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Renzi e la magistratura: il rischio del servo fedele.

Le recenti annunciate riforme di Matteo Renzi sui reati di corruzione e sulla prescrizione, denotano una preoccupante sudditanza culturale, ormai consolidata e diffusa, della politica nei confronti della magistratura, con conseguenze sempre più pericolose 

Si sa che l’Italia ha l’uzzolo della politica, anche di quella alta: nel bene e nel male. L’età comunale vide un fiorire di autonomie e comunità libere e in conflitto con l’Impero, che riuscirono a condurre alle massime cariche cittadine strati inusualmente ampi della popolazione, considerati gli standard del tempo: se non fu il ritorno della Pòlis ateniese, fu qualcosa che la richiamava non marginalmente. In quegli stessi anni, Ruggero II convocò, perchè lo incoronasse, il primo Parlamento della Storia occidentale. Per dire. Ma sappiamo fare anche dell’altro. Benchè incubato da tormenti anche francesi e tedeschi, il fascismo dottrinale e politico sbocciò nel Bel Paese.

Negli anni presenti, diciamo dalla caduta della Prima Repubblica in poi, l’Italia, fra gli Stati del G8, è l’unico in cui i suoi magistrati, oltre che essere simultaneamente giudici e accusatori, determinano la vita comunitaria: in parte legittimamente, in parte, diciamo, così, di fatto. Lo smottamento è stato culturale e risale, com’è noto, a Mani Pulite. Non richiamerò qui le schiere di magistrati che hanno fatto carriera per “meriti di guerra”. Con l’uccisione di Falcone e Borsellino si è verificata un’occupazione della memoria che, a costi contenuti, ha sortito effetti mirabolanti.

Diciamo pure che, nonostante le critiche di una minoranza sempre più minoranza, il paradigma del Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura è ormai acquisito. Nonostante Di Pietro; nonostante Ingroia; nonostante Ilda Boccassini avesse detto a Gherardo Colombo che non era degno di partecipare ai funerali di Giovanni; nonostante Capo e Vice-Capo della Procura di Milano abbiano incrociato le loro indagini come fossero spade in un duello; nonostante l’equivocissima materia dei collaboratori o simil-collaboratori di giustizia (Ciancimino junior, per la standing ovation) e così via. 

D’altra parte, è pure “l’unico Paese al Mondo” che ha visto nascere e proliferare, come fosse cosa normale, un giornale espressamente dedicato al supporto propagandistico di ogni Procura della Repubblica. E che espone una rubrica dal titolo “Giustizia e Impunità”, accanto ad altre tutte intitolate con un ossimoro: dove, dato il contesto, diciamo, grammaticale, la Giustizia coinciderebbe necessariamente con la Pena e l’ingiustizia con la mancanza di pena, l’Impunità, appunto: essendo la non colpevolezza impossibile, conformemente al noto aforisma del Dott. Piercamillo Davigo, giudice di cassazione, secondo cui “non esistono innocenti: solo colpevoli che l’hanno fatta franca”. 

Ovvio il corollario: siamo un popolo di irriducibili corrotti: e siccome corrotti, a quanto pare, non basta più, ora siamo anche la frontiera della nuova “mafia originale”. Quando si parla con troppa corrività su base nazionale (gli italiani), sarebbe bene chiedere consiglio agli ebrei e vedere se hanno qualcosa da rammentarci: giacchè in materia di “Psico-infezione criminale” e “inaffidabilità antropologica a base familistico-tribale” vantano, come dire, un certo expertise.

A questa sottomissione culturale, che rinuncia ad un pensiero autonomo e realmente diverso e innovatore, temo stia accodandosi anche il Governo in carica. Dopo avere nominato il Pubblico Ministero Raffaele Cantone alla carica-bandiera della Autorità Nazionale Anticorruzione (correlato di quella interpretazione degli “italiani” vagamente nazistoide), sembra che mediti l’ennesimo inasprimento sanzionatorio per i reati di corruzione e similari; in aggiunta, anche un’estensione dei termini di prescrizione: caso mai non bastassero a Vostro Onore i dieci e più anni in atto disponibili e nei quali, per es., tra il 1939 e 1950 si è distrutto e ricostruito l’intero pianeta. Guai a pensare di licenziare qualche perdigiorno. Scherziamo! Non esistono perdigiorno fra i magistrati: sono tutti eroi a cui gli Dei dell’Olimpo si divertono a imbrogliare le carte: così, annullando il Tempo, si renderà meno impari la loro sublime missione. Male, caro Renzi, molto male.

Le suggerirei una pur fugace lettura della Relazione al nostro Codice penale, scritta nel glorioso anno VIII dell’Era Fascista: vi si illustra l’estensione dei termini di prescrizione, rispetto al precedente codice liberale, con la volontà di assicurare che la vindice vigoria punitiva dello Stato Fascista non subisse intralci. Questo scondinzolare verso i consolidati umori del patriziato editorial-forcaiolo, che non paga i suoi debiti miliardari con le banche amiche, mentre rimpinza l’opinione pubblica con una pastura quotidiana di comunissime ruberie, di minutaglie che distraggono e stordiscono, non porta da nessuna parte.

Per l’omicidio di Samuele Franzoni, sua madre ha espiato la sanzione propriamente detentiva in soli sei anni. Ne aveva presi trenta, poi ridotti a venti, senz’altra motivazione che la volontà della Corte di Assise di Torino. Qualche giorno fa, Calogero Mannino ha sentito la Pubblica Accusa chiedere nove anni di reclusione per lui, ottantenne. Dopo che l’ultimo suo processo era durato diciassette anni: concludendosi con l’assoluzione. E così via.

Non funziona niente nel nostro diritto penale e nel nostro diritto processualpenale. Sono morti di chiacchiere. Su questa materia hanno reale “diritto di parola” solo magistrati: nelle Direzioni Generali del Ministero di Giustizia; nella gestione privatistica (ANM) dell’Ordine Giudiziario, cioè di carriere singole e di vicende disciplinari; nei comitati di redazione della più note riviste giuridiche; nel potere di sottoporre alla Corte Costituzionale le norme che “intralciano” il “loro” lavoro e minacciano la “loro” indipendenza e la “loro” autonomia, compresa quella che riduce a soli 300 mila euro annui lo stipendio per le maggiori direzioni amministrative (vero Caselli?).

Un Capo del Governo che non volesse bruciare il patrimonio di aspettative e di fiducia suscitato dalle sue prime azioni, non dovrebbe fingere di non saperlo.

Nè cedere alle lusinghe effimere del servo fedele.   

 

        

 

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