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A Roma si trema e si trama per la successione di Napolitano al Quirinale

Il Presidente Giorgio Napolitano rende omaggio alla salma del grande regista e suo amico Francesco Rosi, scomparso sabato scorso all'età di 92 anni, alla Camera Ardente allestita presso la Casa del Cinema di Roma

Il Presidente Giorgio Napolitano rende omaggio alla salma del grande regista e suo amico Francesco Rosi, scomparso sabato scorso all'età di 92 anni, alla Camera Ardente allestita presso la Casa del Cinema di Roma

Mentre il presidente Giorgio Napolitano, in vista delle imminenti dimissioni dal secondo mandato, ha già trasferito dal Quirinale i suoi libri preferiti, Matteo Renzi tenta di governare una successione difficilissima. Per non ripetere gli errori di Pier Luigi Bersani e accontentare Silvio Berlusconi, prendono quota i nomi di Walter Veltroni e Sergio Mattarella 

 

Gli amati Irene Némirovsky, Raffaele La Capria ed Erri De Luca, i romanzi che Giorgio Napolitano ama risfogliare, sono da tempo sistemati nelle mensole del nuovo ufficio di senatore a vita a palazzo Madama; e anche gli scatoloni con le carte private hanno già lasciato il Quirinale, e già si è accomiatato dal personale che lo ha assistito in questi lunghi anni di presidenza. Le ultime settimane, anche se dalle sue labbra non è uscita una sillaba, per Napolitano sono state un tormento; se la mente è lucida e la volontà di garantire una governabilità è ferrea, sono le forze fisiche che visibilmente chiedono tregua, fanno chiaramente capire al presidente per primo, che è giunto il tempo del riposo. Lo ha detto nel corso del tradizionale messaggio di Natale al paese: ogni cosa ha il suo tempo, e per “Re Giorgio” il tempo di “abdicare” è venuto. A differenza di altri suoi predecessori (i noti casi di Sandro Pertini, ma anche di Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat, che non avrebbero disdegnato una riconferma), Napolitano della presidenza-bis ne avrebbe volentieri fatto a meno. Eppure il 19 aprile del 2013 “Re Giorgio” capisce che quel desiderio di pace e di riposo a lungo agognato, lo deve rimandare. 

La notte tra quel venerdì e il successivo sabato 20 accade l’impensabile, nonostante una quantità di sinistri scricchiolii lo annuncino. Quella notte Pier Luigi Bersani, dopo una lunga serie di errori tattici, getta la spugna, e si dimette da Segretario del Partito Democratico. Quella notte lo stato maggiore di quello strano partito nato PCI, figlio di una serie di ibridazioni battezzate di volta in volta PDS, DS, fusione a freddo con la Margherita e spezzoni di DC, per diventare appunto PD, viene travolto dal rovinoso tonfo nell’aula di Montecitorio della candidatura di Romano Prodi: ben 101 ‘franchi tiratori’, tutti del PD, impiombano il ‘professore’ bolognese, come nelle precedenti votazioni era stato ‘cecchinato’ l’ex leader della CISL, Franco Marini. E dire che ufficialmente Prodi aveva ricevuto il via libera da tutti i parlamentari del PD. «Una strage di Capaci del centrosinistra», commentano amari nell’entourage bersaniano. Ben altro il clima in Forza Italia dove si brinda per lo scongiurato pericolo. Perché il suo leader Silvio Berlusconi ‘il mortadella’ non lo digerisce proprio: lo considera una specie di virus della politica, un’antipatia a pelle ricambiata; Berlusconi non dimentica che due volte è stato sconfitto dal centro-sinistra, ed entrambe le volte è Prodi ad avergli fatto mangiare la polvere; e poi la girandola di incontri ‘segreti’ (e falliti), come quelli tra Bersani e Beppe Grillo con ’intermediazione del dentista dell’ex comico; o i tentati accordi sottobanco con obiettivo un Governo di ‘larghe intese’. E’ in questo clima che prende quota la conferma per un secondo mandato di Napolitano; che è dubbioso, perplesso, si interroga e si confida con amici e fidati collaboratori. La grave situazione in cui si dibatte il Paese gli è ben chiara: lui stesso per mesi ha giocato un ruolo fondamentale per garantire un minimo di stabilità e ‘tenuta’ con un Paese bloccato in un Mare dei Sargassi paralizzante, l’economia che segna inesorabile una quantità di segni meno, e l’Europa che guarda con sospetto e ostilità a un’Italia che appare sempre più inaffidabile. Sono in tanti che bussano all’uscio di Napolitano per chiedergli di restare; tra i primi, inaspettato, Berlusconi, che pure lo vede come fumo negli occhi. Le sue parole sono spalmate di miele: «Napolitano è un riferimento per tutti, il Pdl è stato responsabile, la sinistra no». 

Dopo Berlusconi, Bersani. Prima di dimettersi, telefona al Capo dello Stato: «Presidente, è necessario che Lei resti», sei parole, poi il rituale augurio di una buonanotte; sabato Bersani sale al Colle, il capo cosparso di cenere: riconosce la sconfitta, ammette che Napolitano aveva tutte le ragioni quando gli consigliava prudenza e gli esprimeva perplessità per quel suo voler inseguire Grillo e i pentastellati; e riconosce che non ci sono più i margini per seguire il consiglio che l’esperto Napolitano gli aveva suggerito fin dal primo momento: lavorare per creare le condizioni di larghe intese con Berlusconi, con l’obiettivo ‘minimo’ di un Governo di scopo per le riforme più urgenti. Poco prima una telefonata importante: è il Presidente della BCE, Mario Draghi, preoccupatissimo: «Presidente, è importante, necessario che Lei resti»; dello stesso tenore le telefonare del Segretario della Lega, Roberto Maroni, e Walter Veltroni, già sponsor di Matteo Renzi. Anche Berlusconi,   ufficializza la  richiesta di secondo mandato: «Non sappiamo più con chi parlare nel PD. Le chiedo di fare per quanto possibile da mediatore con tutti questi interlocutori». Tante le pressioni e le sollecitazioni; e tuttavia Napolitano ancora non è convinto. Fino all’ultimo dubita, è perplesso. Solo poco prima del sesto voto,  dice SI. Prima chiede, e ottiene la solenne promessa che PD e PdL si impegneranno concretamente per dare un Governo all’Italia, superando malumori e mettendo da parte le inimicizie in nome del bene comune. Agli intimi confida di non potersi tirare indietro in un momento di estrema necessità. Il 20 aprile, al sesto scrutinio, Napolitano viene riconfermato presidente. Solo MoVimento 5 stelle e SEL votano per Stefano Rodotà. Si tratta della prima volta nella storia che il Presidente uscente viene riconfermato. Un Presidente di ‘armistizio’, si ironizza, ammettendo a denti stretti che è l’unico sbocco possibile di un corto circuito politico-istituzionale, una drammatica paralisi da cui non si sa come uscire.     

E siamo all’oggi. Il Quirinale, come si è detto, pronto ad accogliere il prossimo inquilino. C’è solo un  particolare: non si sa chi sarà. Tutti invocano un Presidente frutto di una larga intesa, nei fatti si avanzano candidature per così meglio bruciarle. Renzi scommette che il Presidente sarà eletto al quarto scrutinio, quando cioè non servirà più una maggioranza qualificata. Se si sta ai numeri, l’ex sindaco di Firenze può contare su circa 200 deputati del PD su 307. Un’altra ottantina di voti potrebbero venire dal Senato, e una ventina tra altri Grandi Elettori: dunque, quota 400 circa. In rinforzo verrebbero poi i parlamentari di Forza Italia, in omaggio al 'patto del Nazareno'. Rullano i tamburi di guerra della minoranza del PD, in perfetta sintonia, anche se in fronte opposto di quella 'azzurra', che si raccoglie, attorno a Raffaele Fitto, una fastidiosissima guerriglia ai fianchi di Renzi e di Berlusconi. In queste ore se ne dicono tante: per esempio che Renzi avrebbe individuato due possibili candidati 'forti' e politici, graditi anche a Berlusconi, personaggi in grado di garantire una sorta di 'diarchia' come quella che ci siamo lasciati alle spalle, Quirinale e Palazzo Chigi impegnati in una sorta di gioco di squadra. Ma se la politica è l’arte del mai dire mai e del possibile anche quando sembra improbabile, potrebbe essere l’ennesima astuzia: puntare su due candidati forti, sfidare per un certo numero di giorni i voti contrari, 'bruciare' i candidati autorevoli per poi così poter meglio ripiegare su qualche candidato 'incolore'; è già accaduto, si pensi a come venne eletto Giovanni Leone. La partita riguarda il Quirinale, ma non solo. Ci sono anche altri terreni di scontro: le prerogative del nuovo Senato nel progetto di riforma;  e per quel che riguarda la nuova legge elettorale, il problema dei capilista bloccati. Secondo la minoranza PD svuota la scelta in favore delle preferenze.

Non c’è dubbio che le votazioni parlamentari diranno quale reale forza di condizionamento hanno le opposizioni anti-Nazareno: l’obiettivo dei 'frondisti' è quello di impedire che il Patto esca vincitore dalla roulette delle votazioni per il Quirinale. Non per un caso l’ex segretario Bersanii lancia ufficialmente in campo il nome di Prodi, anche a rischio di bruciarlo.  L'obiettivo è quello di addossare ai renziani la responsabilità della manovra dei 101 franchi tiratori che silurarono all'ultimo momento la candidatura del 'Professore', fondatore di quell'Ulivo la cui 'filosofia' Renzi bolla come morta e sepolta. La controffensiva renziana è già partita: in queste ore è un gran circolare di altri nomi, da Anna Finocchiaro a Pierluigi Castagnetti e Piero Fassino, ma soprattutto Sergio Mattarella e Veltroni. Questi ultimi due, in particolare, potrebbero essere i candidati di Renzi, targati PD ma anche graditi al centro-destra. Candidature per ora 'sussurrate', emergeranno quando sarà sufficiente la maggioranza semplice dei grandi elettori per eleggere il capo dello Stato.

L’agenda delle prossime settimane prevede elezioni in Grecia, che avranno dei riflessi in Europa e anche in Italia; la partita del Quirinale e il tentativo di forzare i trattati dell’Unione Europea vincendo la severità di Paesi nordici, tetragoni e poco inclini a credere a intenzioni e promesse, attenti come sono all’efficienza del gatto nel catturare i topi, e molto meno al suo colore. Per Renzi sarà l’inverno dello scontento e non sarà breve.

 

  

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