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La riforma del Senato: perversioni e (apparenti) schizofrenie fra Italia ed Europa

È singolare che nell’epoca delle sovranità nazionali limitate per vocazione europea, si esibisca corruccio e sdegno per una riforma (ormai) minore. Ma c’è una spiegazione

C’è qualcosa di perverso, letteralmente, nell’opporsi alla riforma del Senato dopo avere sostenuto una progressiva e vasta riduzione di sovranità in ambito europeo; nel dimenarsi per una finestra dopo aver divelto il portone. Dal Trattato di Maastricht in poi, finiti la Guerra Fredda e l’equilibrio di Yalta, si è avviato il più profondo rivolgimento geopolitico nella storia europea da Carlo Magno in poi. Lo si è fatto con atti legittimi, i Trattati, e senza suscitare resistenze significative, cioè realmente incisive, da nessuna delle parti politiche di volta in volta al governo o all’opposizione.

Certo, questa pacifica accettazione di quello che è parso un vero e proprio gorgo delle sovranità è stata favorita da gestioni politiche opache ed equivoche: preordinate allo specifico scopo di prevenire ogni autentica critica o anche solo motivata perplessità.

Ricordo qui solo due esempi di questa studiata ed equivoca opacità. Il primo: il 13 ottobre 1995, con il Decreto Ministeriale numero 561, il Governo Dini, prodromico al I Governo Prodi, poneva un singolare segreto, fra gli altri, su “atti…che riguardano la posizione italiana nell’ambito di accordi internazionali sulla politica monetaria…”; su “atti preparatori del Consiglio della Comunità europea”; su “atti preparatori dei negoziati della Comunità europea…”; e su “atti relativi a studi, indagini, analisi…” relativi alla “…struttura e [a]ll’andamento dei mercati finanziari e valutari”. Insomma, quanto il Governo stava facendo per realizzare il progetto europeo non si doveva conoscere, men che meno quanto stava facendo in ambito di politica monetaria. Segreto singolare, si converrà (e si noti la finezza dello scrigno prezioso trafugato dentro un panno sdrucito), perché, secondo l’ossessiva propaganda allora in voga, si trattava di un parto politico di portata storica; pertanto, appare davvero bislacco che se ne volessero tenere nascoste le meritorie doglie. Doglie poi sfociate nella mitica “Soglia Irrevocabile di Conversione”, 1936.27, con cui venne fucilata la nostra lira.

Il secondo: il Trattato di  Lisbona, che ha “rifondato” l’Europa comunitaria, entrato in vigore nel Dicembre del 2009, è meno noto, nei suoi contenuti anche generici, del Codice di Hammurabi; eppure, allo stato, è una sorta di Legge Fondamentale per noi cittadini europei. E questo carattere ieratico, esso Trattato di Lisbona, lo ebbe perché nacque proprio con lo scopo di evitare che i cittadini realmente sapessero. Infatti, nel 2005 la Costituzione Europea era stata bocciata con Referendum da Francia e Danimarca (lì i popoli furono meno ingenui). Il documento, a dirla tutta, consacrava il carattere non democratico ed esoterico-finanziario dell’Unione Europea. Così andò  incontro a sonore bocciature. Allora si decise di aggirare l’ostacolo con un altro trucco, chiamando la Costituzione Trattato: il Trattato di Lisbona, appunto. La faccenda era importante perché comportava l’ulteriore esproprio di prerogative nazionali in favore della tecno-struttura di Bruxelles. L’Italia lo ratifica l’8 Agosto 2008. Uno, a quel punto, si aspettava le fanfare, i talk show, tutta la compagnia di giro, insomma; e invece il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde confessò: “i primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”; e il nostro Giuliano Amato, uno dei più autorevoli sacerdoti dell’euro-devozione, aggiunse: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”. Addirittura venne chiamato “Gruppo Amato” l’ACED, Action Committee for European Democracy, che aveva il compito di presiedere informalmente alla riscrittura della Costituzione Europea. Informalmente. Delizie democratiche europee. Il nostro Presidente del Consiglio, Romano Prodi, sorrideva.

Bene. Ora che gli Stati Nazionali sono poco meno che aziende municipalizzate, ci si potrebbe rilassare, per lo meno. E guardare alla reale dimensione delle questioni con meno (apparente) schizofrenia. E invece no. Deriva autoritaria, Renzi, qua, là, insomma tutta la paccottiglia che viene diffusa con cura in queste settimane.

Dicevo prima che nessuno nel mondo politico si è distinto per autonomia di pensiero o di azione, rispetto all’ubriacatura europea. E quelli che ora si agitano sono, giustamente, privi di credibilità: raccattano o cercano di raccattare qualche inutile voto per consolidare o accrescere la loro inutile presenza istituzionale, in un Parlamento nazionale stabilmente e legittimamente abbastanza inutile pure lui. Inutile, s’intende, sul piano politico; su quello personale, è un’altra faccenda.

Ma dalla pletora di europeisti della prima ora, se ne staglia una schiera che si distingue, che si fa notare. Chi, chi, vediamo in prima fila, a firmare appelli, ad assumere il virgineo splendore delle vestali della Costituzione tradita, della sovranità popolare oltraggiata? Non lo dico nemmeno. Sono tutti lì, giustizia, libertà, con cattolici adulti e professori sottili (più qualche figlio e nipotino) in immanente presidio: come gli a priori di Kant. Ma perché lo fanno? Perché non si curano di apparire schizofrenici? Perché vivono e prosperano nell’interdizione; nel no per il no. Sordido prodotto del marketing nichilista e pervertito con cui assecondano le frustrazioni di riferimento, per poi, separatamente, indefessamente, lubricamente,  umettare carriere e portafogli.

  

 

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