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Trump 2016: Luci della ribalta

Dopo le sue dichiarazioni sugli immigrati messicani, la campagna presidenziale di Donald Trump sembra disintegrarsi ancor prima di iniziare. Ma c'è chi pensa che, di vincere le elezioni, al miliardario newyorchese che molti paragonano a Silvio Berlusconi, non importi più di tanto e che il vero obiettivo della sua discesa in campo sia restare sotto i riflettori

Nel marzo 2012, dopo la netta sconfitta rimediata alle elezioni presidenziali americane il Partito Repubblicano decise di analizzare le cause principali della disfatta con un dettagliato studio sulle dinamiche della tornata elettorale e una delle conclusioni che ne trasse fu che, in futuro, per assicurarsi una seria possibilità di vittoria alle urne, il movimento conservatore doveva assolutamente trovare il modo di attrarre i voti del blocco etnico latino destinato ad acquisire, negli anni a venire, una crescente rilevanza demografica in America e che, proprio come quello afro-americano, tende tradizionalmente a votare a sinistra.

Che il miliardario newyorchese Donald Trump sia da considerare un fenomeno sui generis nella schiera di candidati repubblicani che hanno dichiarato la loro discesa in campo per le elezioni presidenziali del 2016, era già chiaro a molti osservatori della scena politica americana. Ma per sgombrare il campo da ogni dubbio superstite sulla peculiarità del personaggio Trump, sono bastati i primi minuti del discorso con il quale il magnate dell'edilizia ha ufficializzato la sua candidatura. Nel corso di questo discorso, come ormai è noto, Trump si è lanciato in un'accesa invettiva contro gli immigrati in genere e quelli messicani in particolare apostrofandoli come ladri, spacciatori e stupratori e innescando una reazione a catena che ha spinto un numero crescente di aziende a rescindere ogni legame commerciale col Gruppo Trump nel tentativo di prendere le distanze dal neo-candidato.

Dopo le reti televisive NBC, Univision e ESPN, un altro blocco di imprese (Macy's, Serta, NASCAR) che avevano rapporti di affari con Trump ha deciso di voltare le spalle al miliardario assestando un considerevole colpo finanziario alla sua vasta rete di attività commerciali.

Che cosa si celi dietro le aspirazioni presidenziali di Donald Trump resta un mistero che, molto probabilmente, può essere spiegato, in parte, attraverso il riconoscimento di certi tratti caratteriali del personaggio, in particolare la sua tendenza all'egocentrismo e alla megalomania. Se da una parte questi aspetti della personalità di Donald Trump possono aver contribuito alla sua affermazione imprenditoriale, dal punto di vista del suo successo politico non sembrano aiutarlo.

Il giornalista Chris Smith del settimanale New York Magazine, ha pubblicato, anni addietro, un lungo e dettagliato profilo su Trump e ha avuto il piacere di trascorrere alcuni giorni in compagnia del "Don" facendo la spola tra il suo ufficio di Manhattan e i suoi casinò ad Atlantic City. Interpellato da La VOCE di New York, Chris Smith ha confermato che la megalomania svolge un ruolo fondamentale nel modus operandi di Trump: "Ogni momento trascorso con un'altra persona – ha dichiarato il giornalista – è per lui un'occasione di auto-celebrazione. Dai rubinetti placcati in oro del suo jet personale all'entourage di sicofanti al suo seguito, ogni dettaglio e un'opportunità per mettere in mostra la sua ricchezza. E la ricchezza è per lui anche il metro di giudizio supremo del valore di una persona".

Per l'economista italiano della University of Chicago Luigi Zingales il ritorno di Donald Trump sulla scena politica americana non é altro che un ulteriore sintomo dell'innegabile declino di quest'ultima.

Zingales tuttavia non identifica i segni di questo declino esclusivamente nella ricandidatura del sessantanovenne magnate newyorchese il quale, soprattutto dopo le sue dichiarazioni sulla comunità latina, sembra avere scarsissime possibilità di successo. Per Zingales il fatto che i candidati favoriti dei due partiti: Hillary Clinton e Jeb Bush, siano anche gli esponenti di due "dinastie" accomuna sempre più la scena politica americana a quella di alcuni paesi del Terzo Mondo.

Ma per Zingales, in aggiunta alle "dinastie ereditarie" anche la presa di posizione politica da parte di ricchi industriali e finanzieri costituisce il segno di un deterioramento della sfera pubblica e a questo proposito, l'economista stabilisce un parallelo caratteriale tra Trump e Silvio Berlusconi.

Le similitudini di indole tra i due personaggi sono evidenti in quella particolare miscela di ricchezza, protagonismo, populismo e volgarità che spesso si esprime in clamorose e autolesionistiche gaffes pubbliche e che conferisce loro un carattere quasi caricaturale.

Secondo Chris Smith "Trump non deve preoccuparsi dell'accuratezza o dei dettagli delle sue affermazioni perché Donald Trump è, prima di tutto, un marchio e, come tale, il suo obiettivo primario è di restare sotto i riflettori. Ricordo che una volta, mentre passeggiavamo in una delle sale VIP del suo casinò, mi presentò un giocatore vantandosi del fatto che 'la persona piú ricca del Brasile aveva scelto il suo casinò per giocare alla roulette'. Il signore lo guardò bonariamente confermando di essere un cliente abituale di Mr. Trump ma puntualizzando il fatto di essere venezuelano, non brasiliano".

Come evidenziato anche da Zingales, a differenza di Trump, Berlusconi ha detenuto il potere in Italia per anni facendo leva su una coalizione tra le elítes imprenditoriali del paese, timorose dell'alternativa, e la parte dell'elettorato (anziani, casalinghe…) piú suscettibile al fascino demagogico diffuso su scala nazionale dalle sue reti televisive.

Agli inizi degli anni 90, fu lo stesso Berlusconi ad ammettere "se non mi metto in politica mi arrestano" rivelando così esplicitamente che le sue aspirazioni pubbliche erano motivate piú da un immediato tornaconto personale che da un senso di impegno civico.

Trump invece, non ha mai ricoperto alcuna carica politica e, se dovesse emergere come un candidato credibile, di certo non potrebbe contare sul sostegno del ceto imprenditoriale americano.

Tuttavia, stando alle reazioni registrate nell'opinione pubblica dopo il suo annuncio, sembrerebbe che l'indice di gradimento del miliardario tra l'elettorato conservatore sia alto a dispetto della vaga approssimazione della sua agenda politica e della grossolanità delle sue dichiarazioni sull'immigrazione che tendono puntualmente a confondere la bellicosità dei pronunciamenti con l'efficacia delle soluzioni proposte.

Proprio come Berlusconi, la popolarità su cui Donald Trump può contare con una certa parte dell'opinione pubblica è spiegabile col suo successo personale, con la sua riconoscibilità e col fatto che, a dispetto di tutti i suoi difetti, le fortune da lui accumulate ne fanno un simbolo dell'American Dream: un personaggio caparbio, con le idee chiare e con la determinazione necessaria per realizzarle. In una parola, la personificazione di un "neo-ottimismo reganiano".

Se da una parte Trump ama i gesti clamorosi che gli consentono di restare sulle pagine dei giornali e se la sua candidatura alla presidenza si può considerare alla stregua di una gigantesca trovata pubblicitaria, resta il fatto che questa volta, con la sua sparata sugli immigrati messicani, il milionario sembra aver esagerato perdendo tutta una serie di accordi commerciali e, con essi, svariati milioni di dollari. Questa partenza disastrosa potrebbe significare che la campagna presidenziale di Donald Trump è già in rovina prima ancora di entrare nella sua fase calda ma se c'è una cosa alla quale Donald Trump ci ha abituati nel corso della sua carriera è a non sottovalutare la sua capacità di cavarsela anche nei momenti più difficili.

 

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