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Monte dei Paschi di Siena: la banca sempre in deficit che riceve sempre gli aiuti dai governi italiani

di C. Alessandro Mauceri

Ben quattro governi italiani (Berlusconi, Monti, Letta e adesso Renzi) hanno dato aiuti (con i soldi degli ignari contribuenti del Belpaese) al Monte dei Paschi di Siena. Per molto meno la Sicilia ha perso il Banco di Sicilia e la Sicilcassa

Ci sono banche che fanno parte della storia d’Italia. Banche come il Monte dei Paschi di Siena, la  più antica banca del mondo (le sue origini risalirebbero addirittura al 1472) o come il Banco di Sicilia (anche le sue origini sono “storiche” dato che la sua fondazione risale alla metà del 1800). Banche la cui storia, sotto alcuni aspetti, è simile. Sotto altri, invece, è diversa, molto diversa.

Pochi giorni fa, per l’ennesima volta, il ministero dell’Economia ha comunicato che “aiuterà” il Monte dei Paschi di Siena: grazie all’ennesimo “rosso” di oltre 5 miliardi di euro nel bilancio della banca senese, l’Italia  acquisterà una percentuale delle sue azioni. L’ennesimo aiuto destinato ad un’azienda di credito che, secondo molti economisti, avrebbe già dovuto essere considerata fallita (e che, senza gli aiuti di Stato, lo sarebbe quasi certamente). “Un tempo Siena possedeva una banca fiorente. Ora il Monte dei Paschi è soltanto fonte di imbarazzo", ha scritto Patrick Jenkins sull’autorevole Financial Times. Un imbarazzo che, come ha fatto notare Jenkins, non è soltanto economico: come riportato recentemente sull’Huffington Post, ad uno dei manager della banca senese sarebbe "stata recapitata una testa di maiale fuori dalla sua casa", un messaggio intimidatorio di stile mafioso che ricorda tanto Il Padrino.

Sono anni ormai che il Monte dei Paschi di Siena, MPS, ha “problemi”: il portafoglio azionario di questa banca, come riferisce Jenkins, sarebbe “pieno di investitori che speculano”, ma il problema “peggiore di tutti, è che i conti del Monte dei Paschi non tornano. Anche se il nuovo piano di capitale soddisfa le normative, la banca arrancherà per anni e anni”. In altre parole, secondo gli esperti del Financial Times, “se non si materializzeranno compratori, è arduo architettare un piano B di lungo termine" dato che "è politicamente impossibile" un salvataggio da parte dello Stato italiano.

Negli ultimi anni, sono stai diversi gli esemplari di HOMO POLITICUS (Renzi è solo l’ultimo di una lunga lista) che hanno fatto di tutto per rendere “politicamente possibile” questo salvataggio. Un comportamento che non è stato analogo a quello tenuto verso altre banche. La cosa più strana di tutta la vicenda MPS, infatti, non sono solo i miliardi di euro (tanti) concessi, anzi quasi “regalati”, ma il comportamento diverso tenuto nei confronti di altri istituti di credito. Il Monte dei Paschi di Siena, negli ultimi anni, sembra essere diventato un “pozzo di san Patrizio” (un pozzo senza fondo) per i soldi pubblici: quasi tutti gli ultimi governi hanno concesso miliardi di euro di aiuti a questa banca. A cominciare dal governo Berlusconi. E come avrebbe potuto non farlo? E’ stato grazie ai finanziamenti dell’MPS che il Cavaliere (anzi ”ex Cavaliere”, visto che il titolo gli è stato revocato dopo la condanna) Berlusconi, in passato, ha potuto costruire l’impero immobiliare che lo ha fatto diventare quello che è oggi. Lo ha ammesso lui stesso: “Grazie a MPS potei costruire Milano 2 e Milano 3”. E una volta capo del governo, Berlusconi, nel 2009, non ha esitato a concedere aiuti a MPS per quasi due miliardi di euro, i cosiddetti “Tremonti-bond”.

Una cifra che allora sorprese molti esperti del settore per il fatto che era nettamente superiore alle attese e alle necessità della banca. Soldi (dei cittadini, è bene ricordarlo) che non furono sufficienti a risollevare l’MPS a causa di gestioni discutibili e di investimenti sbagliati e, a volte, al limite della legalità (come hanno dimostrato le inchieste della magistratura).

Nonostante i vertici della banca fossero finiti sotto inchiesta, nel giugno 2012, un altro Presidente del Consiglio, e ancora una volta inspiegabilmente (anche per il fatto che il suo era, sulla carta, un governo “tecnico”), decise di concedere “aiuti” al MPS: altri miliardi di euro di aiuti “attraverso nuovi strumenti finanziari di patrimonializzazione assimilabili a obbligazioni speciali, simili ai T-bond”, come disse il premier Monti in una nota a Palazzo Chigi. Inspiegabilmente, ancora una volta, si trattò di una cifra superiore alle previsioni: nonostante la nota di Bankitalia riferisse di un fabbisogno di 1,3-1,7 miliardi di euro per permettere a MPS il rafforzamento patrimoniale richiesto dall'Autorità bancaria europea (Eba), il governo decise di concedere un prestito per una somma decisamente maggiore.

Anche il Banco di Sicilia, diversi anni fa, attraversò un periodo difficile. Non si sa se a causa di una gestione errata (ma certo sempre meno di quella della concorrente senese) o se a causa delle spese eccessive, dovute alla presenza  capillare degli sportelli del BdS anche nei più piccoli Comuni, o di altro ancora. Nessun governo, però, corse in aiuto del Banco di Sicilia. Eppure un po’ di gratitudine nei confronti del BdS sarebbe stata dovuta: quando l’Italia fu unificata, buona parte delle riserve auree del nuovo Stato italiano allora nascente vennero prelevate proprio dalle ‘casse’ del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli (lo riconosce la stessa Banca d’Italia) e trasportate prima al Nord e poi a Roma. Oro che, in questi decenni, ha permesso all’Italia di diventare il terzo Paese al mondo (dopo USA e Germania) per dimensione delle riserve auree. Ma non basta: nessuno pensò che le imposte e le tasse che finivano nelle ‘casse’ del Banco di Sicilia, in base allo Statuto regionale (che, è bene ricordarlo, è antecedente alla Costituzione italiana), sarebbero dovute restare lì ed essere gestite in Sicilia. Invece, allora come ora, questi soldi prendono inspiegabilmente la via del Nord.

Il problema del Banco di Sicilia fu affrontato in modo diverso. Prima la banca fu posta sotto la gestione controllata dalla Regione Sicilia, tra il 1992 e il 1997. Poi, dopo il passaggio Sicilcassa (finita dentro il Banco di Sicilia) venne inglobata nel Mediocredito Centrale (di proprietà del Ministero del Tesoro) che, appena privatizzato (nel 1999), se ne liberò, cedendola alla Banca di Roma. All’inizio del nuovo Millennio, dopo una serie di fusioni, il Banco di Sicilia è diventata una costola del gruppo Unicredit. In tutti questi anni, il Banco di Sicilia non è mai stato considerato come un’impresa da “aiutare” e “salvare”, ma come un “problema”. E, per questo, è stato progressivamente svuotato fino a diventare quello che è oggi: un marchio utilizzato dal gruppo che lo ha acquistato e che lo gestisce a proprio piacimento.

A gestire Unicredit in quegli anni era Alessandro Profumo, siciliano “DOC” che, proprio durante la gestione del gruppo torinese, finì sottoinchiesta da parte della magistratura (poi assolto con formula piena). Profumo, però, forse perché non più gradito in Unicredit, la lasciato l’incarico (non prima di aver incassato una “piccola” buonuscita di 38 milioni di euro…..).

Non passò molto tempo (due anni) che Profumo è diventato amministratore delegato di un’altra banca: il Monte dei Paschi di Siena (la storia delle due banche continua ad intrecciarsi). Era il 2012, l’anno della decisione del governo Monti di concedere un ulteriore prestito a MPS. Una decisione, secondo molti osservatori, non facilmente giustificabile, dato che nel portafoglio del gruppo MPS erano già depositati 25 miliardi di euro in Btp, dei quali oltre 8 in scadenza nel 2015. Il “governo tecnico” non si  è lasciato influenzare e non ha preso in considerazione i dubbi, sollevati dai tecnici e dal mercato azionario circa la capacità del Montepaschi di poter completare il piano di dismissioni.

Ma non basta. Secondo molti osservatori, gli aiuti concessi dal governo sarebbero stati “sbagliati”, dato che i benefici per il Paese derivanti da questi aiuti avrebbero potuto essere nulli: gli interessi previsti, infatti, avrebbero dovuto essere “corrisposti dalla banca [MPS] solo in presenza di utili distribuibili”. In altre parole, se la banca non avesse prodotto, nelle ‘casse’ dello Stato non sarebbe finito un centesimo di interessi: cosa che si è puntualmente verificata.   

Riepilogando, a MPS sono stati prestati più soldi di quanti ne servivano e, per di più, praticamente a interessi zero. Nessuno ha detto una parola. Eppure secondo tanti osservatori, non mancavano le ‘anomalie’: a cominciare da quelle circa il rispetto o meno delle norme previste dagli accordi di Basilea da parte dei vari governi del Belpaese.

La situazione disastrosa in cui versa MSP finisce di nuovo sulle prime pagine dei giornali nell’ottobre dello scorso anno, in occasione dello “Stress Test” imposto dalla BCE, la Banca Centrale Europea, alla banche dei vari Paesi dell’Unione: dall’esame escono malconce alcune banche italiane. E tra queste non manca Monte dei Paschi di Siena. Anzi, la banca gestita da Profumo è quella che fornisce la peggiore performance in termini quantitativi. Stando ai risultati del test, Monte Paschi di Siena avrebbe dovuto raccogliere 2,11 miliardi di euro per rientrare nei parametri imposti dalla BCE e, per di più, in un lasso di tempo brevissimo.

Ancora una volta, come d’incanto, la risposta del governo italiano non si è fatta attendere. Solo che questa volta non è più Monti a correre in aiuto della banca senese: a farlo è il “nuovo che avanza”, al secolo Matteo Renzi, che si comporta come i tre governi che l’hanno preceduto. E anche lui sembra non voler tenere in nessuna considerazione le analisi della BCE, della Banca d’Italia, della Consob e, ultima ma non ultima, le indagini della magistratura. Anche il governo Renzi decide che è “giusto” utilizzare i soldi dei contribuenti per aiutare MPS.

Sorge spontanea la domanda: come mai tanta benevolenza non è stata concessa anche ad altre banche? Anche il Banco di Sicilia era un istituto di credito storico. Eppure, quando nel BdS sorsero problemi di liquidità (nel 1996 presentava sofferenze per 3 mila 500 miliardi di vecchie lire – circa 1,8 miliardi di euro – a fronte di un patrimonio di  mille e 500 miliardi di lire, nessun governo intervenne con dei “Banco di Sicilia Bond”, o per finanziare un aumento di capitale. Anzi, ancora oggi il Banco di Sicilia viene accusato da alcuni di essere un esempio di “worst practice” per il suo modo di gestire i fondi pubblici della Regione Sicilia.

Domanda che chiama altre domande: come mai nessuno dice la stessa cosa di “altre” banche? Come mai nessuno ha niente da ridire a proposito degli aiuti che, da molti, forse troppi anni vengono concessi al Monte dei Paschi di Siena? Eppure, anche questi sono soldi pubblici: soldi che il Tesoro dovrà ‘scucire’ per coprire, almeno in parte, i ‘’buchi’ nei conti della banca senese. Secondo gli ultimi dati, nonostante gli aiuti miliardari ricevuti dagli ultimi governi, la banca senese sarebbe in “rosso” di 5,3 miliardi di euro (oltre 10.000 miliardi di vecchie lire). Una voragine che sembra non avere fondo.

Negli ultimi anni numerosi parlamentari, appartenenti a vari gruppi politici, hanno presentato interrogazioni al governo chiedendo spiegazioni circa gli aiuti concessi a MPS. Nelle interrogazioni parlamentari si chiede “quale sia il piano del Governo per recuperare 4 miliardi di soldi pubblici corrisposti dallo Stato a MPS sulla base di rappresentazioni non veritiere”, denaro pubblico “utilizzato per ripianare un deficit di capitale” generato dalle sue “temerarie speculazioni”; o se il governo non debba “intervenire, quand'anche per il mezzo dell'esercizio della moral suasion, onde provvedere all'immediata sostituzione del management attualmente alla guida di MPS per le responsabilità”. Domande, in molti casi, ancora in attesa di risposta (sono passati più di due anni)…

Eppure la risposta a queste domande non è difficile. Gli aiuti che il governo concede all’MPS (e alle altre banche) "servono" allo Stato: è grazie a questi soldi che alcune banche acquistato titoli pubblici: titoli che, ormai, solo banche e istituti finanziari sono disposti ad acquistare, dato che il loro rendimento è praticamente zero (per gli investitori comuni acquistare titoli a tassi dello 0,5% è peggio che mettere i soldi sotto il mattone). Titoli che, però, per lo Stato è necessario “vendere” per coprire le spese pubbliche che, in barba alla spending review, continuano ad aumentare e per ridurre lo spread…

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