sono divisi. Ora questo punto non sembra più dirimente; si insiste piuttosto sui pregi del “modello tedesco” di stampo federalista che renderebbe “finalmente” il nuovo Senato l’espressione delle Regioni, dando corpo a quel federalismo mai nato. A parte la poca chiarezza in merito alla praticabilità di questa scelta, il fatto che si tratterebbe di un’elezione di secondo grado appare come una limitazione della democrazia. Se siamo tutti d’accordo sul fatto che occorra superare il bicameralismo perfetto, non si capisce perchè non potrebbero essere i cittadini stessi ad eleggere i membri del nuovo Senato. Tanto più che, come in molti hanno sottolineato, affidare la scelta dei Senatori agli amministratori locali, in molti, troppi, casi protagonisti di gravissimi episodi di corruzione, non è forse molto saggio di questi tempi. La questione immunità, posta di recente, presenta anch’essa non poche problematiche: se è forse comprensibile l’immunità per i senatori (anche se sarebbe da definire e circoscrivere), come si può concepire un numero ristretto di consiglieri regionali e sindaci con l’immunità, non condivisa dai loro colleghi amministratori locali? Senza parlare del grosso potere che avrebbero i “grandi elettori” di questi amministratori che divengono Senatori (si veda in proposito l’esaustivo articolo di Nadia Urbinati ). Infine, un altro aspetto non secondario è che il ddl Boschi non altera la composizione della Camera dei deputati. Il risparmio finale di questa riforma, inizialmente una delle ragioni principali addotte in nome della riduzione dei costi della casta, non sembra essere quello auspicato. Se è vero che sindaci e consiglieri non percepiranno indennità per l’esercizio della funzione di senatori, dovranno comunque essere risarciti per le spese di viaggio  e per il vitto e l’alloggio in quel di Roma, senza contare i costi di gestione del “Senato” (compresi i costi di quelle attività istituzionali che si svolgeranno a Roma quando i senatori saranno sul loro territorio a svolgere mansione di amministratori).

La proposta Chiti, d’altro canto, appoggiata dai cosiddetti “dissidenti” e che non ha ricevuto, a mio avviso, la dovuta attenzione da parte dei media, concorda con il ddl Boschi sul voto di fiducia e sull’approvazione della legge di bilancio riservati alla Camera. Differisce invece sulla questione eleggibilità dei senatori (che vorrebbe eletti dai cittadini), sul numero dei parlamentari (prevede infatti una sostanziale riduzione del numero dei deputati, con un conseguente notevole risparmio per le casse dello Stato -è sorprendente come i giornali abbiano trascurato questo aspetto). Il ddl Chiti prevede inoltre un bicameralismo paritario sui diritti fondamentali, non esattamente secondario per una democrazia. (Lo stesso Chiti puntualizza i termini della questione in una lettera al Corriere della Sera).

Invece di vagliare i pro e i contro dei due ddl, il dibattito pubblico è stato fatto ostaggio di una contrapposizione, come già accennato, tra vecchio e nuovo, casta e nuova politica, privilegi e efficienza, sempre in termini molto generici e retorici. Fino ad arrivare all’attacco frontale, compiuto da Renzi in persona contro il senatore Mineo che, da membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato, aveva espresso il suo dissenso nei confronti del ddl Boschi. Non intendo entrare qui nel merito della rimozione di Mineo dalla Commissione e della questione relativa all’art. 67 e alla sua applicabilità nelle Commissioni parlamentari. Il modus operandi dei vertici del PD però è apparso alquanto discutibile, incluso l’anatema lanciato da Renzi in Assemblea  PD contro un solo uomo (che aveva già apostrofato con quel “non lascio il Paese nella mani di Mineo”). L’accusa rivolta a Corradino Mineo è stata quella di usare “il partito come un taxi”, di essere in cerca di visibilità. Ma Renzi non è davvero entrato nel merito: si è limitato a contrapporre il volere della maggioranza a quello della minoranza. I media hanno riportato con dovizia di particolari questo scontro ma, di nuovo, non tanto il merito di esso, se non attraverso le parole dello stesso Renzi.

Parole molto efficaci in merito alle riforme le ha dette e scritte il Senatore Walter Tocci che probabilmente non è conosciuto da molti (non è certo personaggio mediatico e questo, si sa, incide impietosamente sulla divulgazione delle idee della persona in questione). Anch’egli “dissidente” (tra i 14 senatori che si sono autosospesi in seguito alla rimozione di Mineo) sul ddl Boschi ha affermato: “Per combattere la Casta si affida esclusivamente al ceto politico la nomina dei membri del Senato”.  Lo stesso Tocci ha messo in guardia contro i rischi del “Senato delle Regioni”: l’essere espressione dei territori più che delle preferenze di partito dei cittadini nei vari territori potrebbe tradursi in una divisione interna al Paese e il Senato potrebbe esprimere voti a detrimento dell’interesse, se non addirittura dell’unità, nazionale. Gli interventi e le riflessioni di Tocci, estremamente lucidi e puntuali, avrebbero meritato maggiore attenzione da parte dei media e avrebbero certo aiutato la comprensione e la discussione del merito delle riforme (qui l’analisi dettagliata di Tocci del nuovo bicameralismo)

Nell’esporre brevemente i punti salienti delle due proposte ho chiaramente espresso il mio punto di vista. Credo che sia più che legittimo farlo da parte di chiunque. Non è però accettabile che si liquidi come conservatore o frenatore chi propone e auspica una riforma diversa (perché pur sempre di riforma si tratta e non di un volgare tentativo di difendere la poltrona – del resto, fare il processo alle intenzioni sarebbe rischioso per molti di questi tempi…). Può essere tardi ora per avviare un dibattito vero. Ma occorre comunque provarci, anche a livello pubblico. Perché una cosa ci appare chiara. Fare una riforma imperfetta del Senato, e magari varare poi una legge elettorale ancora più imperfetta, come ci pare essere l’Italicum, potrebbe rivelarsi un esercizio alquanto improvvido con gravi conseguenze per la nostra democrazia.  


Morena*Morena Corradi vive tra l'Italia e gli Stati Uniti, paese in cui ha conseguito un dottorato presso la Brown University. Insegna Lingua e Letteratura italiana al Queens College (CUNY).

 

 

 

 

 

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