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Il funerale di Casamonica/ Aveva ragione Pignatone: la mafia comanda a Roma

Giuseppe Pignatone

Giuseppe Pignatone

Quando qualche tempo fa il Procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, parlava di mafia nella Capitale, ribattevano che il magistrato, cresciuto in Sicilia, vedeva la mafia dove la mafia non c’era. Poi è arrivata Mafia Capitale. Ora i mafiosi romani, con il funerale di Casamoniuca, lanciano messaggi - mafiosi - ai politici: “Guardate che qui comandiamo noi…”  

Quando il magistrato Giuseppe Pignatone cominciò a parlare di mafia riferendosi alle attività criminali romane, in tanti storsero il muso dicendo che Procuratore della Repubblica di Roma, cresciuto professionalmente in Sicilia, vedeva mafia dove mai mafia c’era stata. E’ vero che nel passato gli uomini della banda della Magliana prestavano appoggi logistici ai mafiosi di rango che a vario titolo avevano soggiornato a Roma, ma non si poteva certo parlare di mafia, mancava la territorialità, il legame forte e profondo con una comunità più propensa a riconoscere l’autorità del Don che quella dello Stato. I legami con la politica poi, il vero tratto distinguente della mafia attraverso gli ultimi due secoli, erano discontinui, più frutto di subalternità o caducità morale di qualche politico di provincia che non il sistemico, gerarchico, vasto e ramificato legame che mafia e ‘ndrine hanno tenuto in piedi con i governi di tutti i colori.

Quando l’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Roma, subito ribattezzata Mafia Capitale, è entrata nel vivo, si è subito visto che l’allarme di Pignatone era più che fondato e in termini sociologici si stava assistendo a un processo di conformazione del crimine romano su modelli mafiosi. Una consolidata prassi declinata con parametri così aderenti e penetranti all’originale da far invidia ai detentori del marchio.

Dei tre elementi che caratterizzano le mafie: intimidazione e assassinio, legami con la politica e territorialità, l’ultimo non era ancora emerso e anche il peso elettorale dell’associazione non sembrava dispiegarsi al massimo.

I funerali di Vittorio Casamonica hanno riempito il tassello mancante. Il dispiegamento di forza organizzativa, capacità scenografica, rappresentazione di forza economica e rivendicazione di continuità nell’affermazione dell’autorità è stata così forte da chiudere il ciclo degli elementi della mafiosità, rafforzando l’intuizione del Procuratore Pignatone e avvertendo la nazione tutta che l’infezione criminale tenuta a freno nelle Tre Sicilie era risalita, attraverso le vie linfatiche dello Stato, alla testa della nazione costituendo un grumo infetto ancora circoscritto ma estremamente virulento.

Alla maniera dei boss dei boss che al di qua e al di là dell’Oceano trovano nella celebrazione delle esequie occasione di manifestare la loro grandezza, i funerali di Casamonica comunicano a chi resta che nulla cambia ora che il capo non c’è più. Ma il messaggio non è rivolto soltanto ai romani. I successori di Casamonica non sono degli sprovveduti se hanno avuto la necessità di celebrare e celebrarsi in questo modo, consapevoli che avrebbero attirato critiche e attenzioni nazionali. Il messaggio di grandezza aveva altri destinatari. Chi? Il Sindaco di Roma e la sua nuova giunta intanto, i loro riferimenti politici ai vari livelli di governo in secondo luogo. Abbiamo soldi, soldati e occhi che vedono lontano, non pensate di tenerci lontani dagli affari o inaugurare presunti nuovi corsi, siete avvisati. 

Cosa può fare un Paese dalla relatività morale di fronte a questa sfida? Le terre di mafia sono piene di esempi di istituzioni statali e religiose che cedono. L’inchino del Santo patrono di fronte la casa del Don è un esempio della non fermezza, dell’acquiescenza, dell’evanescenza del coraggio. E solo attraverso l’azione decisa di uomini e donne senza paura e un mutamento legislativo netto si è riusciti a contenere l’offensiva mafiosa e riconquistare i territori perduti.

Nella Roma che nega i funerali a Welby, reo di aver posto fine alle sue sofferenze con l’eutanasia, ma ospita le spoglie di De Pedis, boss della Magliana, nella basilica di Sant’Apollinare o consente funerali spettacolari a Casamonica ci sono i segni di una malattia che cerca altri territori da contaminare e aggredire. Ci vorrebbe una politica autorevole, un senso dello Stato e delle istituzioni che vede la politica e l'impegno politico come un servizio e non una continua esibizione. Di solito si aspetta che  l'indignazione svanisca e non far nulla. Stava avvenendo perfino dopo la morte di Falcone e solo l'attentato a Borsellino cinquanta giorni dopo costrinse istituzioni riottose a far sul serio. I prossimi mesi ci diranno quale strada si è intrapresa, ma la qualità della risposte passate non lascia ben sperare.

 

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