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La lotta alla corruzione si fa in piazza

Solo la pressione delle proteste ha costretto il governo ad annunciare finalmente una politica di lotta alla corruzione. Ma se qualcosa si farà, il vero merito sarà stato di chi, scioperando, ha mostrato di essere vivo

Spero che abbiate notato che è stato proprio nel giorno dello sciopero generale che il governo si è improvvisamente svegliato e ha annunciato che combatterà la corruzione. Ora diranno che erano misure allo studio da giorni, forse settimane: la realtà è che senza la pressione dei milioni di lavoratori che hanno rinunciato a una giornata di stipendio e dei precari, studenti, pensionati, cittadini che sono scesi in piazza (giovedì, ma anche nelle settimane scorse), Matteo Renzi non avrebbe avuto bisogno di giocare la carta mediatica dell’inasprimento delle pene per i corrotti, molti dei quali fanno parte della casta che lo sostiene e finanza; e dunque non lo avrebbe fatto.

Primo ministro lo è ormai da quasi un anno. Difficile credere che non sapesse che c’è del marcio in Italia; molto marcio. Il decreto legge che ha emanato ieri e al quale i giornali hanno immediatamente dato enorme rilevanza (eclissando le notizie sullo sciopero) avrebbe potuto farlo approvare dal consiglio dei ministri la scorsa primavera. Anche se le sue priorità erano chiaramente il Jobs Act e l’accordo con Berlusconi sulla nuova legge elettorale e sulle modifiche alla Costituzione, avrebbe avuto tempo e modo di affrontare la questione morale. Invece non ci ha pensato. Ha pensato alle ferie dei magistrati, non al problema della corruzione. Per non parlare dell’evasione fiscale.

Ma ora Renzi fa in TV (tutte le TV) la faccia preoccupata e offesa e promette una guerra lampo contro i cattivi. Cosa lo ha scosso? I sondaggi, per esempio: che benché manipolati proprio non riescono a nascondere il crollo della sua popolarità, ormai scesa al 46%, un punto sotto quella di Enrico Letta quando fu cacciato da Palazzo Chigi per far posto a lui. Ma come è possibile che questo accada? Che l’enfant prodige del liberismo italiano sia in difficoltà malgrado il sostegno incondizionato e continuo dei media?

È che la gente ha portato in strada la sua rabbia, ci sono stati tafferugli e persino i sindacati, dopo anni di silenzio e di complicità, hanno alzato la voce e il livello di conflittualità. Di pochissimo, ma è bastato. La tensione sociale è, da sempre, l’unica arma efficace che abbiano coloro che lottano contro i ricchi e i potenti. Scioperi e manifestazioni di massa non possono essere opportunamente ignorate: altrimenti la gente si accorgerebbe che il gioco dell’informazione è truccato.

Messo all’angolo per le sue politiche economiche e sociali, Renzi ha reagito nel suo solito modo: ignorando la questione e iniziando un altro discorso, e poco importa che finora lo avesse totalmente ignorato. Da buonista si è reinventato intransigente, retrodatando la conversione. Avete letto le sue dichiarazioni? “Rivolgo un grande appello affinché i processi si facciano e le sentenze arrivino il più velocemente possibile”. Ma se bastava un appello, sia pure un “grande” appello (in cosa si distingue esattamente un grande appello da un appello normale?), perché non rivolgerlo un anno fa? Davvero dipendeva tutto dalla cattiva volontà di alcuni giudici, dalla loro mancanza di premura? O era questione di sbadataggine? “Diciamo ai magistrati che è fondamentale che le sentenze arrivino il prima possibile”. Ah, meno male che gliel’ha detto, adesso che lo sanno sicuramente non capiterà più.

Renzi è un pallone gonfiato che si sta sgonfiando ma non si può allentare la pressione. La lotta va portata fino in fondo: senza speranze di un vero cambiamento, inattuabile in questa contingenza; ma con la possibilità concreta di fermare il disegno liberista di privatizzazione dello stato e della politica. Sarebbe un primo passo significativo, che preluderebbe al ritorno del nostro paese a condizioni minime (tutt’altro che ottimali: per quelle serve una sinistra vera, organizzata, forte) di decenza, di moralità, di imprenditorialità.

Questo sciopero generale mostra che l’impegno paga. Anche indirettamente. Se qualcosa verrà fatto per frenare la corruzione, non sarà stato per via dello scandalo di Mafia Capitale, che la stampa avrebbe rapidamente allontanato dall’attenzione della gente o trasformato in gossip; e tanto meno per la subitanea e tardiva indignazione di Renzi. Se qualcosa verrà fatto il merito sarà stato di chi, scioperando e scendendo in piazza, ha mostrato di essere vivo, pronto allo scontro, più resistente del previsto alle minacce e alle lusinghe del potere e dei suoi media.

 


Altri articoli di Francesco Erspamer nei blog Controanalisi e Il pensiero inelegante.

 

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