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Giuliano Amato, il candidato di tutti, ma non di Renzi

di Joseph LaPalombara e Stanton H. Burnett

Quali sono le valutazioni che hanno portato Matteo Renzi a scavalcare Giuliano Amato, favorito al Quirinale e gradito anche a Berlusconi? Alcune delle possibili spiegazioni spargono ombre sulla sua leadership e sul suo acume politico (Read in English)

Matteo Renzi è forse il primo premier italiano ad aver goduto dell'inusuale potere di scegliere, in autonomia, chi eleggere presidente della Repubblica. Che abbia scavalcato molti dei "papabili" scegliendo invece un giurista relativamente sconosciuto per ricoprire quell'alta carica è stata, per molti, una sorpresa. La domanda che continua a ricorrere è perché non abbia scelto Giuliano Amato, le cui credenziali ne facevano una figura interessante per la successione a Giorgio Napolitano al Quirinale.

Le qualifiche di Amato appaiono evidenti. I suoi precedenti incarichi in Ministeri delicati e difficili (come Interni, Riforme istituzionali, Tesoro) gli hanno rapidamente fatto guadagnare il titolo informale di "Dottor Sottile". In uno dei suoi due brevi mandati come primo ministro, Amato è stato autore del primo drastico taglio al crescente disavanzo pubblico italiano. Senza questo passo, si può sostenere che l'Italia non sarebbe entrata a far parte della cosiddetta Eurozona. Infatti, Giuliano Amato gode di ampia ammirazione all'interno dell'Unione Europea, dove è stato nominato vice-presidente della Convenzione sul futuro dell'Europa. L'eccellenza di Amato come docente e studioso di diritto costituzionale ha portato il presidente uscente Giorgio Napolitano a nominarlo alla Corte costituzionale italiana, la più alta del paese.

Malgrado tutto ciò e tanto altro, a dispetto di un accordo che Renzi avrebbe raggiunto con Silvio Berlusconi sul nome di Amato, il premier ha progettato una manovra sorprendente, ampiamente giudicata, forse in tutto il mondo, come risultato sub-ottimale.

Due importanti considerazioni possono aver influenzato la decisione del primo ministro, almeno una delle quali comporta una valutazione negativa sulla sua leadership e sul suo acume politico. L'ipotesi positiva sarebbe che Matteo Renzi possa aver deciso che, nonostante la sua indiscussa leadership sul suo Partito Democratico (PD), l'ala sinistra del partito, guidata da Pier Luigi Bersani e costituita in gran parte da ex comunisti, avrebbe espresso un voto contro Amato, anziché semplicemente astenersi o votare scheda bianca. Va contro questa ipotesi, però, la possibilità che Renzi sapesse che anche questa fazione del PD sosteneva Giuliano Amato: fatto che, se vero, farebbe sospettare che il primo ministro volesse essere l'unico artefice dell'incoronazione alla nuova presidenza.

Tuttavia, Renzi è ben consapevole del fatto che i cosiddetti "franchi tiratori," in scrutinio segreto, possono fare una buona dose di danni. Lui stesso è stato pubblicamente accusato, anche da membri del suo stesso partito, di essere a capo dei 105 "cecchini" PD che di recente hanno sepolto le ambizioni presidenziali di Romano Prodi. La scelta da parte di Renzi di Sergio Mattarella, storicamente identificato con l'ala sinistra della vecchia Democrazia Cristiana, gli assicurava che il suo partito avrebbe votato solidamente per la persona da lui nominata. Come di fatti è stato.

Deve aver creduto, come ora sembra evidente, che il suo "tradimento" di un precedente accordo (su Amato) con Silvio Berlusconi non avrebbe causato una profonda spaccatura con quest'ultimo, in particolare per quanto riguarda le riforme elettorale e del Senato. Il fatto che Sergio Mattarella non si sia opposto all'invito alla sua cerimonia di insediamento al Quirinale, da parte dell'ufficio del cerimoniale, di Silvio Berlusconi – un pregiudicato che sta ancora scontando una condanna (ai servizi sociali) – dimostra, se non l'acume politico di Renzi, il suo machiavellico senso tattico.

La meno lodevole delle spiegazioni dei mutati sentimenti di Matteo Renzi nei confronti di Amato è che il primo ministro, nonostante veda se stesso come leader politico abile ed efficace, potesse non tollerare di buon grado che diventasse presidente della Repubblica una persona di così profonda esperienza politica e ampiamente rispettata in patria quanto all'estero come è "Il Dottor Sottile".

Questi dubbi su chi ha gettato la sua ombra su chi drammatizzano un dato di fatto di lunga portata: un buon “incastro” del presidente delle Repubblica nella cultura politica italiana non ha ancora preso forma, salvo dimostrare, con una certa frequenza, che la minimizzazione di quel ruolo da parte della Costituzione non può perdurare. Dopo qualche iniziale turbolenza, la Francia, la Germania e la Spagna del Dopoguerra si sono tutte assestate su un rapporto stabilito tra il capo dello Stato e il capo del Governo. L'Inghilterra aveva trovato il suo ritmo già secoli fa. Ma in Italia, quel rapporto vacilla ancora nell'incertezza, soprattutto quando il presidente della Repubblica è politicamente potente (tra dignità e polemiche, nei casi di Cossiga e Napolitano) o è un tecnico scelto per contribuire a tirare su il Paese dal baratro economico (Ciampi ) o è un disonore (Leone) o una figura storica, che sia logorata (Saragat) o che non lo sia abbastanza (Pertini).

Ci potrebbero volere ancora un paio di decenni di presidenza blanda abbinata a una forte leadership a Palazzo Chigi perchè si materializzi una “normale” stasi istituzionale. Ma questo richiederebbe, tra l'altro, un ridimensionamento del ruolo svolto dalle consultazioni del Quirinale in ogni crisi di governo. Per il momento, il processo appena concluso a Roma conserva la sua importanza, e by-passare Giuliano Amato mette un carico di responsabilità sulle spalle di Renzi, suggerendo che una politica di breve periodo abbia prevalso sull'interesse nazionale a lungo termine.

Con questo vogliamo dire che, proprio per via della sua esperienza politica e dimostrata competenza, Matteo Renzi avrebbe trovato in Amato un importante alleato. Nel corso di molti decenni, Giuliano Amato ha dimostrato il più alto grado di abilità nell'esercizio delle sue responsabilità pubbliche, compreso il saper valutare quando non è lui, ma qualcun in un altro ruolo di leadership politica, a dover avere le luci della ribalta.

In questo momento della storia italiana, il paese ha più che mai bisogno dei migliori leader sulla piazza, dotati di provata competenza su come superare non solo i problemi della disoccupazione dilagante e della crescita economica pari a zero, ma anche del pericoloso populismo che è il risultato di tali condizioni. Scavalcando Giuliano Amato, Matteo Renzi potrebbe aver privato se stesso e l'Italia di una persona eccezionalmente capace, che avrebbe potuto contribuire a mostrare la via.

 



Stan BurnettStanton H. Brunett, già direttore degli studi del Center for Strategic and International Studies  di Washington, DC, è l'autore di The Italian Guillottine: Operation Clean Hands and the Overthrow of Italy's First Republic (Rowman & Little Field, 1998).

 

LaPalombaraJoseph LaPalombara è Arnold Wolfers Professor Emeritus di Scienze Politiche e Management alla Yale University, autore d─▒ Democracy, Italian Style (1989) e co-autore con Lu─▒g─▒ T─▒vell─▒ d─▒ Stati Uniti? Italia e USA a confronto (Rubbett─▒no 2009)

 

 



Traduzione dall'inglese di Maurita Cardone.

 

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