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L’Italicum di Renzi, possibilità che da sola non basta

22 Aprile 2015. Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in Aula al Senato (Foto Palazzo Chigi - Tiberio Barchielli)

22 Aprile 2015. Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in Aula al Senato (Foto Palazzo Chigi - Tiberio Barchielli)

Breve panoramica sull’azione del Governo di Matteo Renzi, mentre sembra giungere in porto la legge elettorale, uno dei pilastri del suo programma. Il cosidetto Italicum servirà ma senza un riequilibrio costituzionale dei poteri, rischia di rimanere lettera morta

La legge elettorale, qualsiasi legge elettorale, ha una doppia anima: o riesce materia malamente noiosa, da sbadiglio prolungato, a rischio di crampo mandibolare. Oppure viene assunta come linea del Piave, su cui versare ogni stilla di sangue. Con il c.d. Italicum (nome adescatore ma efficace, come colui che se l’è intestato) siamo ad una via di mezzo. Sì, ci sono 37 deputati del Partito Democratico che si sono clamorosamente opposti alla sua approvazione, il Governo ha posto la fiducia, ma, insomma, l’impressione è che si sia trattato di un passaggio realmente indolore. Al più, gli Onorevoli Bersani, Cuperlo, Civati, Speranza e via opponendo, costituiranno un Gruppo Parlamentare autonomo, o magari l’ennesimo partito del frazionamento a sinistra, come da infausto costume quasi secolare. Si vedrà. Ma non pare questione da lasciare sul campo morti e feriti.

Questa cosiddetta minoranza del Partito Democratico è un notabilato che primeggia nell’inerzia politica, nell’interdizione ansimante: e che ha contrabbandato, da ormai due decenni (almeno), un infantilismo censorio giocato sulle note dello spauracchio emotivo, per critica motivata da fermezza di principio e da incolmabile supremazia morale. Con l’unico tangibile risultato di avere rimesso in circolo i germi della maledizione e della scomunica, quale maligno succedaneo della contesa politica. E di avere favorito e sostenuto un’evoluzione (si dice e per dire) dell’azione penale e del ruolo della giurisdizione, più volti ad interpretare il Passato per correggere il Presente, che non a colmare la cifra nera di reati rimasti a languire nelle statistiche “dell’inevaso” (ovviamente le responsabilità non sono mai dell’Ordine Giudiziario, ma di chi, immancabilmente, impedisce ai buoni di agire contro i cattivi). 

Sicchè, queste vittime dell’Italicum, a ben vedere, annoiano più che non dispiacciano. D’altra parte, non è un caso che oggi siano finiti affiancati ad un capolarato in rotta, che dalla fu Forza Italia, non avendo altro, agita le sue stesse ombre. Salvini, contento dei sondaggi, intanto rischia di non entrare nel futuro Parlamento: l’emendamento, detto salva-Lega  (per cui il 9% in tre regioni sarebbe comunque equivalso al 3% su base nazionale, soglia di sbarramento), infatti non è stato approvato. Il M5stelle continua a sbandierare la sua sterilità, avendo ampiamente dimostrato di non sapere fare molto di più.

Con questi chiari di luna Renzi rischia la catalessi. A tenerlo desto, però, è oggi intervenuta la Corte Costituzionale che, con una bella sentenza contabile, ha dichiarato illegittimo il blocco degli adeguamenti alle pensioni ritenute “ricche” (il triplo del minimo INPS) per il biennio 2012-2013; la pensata fu del duo Monti-Fornero (tanto caro ai dissidenti spinelliani e scafariani e lettiani di queste ore), ma i soldi (pare 5 miliardi di euro in due anni) li deve trovare Renzi.

Ma soffermiamoci sui contenuti dell’Italicum, che meritano più attenzione di certe paturnie. Presenta quattro punti salienti: primo, un sistema proporzionale per l’attribuzione dei seggi parlamentari, temperato dalla rammentata soglia di sbarramento al 3%, calcolata su base nazionale; secondo, una base territoriale di calcolo ad estensione provinciale (ci saranno circa 100 circoscrizioni, invece delle attuali 27); questi primi due punti “svoltano” rispetto alle dinamiche plebiscitarie, proprie di ogni maggioritario. Il terzo punto sono le preferenze (non più di due) su liste non più bloccate, tranne che per il capolista: bloccate significava che gli eletti seguivano l’ordine di presentazione (il n.1, poi il n.2 e così via, per cui era decisiva la designazione; ora, a parte il primo, gli altri saranno eletti contando i voti, per cui è decisiva l’elezione); inoltre, le liste saranno di sei candidati, nel tentativo di mitigare gli eccessi di competizione, fino alla “negozialità”, che decine di candidati certo fomenterebbero; si può osservare che il numero limitato restringe l’impatto del voto, ma il numero quasi quadruplicato dei collegi dovrebbe essere un “correttivo pluralistico” di rilievo;  resta una legge che tenta di contemperare una tradizione proporzionalistica con il recente passato maggioritario: pertanto, come ogni mediazione, può certo risultare parziale. Infine, il quarto punto, il più qualificante, è il premio di maggioranza: alla lista o alle liste congiunte che conseguono almeno il 40% dei suffragi, verranno assegnati 340 seggi, che dovrebbero assicurare un maggioranza di legislatura (55%); se al primo turno nessuno raggiunge quella soglia, si voterebbe ad un secondo turno, ma non sono ammessi apparentamenti in corso d’opera (per scoraggiare trasformismi in culla), e in questo caso, però, il premio di maggioranza sarebbe più tenue e la maggioranza più di misura: i seggi assegnati sarebbero 327 (53%).

Mi auguro che questa legge elettorale, per quanto compromissoria, venga approvata. Il maggioritario è stato il veleno della Seconda Repubblica, nato sull’onda forsennata di un provincialismo sottoculturale che importò modelli istituzionali allogeni, e che non tenne in nessun conto la radice profonda del sistema proporzionale: vale a dire, la natura comunale, ricca e polimorfa, unica, del Belpaese; lo si fece in sinistra mistura con l’equivoco masaniellistico e antidemocratico di Tangentopoli.

Ma proprio sul fronte del Moloch giudiziario, e l’ho scritto più volte, il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito di maggioranza relativa mostra acquiescenze equivoche e pericolose: anche per il suo futuro politico e personale, e di cui l’Italicum potrebbe allora risultare solo vana premessa. 

 

     

 

 

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