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Le anime morte del PD

La crisi della sinistra, in termini di idee, coraggio e organizzazione, era ampiamente annunciata e, per come si erano messe le cose, inevitabile. La colpa è di chi ha rinunciato, nella sinistra, alla vigilanza, al rigore: in altre parole, alla responsabilità della scelta

Che nessuno si stupisca che Renzi nel suo discorso di apertura alla direzione del Pd si sia potuto dichiarare un “liberale cattolico” senza provocare una ribellione fra i militanti di un partito che fino a un anno fa credeva di derivare dal Pci e non dalla Dc. Che nessuno di stupisca che personaggi come D’Alema, Bersani, Cuperlo o Civati si siano fatti fregare con tale facilità o che ancora credano che minacciare, non dico una scissione, macché, solo il “rischio” di una scissione, sia fare politica; e restino aggrappati a poltrone che perderanno non appena a Renzi faccia comodo, dopo aver avuto paura di buttare fuori lui quando ne avevano ampiamente la possibilità, e nel frattempo continuino a perdere credibilità avallandone le privatizzazioni e liberalizzazioni.

La crisi della sinistra, in termini di idee, coraggio e organizzazione, era ampiamente annunciata e, per come si erano messe le cose, inevitabile. Il berlusconismo per una volta non c'entra: è prevedibile che i liberisti facciano i liberisti e che la destra manovri per favorire economicamente i ricchi e per sacrificare la democrazia alla governabilità. No, la colpa è di chi ha rinunciato, nella sinistra (parlo della vera sinistra, non delle eterne margherite della società italiana, da sempre vaganti in cerca della posizione più conveniente), alla vigilanza, al rigore: in altre parole, alla responsabilità della scelta. 

Sono ormai almeno un paio di decenni che la parte sana del paese, quella minoranza che con il suo lavoro, la sua onestà e la sua creatività aveva tenuto in piedi l’Italia compensandone in parte i difetti strutturali, ha smesso di lottare e, temo, di giudicare. Si è seduta. Ha cominciato ad accontentarsi e a confondere la propria passività – ignavia, avrebbe detto Dante – per tolleranza. Esauritasi la generazione dei Pasolini, Calvino, Volponi, Sciascia, De Andrè, Berlinguer, Pertini (e anche Montanelli, Montale, borghesi pre-liberisti, profondamente morali), quando sulla scena si sono presentati uomini senza qualità come Veltroni, Scalfari, Cacciari, Rutelli o gli innumerevoli pseudo-intellettuali che si vendono per un’apparizione in un talk show o per una recensione della Repubblica, la sinistra non ha notato la differenza. Li ha accettati, timorosa di apparire fuori moda o perdente, come chi non abbia l’iPhone o il maglioncino Abercrombie. Non si è scandalizzata per la loro retorica plastificata, per la loro brama di notorietà o denaro, per le loro relazioni pericolose con imprenditori e network televisivi, per il loro conformismo e il loro snobismo, le loro menzogne, la loro impreparazione. Si è invece assuefatta al buonismo, ossia alla peggiore forma di complicità: quella che si nasconde dietro la maschera dell’apertura e del perdono, indifferente alle conseguenze della propria inerzia. Così si spiega l’omertà nei confronti dell’evasione fiscale, benché a essa vadano ricondotti l’impoverimento dello stato e le difficoltà del settore pubblico. Così si spiega la condiscendenza nei confronti di favoritismi, raccomandazioni, furbizie, e soprusi. Così si spiega la proliferazione dei palloni gonfiati. 

“Noi fummo i gattopardi, i leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”, anticipò Tomasi da Lampedusa nel Gattopardo. Ma non c’era nessuna necessità storica dietro quel decadimento: piuttosto un lucido piano per sostituire un sistema fondato su valori etici condivisi e su princìpi di solidarietà (anche se non sempre attuati, magari neppure spesso) con il culto del successo e delle celebrity, in altre parole l’esaltazione di chi, in qualunque modo e a qualunque costo, ottenga visibilità mediatica, denaro e potere. Non a caso la frase chiave del discorso di Renzi è stata: “Con me avete vinto”. Chi vince è un vincente, dunque ha ragione e merito, e chissenefrega dell’etica e degli ideali. Puro liberismo.

Inutile stupirsi, dicevo, di ciò. La sinistra, la gente di sinistra, si è da tempo affidata a personaggi squallidi e presuntuosi, vuoti, per i quali l’inettitudine non è soltanto una caratteristica, il che sarebbe scusabile, bensì un’ideologia, una missione. Renzi non avrebbe avuto alcuna possibilità di affermarsi, e forse neppure di sopravvivere politicamente, in un ambiente che non fosse già assuefatto alla superficialità e alla banalità e interessato a promuoverle. 

I popoli hanno i governi che si meritano e la sinistra italiana ha gli intellettuali e i politici che si merita. Almeno in questo momento. Perché l’unico vantaggio della situazione è che non appena si riscuotesse e decidesse di farne a meno non ci sarà neppure bisogno di spazzarli via. Basterà ignorarli, dimenticarli. Sono nullità, anime morte. Se non si parla di loro smettono di esistere.

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