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La Liberazione e la sua tragica grandezza in una fotografia

Un'immagine racconta un momento storico per l'Italia di 70 anni fa. Siamo a Milano, in un Corso Vittorio Emanuele sgombro di macerie e di pallottole quanto colmo di dolore e di speranze: è il Corteo della Liberazione e sui volti degli uomini in sfilata si legge il futuro del Paese

 

C’è un ritratto di quei giorni di settant’anni fa, giustamente celebre, fra i pur numerosissimi. È una fotografia del Corteo della Liberazione, con alla testa alcuni uomini. Siamo a Milano, in un Corso Vittorio Emanuele sgombro di macerie e di pallottole quanto colmo di dolore e di speranze. E’ il 6 maggio, non il 25 Aprile. È una festa, la folla fa ali a quell’incedere solenne. Non è la festa della Repubblica, che ancora non c’è. È una festa di guerra, la festa di una vittoria estenuata e complessa. Quegli uomini sono il Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, sorta di stato maggiore della resistenza partigiana.

In quella fotografia ci sono, fra gli altri, Ferruccio Parri, “Maurizio” in montagna, di lì a poco acclamato Segretario del Partito d’Azione; Raffaele Cadorna, Generale di un esercito lacerato dopo la tragedia dell’8 Settembre, ma pure onesto combattente e difensore di Roma l’anno prima; Luigi Longo, comunista,“Gallo” nome di battaglia, qui vice di Cadorna, come d’ora innanzi lo sarebbe stato di Togliatti, fino a succedergli nel 1964; e c’è Enrico Mattei, che di nomi di battaglia ne ebbe addirittura tre, “Marconi”, “Este” e “Monti”, co-fondatore della Democrazia Cristiana, padre dell’ENI e del Miracolo Economico, il nostro Davide contro il Golia petrolifero anglo-americano, tradito in patria.

Fu un saggia e coraggiosa scelta mostrare subito compattezza e unità, anche se non c’era l’una nè l’altra: nè avrebbero potuto. Perchè, così agendo, indicarono una via, fissarono una meta. Senza di questa scelta lungimirante, l’Italia si sarebbe dissolta nelle sue stratificate parzialità; se la vicissitudine di lacerazioni e ricuciture (cruente lacerazioni, pazienti ricuciture) di cui si è composta la nostra storia repubblicana ha potuto reggere, lo si deve, per così dire, allo spirito di quella fotografia.

Quello spirito è stato il rampino con cui ci siamo aggrappati alla roccia, per non precipitare nel vuoto. Vaste e profonde queste lacerazioni: la prima fra Settentrione e Meridione, capace di molteplici espressioni: il Regno del Sud e la Repubblica di Salò incarnarono la più vistosa di quei mesi, e sembrava una linea confinaria netta, con la Pianura Padana ad ospitare e nutrire il Tedesco oppressore e la Magna Grecia ad accogliere l’Alleato liberatore. Ma non si fece in tempo a concludere il Corteo della foto, che già il 2 Giugno dell’anno successivo le due Italie sembravano essersi scambiati i ruoli: il “vento del Nord” aveva soffiato a larga maggioranza per la Repubblica, mentre “giù”, nonostante le fughe e i tradimenti della Corona, era prevalsa la Monarchia.

Accanto a questa lacerazione storica, ce ne fu subito un’altra, coriacea come la prima e a quella intersecatasi: fascisti e antifascisti, si disse. Ma lo spirito di quella foto sapeva che l’Italia è un grande e magnifico Paese in primo luogo perchè è complicato: ed ecco che lì, dove si era insediata l’ultima ridotta di Mussolini, maggiori erano stati i semi della resistenza e, al contrario, dove anteriore era stata la ritirata fascista, pure non si ebbero fermenti così definiti. Ma questa apparente anomalia presto si spiega, se si considera che alle prime due lacerazioni, Nord/Sud e fascisti/antifascisti, già fra esse intrecciate, venne a sovrapporsene un’altra: questa ulteriore tutta in campo antifascista: fra comunisti e anticomunisti. Con un effetto di ulteriore spiazzamento.

In Sicilia, gli anglo-americani sbarcarono anche un bel numero di “uomini d’onore”, reimportati dagli States o risuscitati in loco, e già il 1° Maggio del 1947, la liberazione antifascista presentava certi suoi conti storici, tramite Giuliano e la sua banda. E prima e dopo caddero e sarebbero caduti numerosi ed eroici sindacalisti, in una sorta di martire sintonia fra l’Isola, le Alpi e gli Appennini. D’altra parte, sacche di resistenti in Emilia Romagna seguitarono dopo il 25 Aprile a uccidere e ferire coloro che consideravano ancora “nemici”. E vi erano stati i sussulti equivoci sul fronte triestino, presidiato da Tito anche con le foibe. Esecuzioni sommarie, stragi, che durarono per anni, dopo la fine ufficiale della guerra.

La Sicilia, tuttavia, non consumò la secessione, dall’Emilia Romagna non s’innescò la guerra civile e i confini giuliani rimasero saldi. Si ricucì, con difficoltà e imperfettamente, certo: ma si ricucì.

Ora, a partire da questa fondazione repubblicana, già laboriosissima ai suoi primi passi, tutto sta ad intendersi: sul valore di queste ricuciture e sullo spirito di quella fotografia. Giacchè, se si considerano gli sfilacciamenti di lungo periodo di quelle prime fondamentali lacerazioni e ricuciture, e si considerano separatamente e senza un contesto, allora l’Italia uscita da quella fotografia è una nazione maledetta, unicamente fucina di dolori e fallimenti.

Gli squilibri indotti dai vorticosi flussi migratori degli anni ’50 e ’60, lasciati sortire in dinamiche repressive: culminate, si dice, nella stagione delle stragi atlantico-fasciste (1969-1974); cui seguì l’ulteriore degenerazione del terrorismo diffuso da sinistra, per tutti gli anni ’70 e i primi ’80, degenerazione che non si è mancato di qualificare come filiazione impropria, ma pur sempre filiazione (canone Rossanda), del patrimonio ideale social-comunista.

E questo è stato un modo piuttosto diffuso di raccontare il seguito di quella foto. Un modo che, se poteva spiegarsi mentre i fatti accadevano e si accavallavano, mentre il vortice delle emozioni si compattava e si ispessiva, non più si giustifica oggi, quando il sedimento della memoria e la limpidezza di uno sguardo libero dall’opaco delle passioni, dovrebbero finalmente permettere più maturo e plausibile giudizio.

Ma anche questa vulgata nasce da quella foto. L’interpretazione azionistica degli scopi della Repubblica e della ragioni del suo esistere scontarono l’assenza di una dimensione popolare, che favorì talune esasperazioni di astrattismo, diciamo, illuministico.

Così, in questa prospettiva d’analisi, l’ambiguo sbarco in Sicilia sarebbe unicamente equivalso all’istituzione di Cosa Nostra e l’anticomunismo sarebbe valso unicamente a consolidarne l’oppressiva presenza. Dall’apparato burocratico sarebbero germogliate solo clientele, da queste il parassitismo meridionale, camorristico e ‘ndranghetista, oltre che mafioso. Il contesto geopolitico mondiale avrebbe imposto una democrazia c.d. bloccata, fucina di corruttele, in quanto garantite ed incoraggiate dal sentimento dell’inamovibilità. E così via.

Un rigore critico che, protestando la sua estraneità rispetto alle finitezze dei singoli e del loro agire comune, si sarebbe infine risolto in amaro e, in fondo, sterile pessimismo rinnegante; racconta Adriano Sofri che, nel 1974, si recò in visita da Parri: stettero in silenzio per qualche istante, poi il senatore azionista disse: “Il popolo italiano non merita niente”. Sofri si volta, sorpreso e, l’altro prosegue: “Non si illuda. Non pensi che ne valga la pena, di dedicare la vita agli ideali, al servizio del popolo. Il popolo italiano non lo merita”. E non pare proprio una semplice coincidenza l’incrocio, a quest’altezza della storia repubblicana, di due nichilismi, uno attempato e l’altro fiorente, entrambi in nome del “meglio”, del “tutto”, per “tutti”.

De Gasperi Nenni e Togliatti fecero comizi, suscitarono identità, ma, tenendo lo sguardo alto, si strinsero la mano; lo stesso fecero Moro e Berlinguer, se guardiamo alla loro azione nell’essenza dello slancio storico, e non nel dettaglio della cronaca. Dopo via Fani, comincia, poco per volta, ma inesorabilmente, un’altra storia, con quella vulgata che prende corpo di ortodossia saccente e di armatura politica intollerante. Craxi tentò un riscatto epigonale della politica, senza però riuscirvi. Ma questa è un’altra storia. O forse no.

Non più si giustifica, allora, ignorare che a quella fotografia dobbiamo gratitudine non solo per quello che vi si vede, ma pure per quello che vi era, già da allora, sotteso; e che la fierezza non estasiata ma misurata degli sguardi, l’incavo preoccupato dei volti, la compostezza coraggiosa ma sorvegliata del passo, consegnavano a quella festa dolorosa e al suo complicatissimo seguito un patrimonio di ricchezza umano, perchè imperfetto, vero, perchè parziale.

Remoto le mille miglia da ogni paradigma di perfezione edenica, sempre teoricamente possibile, perchè sempre irresponsabile verso mezzi, tempi, scopi e limiti.   

 

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