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Cuomo contro de Blasio: l’elogio della “follia”

Il sindaco di New York dà libero sfogo con la stampa alla sua insofferenza verso il governo statale e verso Andrew Cuomo in particolare. Il governatore si difende facendo appello all'arte del compromesso. Ma non sarebbe ora che il Partito Democratico ritrovasse il coraggio di riscoprire le proprie radici egalitarie e abbandonasse le "triangolazioni"?

Si dice che la politica sia l'arte del compromesso che, il più delle volte, è vero ad eccezion fatta di quando non lo è.

In queste ultime settimane questo dualismo tra principio e compromesso, tra massimalismo e incrementalismo ha trovato una nuova espressione nella faida tutta italo-americana, tra il sindaco della città di New York, Bill de Blasio e il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo. Un duello, questo tra i due esponenti politici democratici, che si trascina ormai da tempo e che é esploso un paio di settimane fa quando il sindaco de Blasio ha finalmente deciso di abbandonare il linguaggio della diplomazia e di sfogarsi con i giornalisti. Nel corso della conferenza stampa che ne è seguita, il primo cittadino della Grande Mela ha rivelato, con toni molto diretti, tutta la sua frustrazione nei confronti di Cuomo, accusato di sabotare metodicamente ognuna delle maggiori iniziative politiche comunali.

La lista degli affronti è lunga e risale circa all'autunno scorso quando, nel mezzo del "panico" per le infezioni di Ebola, Andrew Cuomo, in collaborazione con il governatore del New Jersey Chris Christie, ma senza consultare o mettere al corrente de Blasio, decise di imporre una quarantena sui viaggiatori provenienti dai paesi africani affetti dal virus in arrivo allo scalo newyorchese di JFK.

Qualche mese piú tardi poi, alla vigilia di una delle numerose tormente di neve che hanno funestato l'inverno americano, Cuomo decise unilateralmente di chiudere la metropolitana cittadina, ancora una volta senza consultare il sindaco e facendo infuriare i newyorchesi.

Poi é stata la volta del veto che il governatore ha imposto su un progetto di riqualificazione urbanistica che il sindaco de Blasio intendeva realizzare nel quartiere di Queens.

Tutti questi "sgarbi" hanno causato una crescente frizione tra i due politici e hanno reso sempre piú difficile la loro relazione.

Ma la situazione è precipitata drammaticamente di recente dopo una nuova serie di siluramenti di iniziative legislative (affordable housing, charter schools…) con le quali Cuomo ha seriamente compromesso l'agenda ideologica progressista che, coerentemente con i suoi pronunciamenti elettorali, de Blasio sta cercando di attuare in città ma che richiede l'approvazione dell'autorità statale.

I conflitti tra il sindaco della città di New York e il governatore dello stato di New York non costituiscono una novità. Ne' c'è da meravigliarsi inoltre se questi contrasti si verifichino anche quando, come in questo caso, i due leader appartengono allo stesso partito politico. A suo tempo anche le baruffe tra il sindaco Rudolph Giuliani e il governatore George Pataki, entrembi repubblicani, sono finite sulle pagine dei giornali.

Alla radice del problema ci sono i rispettivi bacini elettorali dai quali questi politici pescano i voti necessari alla loro rielezione e la tradizionale ambivalenza dei rapporti tra l'area urbana di New York e il resto delle contee che si estendono a nord della città.

La metropoli newyorchese occupa l'angolo piú meridionale del territorio statale, ma con una popolazione che equivale quasi alla metà dei 19 milioni di abitanti di tutto lo stato. Oltre che puramente quantitativa, questa disparità si traduce anche nelle tendenze politiche dei suoi abitanti laddove l'area metropolitana tende a sostenere politiche estremamente progressiste che non trovano un corrispettivo ideologico tra la popolazione piú rurale, sub-urbana e politicamente conservatrice delle provincie settentrionali.

Gli scontri tra Cuomo e de Blasio quindi, costituiscono in parte il riflesso di questo divario culturale e demografico tra "i due stati" e il paradosso consiste nel fatto che i due politici hanno entrambi ragione a prendere le posizioni che li contraddistinguono.

Se de Blasio esprime efficacemente le tendenze politiche del suo bacino elettorale, la stessa cosa si può dire di Cuomo il quale, a differenza del sindaco che può contare su un consiglio comunale ideologicamente affine, é costretto a lavorare con un corpo legislativo molto piú eterogeneo e che include una maggioranza repubblicana con un potere di veto su ogni proposta portata all'ordine del giorno. Un esecutivo, quello statale, afflitto inoltre da grossi problemi di corruzione e di malapolitica che hanno conseguenze dirette sulla gestione delle enormi quantità di danaro generate nella Grande Mela.

Se da una parte quindi la strategia di venire esplicitamente allo scoperto con la sua insofferenza verso Cuomo e verso l'intera macchina politica statale può essere vista come un gesto coraggioso e di principio da parte di de Blasio, non è da escludere che il sindaco abbia individuato nella baruffa con Albany anche un proprio tornaconto politico. Dopotutto Bill de Blasio sta emergendo sempre più, su scala nazionale, come uno degli alfieri di quel progressismo di sinistra che, assieme a politici come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren sono balzati agli onori della cronaca proprio per la loro riluttanza verso il compromesso e per la loro propensione a puntare chiaramente il dito verso i responsabili di un sistema che ha creato enormi disparità economiche all'interno della società americana.

E' possibile quindi che de Blasio abbia deciso di cavalcare il momento di popolarità di questa particolare corrente del Partito Democratico che ha finalmente il coraggio di riaffermare la legittimità dei propri valori egalitari e di voltare le spalle alle "triangolazioni" e al compromesso che hanno definito il modus operandi di politici come Andrew Cuomo o Bill Clinton e che potrebbero riaffacciarsi sul proscenio della politica americana con l'elezione di Hillary.

C'è un proverbio che dice: "Gli uomini ragionevoli si adattano al mondo in cui vivono. Gli uomini irragionevoli tentano di adattare il mondo a sé stessi. Pertanto, ogni cambiamento può avvenire solo grazie agli uomini irragionevoli".

Se così fosse, allora viva la "follia".

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