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La trattativa e l’analfabetismo storico. La versione (agli atti) di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica italiana

Il Presidente Giorgio Napolitano, deponendo come testimone, consegna agli atti e alla storia dure ma chiare verità sui mesi più difficili e dolorosi della Repubblica Italiana. Indigeste alla carriera del mainstream. Tangentopoli ha aperto il varco. Cosa Nostra ci si è infilata

E una deposizione del Presidente della Repubblica in carica. E’ agli atti. Magari ci vorrà ancora tempo. Magari si proverà a dimenticare o a far dimenticare. Ma è nero su bianco. Con la levigata e navigata maniera del suo eloquio ci ha consegnato parole che, se non sono La Verità, certo costituiscono una pietra miliare coraggiosa ed autorevole, per quanti vorranno seriamente dedicarsi allo studio ed alla comprensione del periodo più difficile e doloroso dell’Italia Repubblicana. Ma saranno anche parole spiazzanti per chi ha coltivato e seguita a coltivare la carriera del mainstream. 

Tangentopoli ha aperto il varco. Cosa Nostra ci si è infilata. 

Lo ha detto, Giorgio Napolitano; e neanche tanto alla lontana. 

L’ipotesi del Pubblico ministero (pag. 28 del verbale) era che fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio fosse maturato in ambito politico e parlamentare una sorta di riscontro della c.d. trattativa. Per questo chiede, con una vaghezza ai limiti del trastullo balneare, se “linee di idee, di opinioni delle forze politiche”, fossero sorte in direzione di “un dubbio sul 41 bis”. Che, come ricorderete, è il nucleo dell’ipotesi sulla c.d. trattativa. Evidentemente temendo di non risultare chiara, la Pubblica Accusa ha voluto, in aggiunta, appurare se un tale ipotetico orientamento non fosse sorto “in sede per esempio di riunione di capi gruppo”.

Consideriamo le risposte. Con l’aria di chi vuole limitarsi ad una bacchettata, diciamo, di ordine grammaticale, il Presidente precisa: “Questa è una indagine che chiunque voglia può facilmente fare, gli atti parlamentari sono digitalizzati, disponibili anche con i più moderni ed efficaci mezzi di informazione”. 

Poteva finire lì. E invece, proprio dove sembrava che l’attenzione della Procura volesse soffermarsi, e cioè, fra gli interstizi, fa le conversazioni informali (evidente l’intenzione, dal riferimento alle “linee di idee, di opinioni delle forze politiche” che, “per esempio”, avrebbero potuto emergere in sede di “riunione di capigruppo”; per esempio: quindi, anche altrove) il testimone Napolitano, alla sua maniera, con fair play, va giù duro, alle ginocchia: “Poi vorrei dire, se può interessare la Corte e la Pubblica Accusa, io nel 1992, dopo la mia elezione, per molti mesi, fino all'anno 93 inoltrato, ebbi l'assillo delle domande di autorizzazione a procedere come ricaduta dell'inchiesta Mani Pulite nella Procura di Milano”.

Poi vorrei dire. Ebbi l’assillo. Mani Pulite. Se può interessare la Corte e la Pubblica Accusa. Non c’era proprio motivo, a quel punto, di consegnare agli atti questa precisazione. Bastava l’invito-ammonizione a leggere gli atti parlamentari. Gli è scappato? No. Lo ha pure ripetuto.

Una prima volta (pag. 36 del verbale), quando gli è stato chiesto se sapesse di una visita alle carceri di Pianosa e l’Asinara ad opera della Commissione Giustizia della Camera, nell’Ottobre del 1992. E, di nuovo, prima offre una risposta autosufficiente: “Non ricordo questi particolari”, quindi torna a riferirsi agli “atti parlamentari” ed infine, senza alcuna necessità, torna ad aggiungere: “Ricordo molto più fortemente quelle questioni su cui dissi che ero obiettivamente impegnato con priorità assoluta, le richieste di autorizzazione a procedere provenienti sostanzialmente dalla Procura di Milano”; con i corollari della riforma della legge elettorale e dell’abrogazione dell’immunità parlamentare. Ma è la conclusione della risposta che è un uppercut interpretativo: “Su quello sarei in grado di ricordare di più, ma non è diciamo un invito che io faccio a metterci a discutere anche di quegli altri temi”. Cioè, è un invito.

Come dire: se vogliamo parlare seriamente, senza fumetti, e considerando il contesto nazionale ed internazionale ampio e complesso dell’Italia, dei cinquant’anni che esplosero, letteralmente, in quei mesi, parliamone pure, dato che io sono io (e vale la sua breve biografia riassunta all’inizio della deposizione, pagg. 7 e 8 del verbale). Altrimenti, per le regressioni infantili, basta Walt Disney.

La spinosissima connessione viene riproposta una terza volta, dicevo; quando risponde al difensore di Riina (pag. 78 del verbale): questi sembrava non avere colto il senso di alcune pagine di un libro autobiografico del Presidente, liddove si era riferito che in quei mesi “si stava rarefacendo la partecipazione all’attività parlamentare”; nel precisare il senso di quelle pagine, Napolitano pone al centro della pericolosa gracilità istituzionale “i gruppi parlamentari, fortemente, fortemente colpiti dalla indagine della Procura di Milano su Tangentopoli, falcidiati diciamo nelle loro file e anche nella loro sicurezza”. Fortemente, fortemente colpiti. Ed anche nella loro sicurezza.

Non si gioca a fare la “Rivoluzione italiana” per appagare il proprio narcisismo perennemente studentesco, gabellando un problema di crisi politica per faccenda di brigadieri, senza finire con l’indebolire l’interesse generale, con l’aprire varchi pericolosi.

E che cosa si aspettavano, tutti i dilettanti dell’intelletto dimentichi di Yalta e di Guerra Fredda, che quelli, gente abituata a delinquere sin dalla placenta, negli stessi mesi in cui ogni Ministro della Repubblica era fatto valere due lire, stessero a guardare? 

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