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Dall’età dell’oro all’età del fango

di Elisabetta De Dominis

Gli italiani affondano nel fango e nell’irresponsabilità di chi amministra la cosa pubblica e non sa far rispettare la nostra civiltà. Eppure nelle alte sfere del potere credono di vivere all’età dell’oro, mentre viene fuori tutto il marcio. E Lui pensa a quale percentuale dare alla soglia di sbarramento della legge elettorale per far fuori gli avversari

C'era una volta l’età dell’oro in Italia, racconta il mito. Gli uomini vivevano come dei in un’eterna primavera. Non avevano bisogno di lavorare perché la terra era ricca di frutti. La legge era sconosciuta perché sconosciuto era l’odio: tutti vivevano in pace. Regnava il dio Saturno. Ma un giorno ebbe paura che i suoi figli gli usurpassero il regno e li divorò tutti. La Madre nascose Giove, il sesto, appena nato in una caverna: quando crebbe uccise il padre. Ma diede inizio all’età dell’argento… Ora a che età siamo arrivati? A quella del fango. Eppure nelle alte sfere del potere credono di vivere all’età dell’oro, mentre viene fuori tutto il marcio. Dalla terra e dagli uomini. Scorre fango, scorre sangue e lacrime e rabbia e violenza e impotenza, che la pioggia invece di detergere porta a galla.

C’è un vecchio re che non è dio e un giovane fauno che si sente un dio. Il vecchio non ritiene esista qualcuno alla sua altezza e non si schioda dal trono, intanto il giovane con le orecchie a punta suona il flauto e si fa seguire. Non sa dove va, ma è una ventata di allegria che avvince. Molti lo seguono tra le sabbie mobili. L’Italia affonda. Nessuno è colpevole, tutti hanno fatto il loro dovere. Quale? Timbrare il cartellino e scaldare la sedia riempiendo carta straccia. Nessuno negli enti pubblici può venir licenziato per negligenza, imperizia, inettitudine. Ce li dobbiamo tenere, visti i disastri? E sono gli stessi che assegnano alloggi, sussidi e pensioni a gente che non paga le tasse, che vive di espedienti, che delinque, che occupa le case altrui. Ma porta voti… Alla periferia di Roma cittadini italiani sono insorti con bombe di carta, sassi e bottiglie contro un centro di accoglienza per rifugiati. La polizia finalmente è intervenuta, ma per difendere i rifugiati, gli stessi che appena scende il buio derubano o violentano nella zona. I media l’hanno chiamata “guerra tra poveri”, ma giustamente il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, giovedì sera alla trasmissione Virus, ha sottolineato che è una guerra tra cittadini che pagano le tasse e non cittadini.

Ecco, gli italiani non affondano solo nel fango. Ma nell’irresponsabilità di chi amministra la cosa pubblica, di chi non vigila sui lavori pubblici, di chi non prende iniziative socialmente necessarie, di chi sa solo applicare tasse e non creare lavoro, di chi supporta banche e grandi imprese, di chi non facilita fiscalmente i piccoli imprenditori, di chi non fa rispettare i nostri valori, il nostro credo, in una parola: la nostra civiltà e permette di farla sotterrare piano piano da civiltà, chiamiamole così, altrui. Uno stato non è più uno stato quando non è in grado di far osservare la propria legge ai nuovi venuti, quando non esercita il potere di polizia e non difende i diritti e l’incolumità dei propri cittadini. Non fa il lavoro che gli spetta: la legalità è venuta meno. Come può allora chiedere di essere mantenuto attraverso la riscossione delle tasse? E oltre alla beffa, il danno: ha legalizzato un sistema di riscossione fiscale con ricarichi da usura che si chiama Equitalia. Ironia del nome. Se non paghi in tempo, ti taglieggia, poi ti porta via la casa, tanto c’è sempre un delinquente pronto ad occuparla illegalmente.

E Lui pensa solo a quale percentuale dare alla soglia di sbarramento della legge elettorale per far fuori tutti gli avversari, mentre nelle periferie vivono barricati in casa per paura di essere scacciati. E Lui pensa di sistemare il job act al posto della spending review del predecessore, mentre il governo continua a spendere e spandere senza preoccuparsi dell’embargo con la Russia e delle nostre aziende in ginocchio. E Lui vuole farci intendere che l’art. 18 cambierà la burocrazia, ai cui voti di certo non può rinunciare. I media piangono i giovani che vanno a lavorare all’estero come se andassero in guerra e danno la colpa ai padri: fra poco sarà guerra civile dei giovani contro i vecchi. I media si preoccupano di perdere re Giorgio come fosse il padre della patria quando non c’è più patria. Abbiamo sognato che il fauno divorerà il re per diventare il dio. Altrimenti potrebbe farlo un altro e prendere il suo posto. Ma che pericolo, questi megalomani.

 

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