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Arriva il treno Renzi-Forza Italia contro l’Autonomia siciliana: e Fabrizio Ferrandelli salta su

Prosegue senza sosta l’offensiva lanciata da Renzi e dal sistema di potere di Berlusconi contro la Sicilia. Il ‘Nuovo che avanza’ ha assoldato Fabrizio Ferrandelli, che invece di interrogarsi sul perché, a distanza di quasi settant’anni, l’Autonomia siciliana non viene applicata integralmente, vorrebbe smantellare la stessa Autonomia. E’ tutto qui il coraggio di questi “Coraggiosi”?   

La poderosa campagna d’autunno contro la Sicilia e la sua Autonomia, lanciata dall’asse Renzi-Forza Italia, preannunciata da alcune avvisaglie sui giornali del Cavaliere, e da alcune prese di posizione di siciliani “illustri”, sta prendendo corpo. Ora è la volta dell’arruolamento degli ascari. Questa guerra l’Italia non può combatterla in prima persona, è questo il suo punto debole. Va fatta combattere a Siciliani disposti a combattere contro la loro Terra in cambio della carriera politica o di qualche altra prebenda.

Che si stia facendo sul serio, lo comprendiamo subito dalla dichiarazione di Fabrizio Ferrandelli, leader dei “Coraggiosi”, che nel linguaggio orwelliano di oggi significa l’esatto contrario: paurosi ed opportunisti, naturalmente riverniciati di nuovo. Escludiamo che Ferrandelli sia così ignorante da non sapere che il principale ostacolo all’attuazione dello Statuto e il principale ostacolo allo sviluppo della Sicilia sia proprio lo Stato italiano. Escludiamo che sia così ingenuo o stupido da non saper mettere in fila due fatti di cronaca politica e capire come stiano realmente le cose. La sua ci appare quindi solo perfetta e tempistica malafede, nonché opportunismo politico. Egli è espressione della peggiore classe politica siciliana, pronta ad arrampicarsi su qualunque cosa pur di garantire la propria carriera.

Il fatto vero è che della Sicilia e dei suoi diritti, a gente come Fabrizio Ferrandelli, non gliene importa proprio nulla, ma proprio nulla, e ce l’ha stampato negli occhi, non c’è bisogno di scomodare Lombroso. È soltanto, o crede di essere, un furbetto che teme di arrivare secondo sull’altare del banchetto, l’ennesimo o finale, che l’Italia si appresta a fare della Sicilia, lanciando gli ossi ai suoi cani da guardia. E tra questi chi arriva prima avrà l’osso più grosso. Così si va a costituire forse senza che nessuno glielo chieda nemmeno: ha semplicemente capito il vento che tira.

Da qualche parte ho letto che ciò che il grande capitale globale oggi aborrisce di più sono gli “Stati”, gli Stati in quanto tali. E questo perché lo Stato è quel luogo dove è possibile, almeno in via teorica, che l’interesse pubblico prevalga su quello privato, al quale viene posto un argine. Quando venne scritta la prima legge nell’Occidente latino, fu fatto per tutelare i plebei dai patrizi che fino ad allora avevano interpretato a loro modo il diritto trasmesso consuetudinariamente e oralmente. Lo Stato protegge il debole, per questo deve sparire. E cos’è la misera e fallita Regione siciliana? Cos’ha di diverso dalle altre Regioni o enti locali da renderla così temibile e appetibile? Essa è semplicemente un “abbozzo” di Stato di Sicilia. È questo il suo peccato originale: quella potenzialità di separare un giorno, e quindi di liberare, la Sicilia dalla più feroce delle sue dominazioni, quella italiana.  E per questo deve sparire, travolta da una Anschluss (“Annessione”, termine rimasto famoso in tedesco da quando Hitler lo propose per l’Austria nel 1938) che riporti le lancette al 1862-1942, quando cioè la Sicilia non aveva nessun abbozzo di amministrazione propria, saccheggiata impunemente e brutalmente dal Regno d’Italia, con la complicità, in larga parte, delle sue parassitarie classi dirigenti.

La campagna per l’Anschluss è partita e gli ascari arruolati. Naturalmente le cattive intenzioni vanno mascherate da altrettante che appaiano buone. E così il buon Ferrandelli vuole che la smettiamo di essere “speciali”: dobbiamo diventare “normali”. La normalità è presentata come uno stato di salute, la specialità come una malattia. Ma a quale normalità aspira il nostro?

Forse a quella del Lazio di Mafia Capitale e dei funerali sontuosi per i mafiosi che da noi sono scomparsi da quarant’anni? Forse a quella dell’Italia meridionale dove ‘Ndrangheta e Camorra sono ai loro maggiori fasti, mentre Cosa Nostra, per i soli meriti dei Siciliani, e non certo per merito dello Stato italiano, oggi boccheggia? Forse a quella del “Nord”, con la corruzione e la mafia dai colletti bianchi come negli scandali dell’Expo e del Mose? Non sappiamo a quale di questa o di altre normalità “italiche” aspiri il nostro, ma non ci sentiamo per niente rassicurati.

Ci sono – è vero – alcune, pochissime, branche dell’amministrazione statale che non sono state devolute a Regione e Comuni in questi settant’anni. Forse il modello sarà questo. Vediamo un po’. Le strade e autostrade, non regionalizzate, ma saldamente nelle mani dell’ANAS, Azienda statale, sono un modello di “Regione a statuto ordinario” che promette grandi investimenti e infrastrutture nei trasporti. O forse pensa alla Scuola delle cattedre chiuse e dei deportati? O forse pensa alle Università dove sono stati tagliati circa 150 ricercatori in 4 anni, perché la quota delle entrate non ministeriali (donazioni di privati, etc.) erano più basse di quella della Lombardia? No, questi esempi non marcano bene la differenza tra Statuto speciale e Statuto ordinario. Forse non basta capire che, come lo Stato oggi chiude Uffici giudiziari, Commissariati, Scuole secondarie e Università, domani – quando finalmente saremo “normali” – potrà chiudere più facilmente anche gli Ospedali, i Musei, gli Uffici della Motorizzazione Civile, le Scuole primarie, senza doverlo ogni volta fastidiosamente chiedere (e ottenere) dall’inquilino di Palazzo d’Orléans!

Forse il vero modello è quello dei Beni Culturali. La Sicilia anela di raggiungere al più presto il “Modello Pompei” di gestione delle antichità affinché siano pienamente valorizzate. Forse il problema è di “fottersi” anche le ultime royalties residue sui giacimenti del sottosuolo, che fra poco sarà trivellato come un groviera, e che “Dio non voglia” non dovrebbero mai andare ai Siciliani, ma che devono affluire direttamente a Roma senza neanche passare dal “Via!”. Se queste sono le motivazioni, c’è poco da stare lieti.

Poi ce n’è un’altra: lo Statuto è una “cosa vecchia”, del 1946. Ma sì… largo al nuovo che avanza. Anzi, le diamo un’idea, a proposito di “sbarazzi”: la Costituzione è del 1947, che muffa! Io la rifarei scrivere tutta a Renzi, pensiamoci, tutta fatta di slide, che “figata”! Chissà perché gli Americani si tengono quella mummia del 1783. Perché non spedire Ferrandelli da Obama, e dirgli di togliere tutto questo ciarpame inutile: la Costituzione Texana del 1847, che schifo! Ma come fanno?

Il paradosso è che gli stessi politici che hanno sempre impedito l’attuazione per lo Statuto ora sono in prima linea (per conto terzi, come sempre), per gestirne la liquidazione e il “post”. Ti immagini che paradiso in terra la “normalità” gestita da Bianco, Faraone, Crocetta, Cascio, Alfano, etc. etc. Loro volevano fare, ma non potevano, c’era la “specialità”. Ma un bel calcione nel sedere no, eh?

Una bella controffensiva sicula all’offensiva italiana d’autunno? Loro (gli ascari) tutti messi insieme saranno mille o duemila. Noi siamo più di 5 milioni, pensiamoci. E senza gli ascari l’Italia ha perso la guerra.

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