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La sconfitta di Obama e l’inverno strategico degli Stati Uniti

Barack Obama non è stato sconfitto per le sue (non) scelte di politica internazionale. Gli elettori americani votano sulla politica nazionale e su quella il presidente aveva prodotto risultati notevoli eppure è stato punito e bloccato.  Ora ci saranno conseguenze anche sulla politica estera, soprattutto con l'Iran

Fra qualche giorno avremo delle analisi più dettagliate e più ponderate sulla sconfitta democratica alle elezioni di Midterm. Per ora, ci si può limitare a considerazioni d’ordine generale.

Prima di tutto, Barack Obama non è stato sconfitto per le sue (non) scelte di politica internazionale. Gli elettori americani – specialmente in occasione del Midterm – non votano sull’immensamente grande, ma sull’immensamente piccolo: la politica nazionale, lo Stato, la contea, la municipalità, le citizen initiavives.

Ma è proprio sulle questioni interne che Barack Obama avrebbe dovuto vincere. Nel 2008, si è imposto grazie all’esplosione della crisi economica; sei anni dopo, gli Stati Uniti sembrano veleggiare verso un’inattesa (soprattutto nelle sue dimensioni) ripresa, con una crescita tre volte superiore a quella europea, con una disoccupazione ridotta della metà, con una bilancia energetica tendente all’attivo. Certo, il deficit commerciale è vertiginoso, e il debito pubblico avrebbe raggiunto vertici “italiani” se il debito italiano, nel frattempo, non avesse riguadagnato terreno. Ma la ripresa appare la medicina che, col tempo, potrebbe sanare sia i deficit che i debiti. E, in ogni caso, agli occhi degli elettori, i soli “fondamentali” che contano sono quelli che li toccano direttamente; e su quelli, il bilancio sembra positivo. Che sia merito di Obama oppure no, comunque avrebbe dovuto essere Obama ad incassarne i dividendi elettorali.

E invece no.

Se gli elettori non hanno sanzionato la sua introvabile politica estera, hanno evidentemente sanzionato la sua politica interna. In quella sanzione sembra esser decisiva una valutazione generale – negativa – sul modo di essere (o meglio: di non essere) di Barack Obama, che è lo stesso in politica interna e in politica estera.

Nella gestione della riforma sanitaria, della politica migratoria, delle scelte energetiche, della questione delle armi private, di Guantanamo e, soprattutto, del budget federale (con il fragoroso government shutdown dello scorso autunno), il presidente ha dato l’impressione di essere azzoppato molto prima di diventare una lame duck. Su tutti quei dossier, Obama ha arretrato, o addirittura battuto in ritirata, non per una propensione ad un saggio e pragmatico senso del compromesso, ma per incapacità ad imporsi. Quasi nulla di quanto aveva promesso nella sua lunga e costosissima campagna del 2008 è stato mantenuto. E mostrarsi incapaci di dar corpo ad una millantata “speranza” non può che generare delusione e frustrazione.

Un presidente che non si sa imporre è anche un inaffidabile Commander in Chief. E in effetti, la politica estera della prima potenza mondiale è stata per sei anni erratica e incomprensibile. E anche se gli elettori non hanno votato sulla politica estera, il risultato di questo Midterm la renderà ancora più erratica e incomprensibile. 

Se Obama era indeciso prima – tirato per la giacca da correnti diverse ed anche opposte in seno non solo al suo partito ma addirittura alla sua amministrazione – ancor più lo sarà una volta privato di maggioranza parlamentare. In sei anni di presidenza, non si è capito quale sia la sua politica nei confronti della Cina: il “pivot to Asia” è rimasto, sembrerebbe, nei faldoni che Hillary Clinton si è portata via dal dipartimento di Stato. Il ritiro dall’Iraq si è rivelato tanto disastroso quanto l’intervento del 2003. In Israele e in Palestina sembra che non ci sia più nessuno che presti attenzione a quel che dice Washington. Sulla Russia, si è passati dal reset del 2009 all’ostilità aperta e incondizionata del 2014. Con l’Europa, che non è mai stata una priorità di questa amministrazione, il legame più forte sembra essere la trattativa sull’area di libero scambio transatlantica, un oggetto, però, ancora largamente misterioso.

Più volte abbiamo detto che il progressivo ridimensionamento degli Stati Uniti sulla scena internazionale non è un’opzione, ma l’ineluttabile conseguenza del loro declino relativo. Ma cercare di gestire il declino relativo è, invece, un’opzione. Barack Obama vi ha rinunciato, per incapacità oppure nella speranza di cavalcare le pulsioni isolazioniste dell’elettorato. E una rinuncia in questo frangente storico lascerà dei postumi duraturi sulla salute esterna (e quindi, in ultima istanza, interna) degli Stati Uniti d’America.

Ormai è tardi. Il presidente ha lasciato passare la sua occasione quando controllava i due rami del Congresso, e poi anche quando ne controllava almeno uno; ora che non ne controlla più nessuno, non si può pensare che possa far meglio.

C’era un dossier sul quale Obama avrebbe forse voluto caratterizzare il suo doppio mandato, e magari anche riscattarlo: l’Iran. Come abbiamo argomentato più volte su queste colonne, la ripresa dei rapporti con Teheran avrebbe potuto ridare slancio strategico agli Stati Uniti in Medio Oriente, e trasmesso al resto del mondo l’immagine di un presidente volitivo, con cui si può e si deve negoziare. Se ora il dossier iraniano torna nelle mani dei falchi dell’ideologia a Washington, inevitabilmente il dossier americano tornerà nelle mani dei falchi dell’ideologia anche a Teheran. 

L’inverno strategico degli Stati Uniti potrebbe essere cominciato.

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