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Renzi: “Istituzioni al lavoro”. Ma davvero fanno quello che serve?

Un Paese ingannato per decenni dai pifferai di turno e un’amministrazione esosa che restituisce poco o niente: l’esasperazione in circolo, da fenomeno carsico potrebbe esplodere in contestazione di massa

Davvero gradita la decisione di Renzi di far lavorare il Parlamento ad agosto. Sono anni che la gente comune taglia le ferie o vi rinuncia, per raggranellare soldi indispensabili ad andare avanti. Se il ceto politico mostra di sapere che la situazione richiede impegno straordinario, dà un segnale utile ad un paese ingannato per decenni dai pifferai di turno. Resta sospeso il giudizio sul contenuto dei provvedimenti che si vanno assumendo, come sullo stile espresso dalla politica nella circostanza.

Mai come stavolta appaiono divisioni. Alla classica tripartizione centro destra sinistra, l’emiciclo parlamentare sta opponendo la bipartizione fluida tra innovatori e tradizionalisti. Nel secondo campo le alleanze sono volatili, opache, indecifrabili. Nel primo, effetto della frusta renziana e della sua minaccia di andare alle elezioni (dove evidentemente il leader pensa di vincere a man bassa). Condivisibile in linea di principio, l’aggressività del Governo pecca di due vizi d’origine: l’ibridismo di strategie e finalità sotteso all’accordo tra democratici e forzisti, i contenuti labili e indecifrabili che dall’accordo sono scaturiti. Inoltre la scala di priorità dell’agenda, almeno per questa fase di decisioni, non risulta in linea con i bisogni che la gente denuncia quotidianamente. Sarebbe poi un vero sparare sull’ambulanza, ricordare la superficialità con la quale il premier aveva elencato la scaletta delle riforme da varare, mese per mese.

Renzi si sta battendo per dare al sistema politico un esecutivo efficiente. Per arrivarci pensa di dover indebolire Parlamento e Presidenza della Repubblica. In coerente omaggio al machiavellismo della nostra politica, lo fa senza annunciarlo. Non vuol capire che rischia di produrre riforme di difficile ratifica popolare e di dubbia applicabilità (cosa dirà la Corte Costituzionale di eventuali regole non coerenti con il generale impianto della Carta e suoi precedenti pronunciamenti?).

E comunque servirebbero norme per l’efficacia, non per l’efficienza dell’azione di governo e pubblica amministrazione. Servirebbe puntare a rendere l’esecutivo allargato (ad ogni tipo di amministrazione centrale o periferica, con regioni, comuni, agenzie etc.), capace di azioni che fruttino vantaggi reali alle situazioni quotidiane materiali di cittadini e imprese. L’italiano per bene paga un’amministrazione esosa che restituisce poco e niente, anzi non raramente risulta di intralcio e lavora in danno di cittadini e imprese. Il primo ministro sembra non percepire che potrebbe trovarsi davanti al collasso del rapporto tra Stato e cittadino (è già così in larghe macchie di territorio, vedasi il rapporto Svimez appena uscito). L’esasperazione in circolo, da fenomeno carsico può esplodere in contestazione di massa.

È vero che, in parallelo alla riforma del Senato e al concepimento di quella del sistema elettorale, il Governo sta operando sui fronti economico e sociale con importanti decreti, su tutti competitività e sblocca Italia. Ma se non si impongono comportamenti adeguati a corporazioni e burocrazie incartate in privilegi e inerzia, se non si picchia loro su mani e conto in banca, non avremo la gestione di quei decreti col necessario senso di urgenza ed emergenza. Non è casuale che, mentre legislativo ed esecutivo restano a Roma, il giudiziario, terzo potere costituzionale, tiri giù la saracinesca e vada in vacanza per più di un mese, come se niente fosse. Non è casuale che il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, denunci che lo Stato abbia già impegnato, sul 2015, la spesa di 1,6 miliardi di risparmi mai effettuati. È la differenza fra l’amministrazione e la politica: la prima vive di azioni concrete e di conti, la seconda di retorica e intenzioni.

 

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